[Cime Tempestose] The foliage time

Titolo: The foliage time
Fandom: Wuthering Heights (Cime Tempestose)
Personaggi: Heathcliff, Catherine Earnshaw
Parte: 1/1
Rating: PG13
Conteggio Parole: 2199 (LibreOffice)
Note: scritta per la prima sfida dell’Anonima Autori, Le donne di carattere, tema Essere: incinta, in cui si è classificata settima.

The foliage time
Essere: incinta

Ottobre aveva infuso in tutti gli abitanti di Thrushcross Grange un’uggia talmente persistente che Mrs Linton se ne sentiva profondamente irritata, al punto che, una mattina, decise di restare a letto. Pur dimostrandosi preoccupato, suo marito preferì non enfatizzare troppo la questione, e non indagò troppo sul suo stato di salute.
Come se covasse rancore verso di lei, osservò Catherine, avvolgendosi fra le trine delle coperte e rivolgendo alla finestra uno sguardo di esacerbato corruccio.
Grossi riquadri di fredda luce autunnale galleggiavano deformi sulla parete, mentre il sibilo sommesso di un qualche spiffero rompeva il greve, pensoso silenzio.
Edgar stava acuendo sempre più la propria repulsione nei confronti di Heathcliff nascondendo il suo disgusto dietro una fredda facciata di cortesia – evitando addirittura di pronunciarsi in merito anche in assenza del suo detestabile ospite. Tipico della sciocca volubilità dei Linton, si disse, e ringraziò il Cielo di averle dato la tempra sanguigna degli Earnshaw, perché portasse un po’ di colorito in mezzo a quella pusillanimità. E quello stesso sangue, ora, scalciava invelenito, mal sopportando il pensiero che, su entrambi i fronti, Heathcliff e suo marito stessero dando fondo a tutte le loro energie per distruggere qualunque letizia derivasse dalla tanto agognata vicinanza di entrambi – come potevano solo pensare di perseguire quella strada, quando lei era pietra miliare della vita di tutti e due? Quanto si stavano adoperando, quegli sventati, nel contendersela sul ciglio della codardia dell’uno e della perversità dell’altro?
Aveva ben ragione, Edgar, di temere Heathcliff: lei stessa, che pure lo conosceva meglio di chiunque altro, sapeva quanto potesse rivelarsi rapace, specialmente con chi destava in lui una palese antipatia. Suo marito, ahimé, si dimostrava l’acme di quanto Heathcliff potesse trovare di disprezzabile in un suo simile, e Mrs Linton non riusciva proprio a dargli torto, e, per quanto riguardava Isabella… oh! Isabella non era finanche degna di un’altra parola dalle sue labbra. Che strepitasse fino a diventare muta! Aveva fatto tutto ciò che era in suo potere per distrarla da quella stupida, capricciosa fantasia – Heathcliff non avrebbe mai potuto amare la sorella di Edgar, non fino a quando avesse continuato ad amare—
Serrò le labbra attorno all’inconfutabile verità del pensiero: non aveva dimenticato il motivo del suo matrimonio – o meglio, il motivo che lei aveva addotto ad esso. Erano state tante, le cose che aveva avuto in sorte legando il suo destino ai Linton: il fatuo, placido amore di Edgar, una posizione rispettabile, la raffinata compagnia di Isabella, un futuro solido e terso, nella sua semplicità. Certe cose non dovevano essere dette.
