[X] Flame trees on fire

Titolo: Flame trees on fire
Fandom: X
Personaggi: Subaru Sumeragi, personaggio originale
Parte: 1/1
Rating: PG13
Parole: 848 (Word 2019)
Note: per il Writober 2020; angst, spoiler vv. 16 e 17.

Flame trees on fire
[Writober 2020] #05 – Mare

Lanciò il mozzicone incandescente nella baia di Tokyo e lo guardò sparire come una stella cadente nella spuma grigia dell’acqua.
«Come si chiama?»
Non era sua intenzione, ma la voce gli uscì dura, quasi ostile – la solitudine lo aveva reso praticamente un animale. Se ne vergognò in silenzio, mentre stendeva le mani sulla balaustra del ponte, ispezionandosi le dita gialle di nicotina.
«Kiku» rispose la ragazza, stringendosi nell’impermeabile. Il vento d’autunno schiaffeggiava il suo vestitino primaverile, al quale Subaru scoccò un’occhiata di disapprovazione. Kiku rabbrividì: solo l’occhio destro, di un castano muriatico ed impersonale, sembrava osservarla con un disprezzo di grosso rettile. D’istinto, abbassò lo sguardo.
«Fammi indovinare,» e stavolta era impossibile non cogliere il sarcasmo deliberato delle sue parole «il tuo ultimo amore, un qualche ragazzino al secondo anno delle Superiori, magari, si è lanciato dal ponte appena ricostruito e da allora non trovi più pace.»
L’ultima frase era proprio sibilata con cattiveria velenosa, appena coperta dal muggito delle onde. Il vento si sollevava in raffiche sempre più violente, facendo dondolare il ponte in un lento cigolio di cavi d’acciaio.
«Sembra quasi lei stia parlando di se stesso, Sumeragi-san» replicò lei, con la dolcezza noncurante e intrisa d’ignavia di quelle creature che camminano, senza immischiarsi, due metri sulla testa dei mortali e che, per qualche strana ragione, lo mandavano su tutte le furie. Inspirò.
«L’amore è per i fessi,» aggiunse infine, con una scrollata di spalle «ma non ne guarisci mai.»
Si fermò per accendersi un’altra sigaretta, la fiamma dell’accendino che si piegava controvento.
«Le chiedo di perdonarmi, un tempo ero più gentile con i fantasmi, e forse pure con i vivi.»
Eccolo, il ragazzino gentile che la signora Sumeragi le aveva descritto, pensò tristemente. Le onde lappavano con ferocia la base del ponte, nera di alghe e di ruggine. I pezzi della vecchia struttura giacevano ancora sul fondo della baia, a fare da travi ai nidi dei pesci.
«La prima cosa che ti insegnano a fare è impegnarsi a non ridere mai delle disgrazie dei fantasmi che devi esorcizzare; le confesso che non credevo di essere diventato così carente in merito.»
«Lo so, gli fece eco Kiku, pensierosa «ma c’è da dire che questo ponte attira la morte sempre sulla falsariga dello stesso copione. Se ci pensa, il canovaccio è così logoro che uno quasi sospetterebbe che chi continua a gridare che il crollo del 1999 abbia innescato una maledizione sappia ben poco di quel che dice.»
«Se ne intende, di maledizioni?» chiese lui, divertito.
«Un po’,» fece Kiku, aggiustandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchio «ma mai quanto il Sakurazukamori, suppongo.»
L’attenzione di Subaru si fece vigile, da predatore.
«D’altronde, non tutte le maledizioni sono dolose. A volte, chi le scaglia non ha davvero colpa, sono come una traccia d’olio vecchio.»
«Uh?»
«Cerchi di ricordare.»
Subaru la fissò, perplesso.
Le parole di Kiku indugiarono nell’aria come uno schiocco di frusta. Ricordare cosa?
All’improvviso, si sentì un novellino. Lo colse una fitta di irritazione irragionevole nel realizzare che, forse, davvero non ricordava.
«Com’è arrivato fin qui?»
Subaru aprì bocca all’istante, ma si stupì, nel constatare di non poterle offrire una risposta concreta: si vide mentre infilava i vestiti e si trascinava a prendere pranzo e sigarette al Konbini sotto casa, ma, curiosamente, soltanto lo starsene appoggiato a fumare contro la ringhiera, con le luci di Tokyo che baluginavano nella foschia, gli sembrava ben piantato nel tempo e nello spazio. Il resto non erano che generiche immagini di repertorio, imparate a memoria da una vita tutta uguale. Si guardò gli stivali: dov’era il sacchetto del Konbini? Il panico lo spolpò fino al bianco delle ossa, con mille denti di pesciolini d’argento, gli schizzi del mare che gli pungevano la faccia. Quanto fredda doveva essere quell’acqua? Se la sentiva strisciare nei calzini.
«Davvero non ricorda, Sumeragi-san?»
«Non sia ridicola,» sbottò lui, con la fretta pavida del bugiardo «io ricordo sempre tutto.»
Ma, strabuzzando gli occhi, continuava a fissare l’acqua nera che gli riempiva tutti i vuoti nella testa.
«L’ultimo giorno che è venuto qui, si è messo a fumare e un emissario di sua nonna è venuto a cercarla.»
«E mica uno!» esclamò, rianimandosi all’improvviso «Mi tampinano da mesi, quando invece io sono stato chiarissimo circa le mie intenzioni.»
«Intenzioni riguardo a cosa?»
«All’occhio. Mia nonna è esasperata.»
«Comprensibile. Cosa le ha detto in merito?»
«Che non mi permette di esorcizzare nessuno, pare. E invece eccomi qui» borbottò, grattandosi la testa in un gesto nervoso.
«Non posso rinunciare a lui. Non un’altra volta.»
La maschera di arcigna indifferenza gli si bruciò come la sigaretta che teneva fra i polpastrelli.
«Ma nemmeno voleva far soffrire sua nonna, vero?»
«Mai. E invece non le ho causato che dolore. Tutta la mia vita è servita soltanto a derubarla di quanto aveva di più caro.»
Chinò il capo, aspettandosi qualche commento, ma Kiku tacque.
«Ma era la mia vita, mia e di nessun altro.»
«Ed è per questo che si è buttato?»
Un maroso che pareva una bestia irrorata di sangue scosse tutto il ponte come un terremoto.
«On bataei ya sowaka.»

~

A/N 5 ottobre 2020, ore 16:40. Il titolo lo devo, ancora una volta, a Nick Cave. Penso che Subaru che si lanci dal Rainbow Bridge sia tutt’altro che originale, ma erano mesi, forse anni, che il mio cervello si baloccava con l’idea che l’esorcista fosse, in realtà, l’esorcizzato, anche se è probabile che i ribaltoni non mi escano più co l’effetto che vorrei dar loro. Fatemi sapere se vi piace. Kiku significa “crisantemo”, che è il simbolo della Casa Imperiale giapponese, legata, nel Medioevo, a filo strettissimo agli onmyouji, e, in TYOB, ai Sumeragi.

Juuhachi Go.

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