Ma Heathcliff – Catherine rise forte – Heathcliff era la sua anima.
Non disprezzava affatto la presenza di qualità così esecrabili in lui, come tutta Gimmerton e la sua cerchia di conoscenze traevano invece diletto nel fare: perché avrebbe dovuto fare il contrario, e accollarsi un’ipocrisia inutile? Preferiva di gran lunga guardare ad esse con lucido, sereno cinismo.
Agire altrimenti avrebbe significato provare la stessa repulsione verso se stessa.
Si alzò speditamente dal letto per andare a raggiungere la finestra. Da lì, scrutò a lungo il lento e naturale sfiorire di Thrushcross Park, con le mani allargate sul vetro ghiacciato. Rabbrividiva: nel camino, il barbaglio morente di qualche brace e, addosso a lei, una veste troppo sottile.
Con quel freddo, Isabella – Catherine riusciva a riconoscerla dai fulgidi boccoli biondi che sfuggivano al cappello – passeggiava a capo chino fra le foglie cadute, in uno sfoggio di evidente tetraggine, tallonata da Nelly che sembrava vanamente intenta a convincerla ad avvolgersi nella pelliccia che le porgeva.
La scena la punse al cuore, inducendo Mrs Linton a distogliere lo sguardo: immaginò Edgar che, adombrato dalla stessa espressione, se ne stava chiuso nel suo studio, chino sulle sue carte e schiacciato da uno sforzo di sopportazione che lei riteneva alquanto irragionevole.
Tornò a guardare di nuovo fuori, alzando gli occhi verso i rami degli alberi nudi e protesi nel cielo di metallo.
Qualche fragile foglia resisteva ancora con inutile tenacia: la prima folata di vento le avrebbe disperse in uno sbuffo di polvere, e nulla avrebbe lasciato al mondo del loro felice rigoglio.
Debole e infreddolita, tornò a sedersi sul letto, scaldandosi le piccole mani gelate con il fiato, pervasa da un pesante senso di nausea che le stringeva lo stomaco – pensare che avrebbe toccato cibo entro breve la faceva sentire peggio.
Quegli infelici risvegli duravano già da un po’: svenimenti e rigurgiti la coglievano spesso, tanto che, in segreto, Catherine sospettava che lo stiracchiarsi sotteso della faida fra Heathcliff ed Edgar la stesse portando alla tomba. La sua salute non poteva più tenere il passo di tutta quella tensione, e quegli accessi la allettavano per l’intera giornata – un lusso che il suo temperamento non aveva assolutamente voglia di concedersi.
Seccata da quel cedimento, puntò le braccia sulle coperte fino a che non le tremarono violentemente, ma Catherine rimase indifferente al loro segnale. Un attimo dopo, il suo corpo le diede evidentemente il benservito per la sua testardaggine, perché si piegò in due e vomitò sul pavimento.
Si riebbe immediatamente. Infastidita e scombussolata, tese l’orecchio per carpire i passi di Ellen e di sua cognata, di ritorno dalla loro triste passeggiata.
«Nelly!» chiamò imperiosamente, alzandosi e tirando il campanello.
Tuttavia, non fece in tempo a sentirne il suono: come se qualcuno l’avesse investita con uno scroscio d’acqua bollente, si rovesciò, incosciente, al suolo.

*

Il dr Kenneth si fece strada fino alla Grange, guidato da una Nelly stanca del tergiversare generale.
Quando fece di nuovo il suo ingresso nella stanza, la padrona si era ripresa. Visibilmente pallida, era seduta sul letto, la schiena contro la testiera e i lunghi capelli castani sciolti sulle spalle. Con sguardo stranito, osservava il dottore bevendo a piccoli sorsi una tazza di the.
«Incinta?» si accertò, più frastornata che rallegrata dalla notizia, mentre Nelly trasecolava, pur aspettandosi un simile responso.
«Sì, Catherine. Stando così le cose, debbo ricordarti che la tua salute non sopporterà più alcuno strattone.» e sia a Catherine che alla sua domestica sembrò che le ultime parole fossero piene di un’enfasi ammonitoria di cui lei ridacchiò fra sé e sé, pensando alla colazione che avrebbe dovuto sostenere con Heathcliff: la sua compagnia la faceva sentire se stessa come non lo era mai stata, e la spaventava il non sorprendersene affatto.
Annuì soltanto alle parole del medico, ringraziandolo affettatamente – i modi di Mrs Linton erano gli stessi di Catherine Earnshaw, ma Catherine se ne serviva quando ricercava espressamente la compagnia di una più raffinata combriccola, mentre Mrs Linton…
Mentre Mrs Linton?
«Detto questo, vado, Catherine, e ti lascio ai tuoi ospiti—».
Al dottore non era stato dato nemmeno il tempo di finire la frase, né Catherine aveva potuto inarcare un sopracciglio, che già una cameriera si era precipitata su per le scale, trafelata.
«Mr Heathcliff aspetta di essere ricevuto, signora.».
«Digli di attendere. Nelly, i miei vestiti.» impartì Catherine, senza prendere fiato fra un ordine e l’altro. Scivolò rapidamente fuori dal letto, in evidente subbuglio, perché il tramestio dei passi del suo ospite era già vicino alla porta. Fece appena in tempo a strappare un lungo scialle scuro dalle mani della domestica.
Heathcliff spalancò la porta con un gran tonfo.
«Incinta? Di Linton?».
«Fuori, tutti fuori.» intimò freddamente la padrona, senza distogliere i suoi occhi da quelli di lui, che gettavano lampi per tutta la stanza. Il dr Kenneth e la cameriera si apprestarono ad ubbidire, solo Nelly tentennò sul ciglio della porta con aria grave.
«Ho detto tutti fuori!» gridò, i lineamenti alterati dalla collera. Nelly capitolò, indignata e rattristata insieme, chiudendosi la porta alle spalle.
Un sudario di irrespirabile silenzio calò sulla stanza.
Catherine scoccò a Heathcliff uno sguardo serio, scintillante di tacito fervore. La sua calma era una miserrima finzione: glielo confermavano il rabbioso afflusso di sangue alle orecchie e al viso, e l’improvviso rigore che l’aveva invasa.
Catherine Earnshaw non era cambiata: una sola parola bastò a dargli ragione.
«Ti è così immensamente difficile» sbottò lei, tradendo all’istante la stizza che la scuoteva selvaggiamente «acquisire una sola parvenza di felicità per il corso che la mia vita ha preso?».
Non urlava, no: digrignava i denti e pestava i piedi, ma voleva ben evitare che tutti potessero sentirli. Bisognava dirlo, era diventata una padrona di casa quantomeno – accennò una smorfia di disgusto – passabile.
«Perché, tu per prima vuoi farmi credere che me ne stai dando motivo?» inquisì lui, con la stessa foga, i fondi, torvi occhi neri che dardeggiavano sinistramente su di lei.
«Potrei anche riuscirci, se tu…».
Se tu? Se tu cosa.
«No, Cathy.» la interruppe Heathcliff, e solo allora prese ad avvicinarsi a lei «Il solo fatto che tu, adesso, ti trovi in questa casa, e non dove dovresti essere, mi fa pensare che tu non abbia la minima idea di cosa voglia dire dover vivere strappati alla propria anima!».
«L’ho saputo anch’io, invece, per tre anni.» rispose, con il viso tirato in una maschera di stanchezza e tormento.
«Te ne sei consolata presto.» rimarcò l’uomo, per nulla incline al compromesso, né persuaso dal piglio vivamente logorato di cui Catherine lo stava rendendo partecipe. Lei si appoggiò alla finestra, il suo corpo sottile attraversato dalla grigia luce d’autunno.
«Non scambiare per consolazione una scelta che ho preso per necessità.».
A Heathcliff sembrò un fantasma, nel riverbero mattutino che la inargentava, e nella scabra durezza del suo tono di voce.
«Non certo per la necessità di entrambi, lo sai fin troppo bene.».
«Se non sai di cosa stai parlando, ti conviene tacere!» tentò di silenziarlo lei, non reprimendo uno scatto adirato, e rivelandogli, così, che il suo tono si era quasi rotto in pianto.
«Sospetto sia ora che tu mi porga qualche stramaledettissimo indizio, allora!» ruggì lui, aspettando, dalle sue labbra, una confessione che – ne era perfettamente consapevole – non avrebbe fatto nulla per garantirgli una pace che lui stesso considerava ormai dissolta da tempo.
«Sposare Edgar era l’unico modo per elevarti, e tu, invece, mi hai lasciata qui!».
«Oh, no!» sibilò Heathcliff, ribollente di veleno «Stai mentendo – puoi persuaderti di ingannare te stessa e tutto quel che ti circonda, ma non me. Non ancora!».
Catherine inframmezzò le sue parole con un singhiozzo sdegnato.
«Eri tu a volerti elevare per prima – ed il mio amore, semmai ne hai davvero considerato l’esistenza, era la scusa più comoda per spingerti a fare lo sforzo… e che sforzo!».
L’ultima esclamazione fu sputata con beffardo disprezzo.
«Bel modo di definire lo strazio di lasciarsi indietro tutti i propri affetti e… e te!» si scagliò Mrs Linton, ma anche quest’ultimo rimbrotto fu vano.
«Complimenti!» latrò Heathcliff «Andare a sistemarsi in casa di un vigliacco che ha la pappetta servita sotto al naso da generazioni!».
«Che avresti fatto» sibilò lei, il viso stravolto in una maschera di rancore «se io fossi diventata Mrs Heathcliff? Mi avresti portata a mendicare fino a che Dio non ti avesse fatto la grazia?».
«Di certo, ti avrei coperta di tutto quel che ti sarebbe servito, e sarebbe stato dieci volte quel che ti ha dato Linton!».
«Quante poche cose sai» strillò Catherine «della raffinatezza e dell’agio!».
«Tu le hai imparate per due, tutte queste cose,» infierì Heathcliff, avvicinandosi sempre più, e trattenendo a stento una rabbia di cui anche Cathy non immaginava le proporzioni «eppure guardati, hai l’anima che ti scappa dal petto, e quel coniglio ti ha anche privata della forza per tenertela dentro!».
Con l’ultima frase, le sue dita tozze si erano chiuse contro la bianchezza trasparente del suo polso.
«Qual è la parte che prova ribrezzo per me oggi, Cathy?» sibilò Heathcliff, strattonandola con ira contro di sé. Catherine si specchiò nei suoi occhi con alterigia inamovibile, incurante del dolore, e di qualunque cosa Heathcliff avrebbe potuto farle. Per quanto si sforzasse di ignorarla, vedeva bene la disperazione che illividiva il colore selvatico di quegli occhi.
«È forse qui?» infierì Heathcliff, appoggiandole una mano sul ventre, la voce ridotta a un ringhio mentre Cathy si affrettava a scansarsi.
«Intenderesti strapparmela?» lo sfidò, con una smorfia di sarcastico divertimento.
Un fremito attraversò Heathcliff mentre si avvicinava di un passo, stringendo i pugni per evitare di sfogarsi su di lei.
«Ti assicuro che sarà la tua creatura stessa, a strapparsi da te, quando scoprirà di cosa sei fatta! E tu» tuonò «potrai anche continuare a giocare a fare Mrs Linton, Cathy – vestire i suoi frivoli vestiti, godere del suo lusso, ma-».
Un altro respiro, e l’aveva agguantata nel suo abbraccio, serrandole il respiro. Lei attese uno schiaffo che non arrivò: furono le labbra di Heathcliff, invece, a sradicare un bacio rabbioso dalle sue.
Quando restò a trattenerle solo il braccio, Catherine si limitò ad osservarlo con stupore, il petto che ondeggiava al ritmo di un palpitare convulso.
«-non potrai mai cambiare la tua vera natura.».
Ritiratosi sotto l’architrave della porta con due occhi lampeggianti, lasciò la presa con lo slancio di chi avrebbe voluto scaraventare via una pezza, ma lei si ergeva troppo dritta, e in lui sopravviveva ancora troppo rispetto per insistere.
Ridiscese le scale col passo pesante di quando era arrivato.
Catherine raggiunse lentamente il davanzale della finestra, fissando gli alberi ora protesi in mille propaggini completamente nude e scheletriche.
Le ultime foglie se l’era portate via il vento.

~

A/N 13 giugno 2008, ore 3:38. Avrò pure la nebbia davanti agli occhi per il sonno – ma queste sedute ultra-notturne ci vogliono, soprattutto se si riesce d’improvviso a sbloccare il finale di una storia sofferta e difficile per la sfida dell’Anonima. In due parole, tutta la fic, il titolo e i “simboli” annessi vengono da questa citazione dal romanzo:

«My love for Linton is like the foliage in the woods: time will change it, I’m well aware, as winter changes the trees. My love for Heathcliff resembles the eternal rocks beneath: a source of little visible delight, but necessary. Nelly, I AM Heathcliff! He’s always, always in my mind: not as a pleasure, any more than I am always a pleasure to myself, but as my own being. (…)».
Catherine – Capitolo IX

È da qui, in soldoni, che vengono fuori il titolo e tutto quel parlare di foglie – se davvero dell’amore per Linton c’è mai stato, Catherine deve prendere atto che ne ha esaurita ogni scorta. E Heathcliff è dannatamente bravo a ficcare certi concetti in testa alla gente XDDDD.
E adesso vado a dormire, prima di scrivere qualcos’altro per cui Emily Brontë dovrà raccogliere ossa e bagagli per venirmi a strangolare XD.

Juuhachi Go.

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