[The Borgias] Ut fata trahunt

Titolo: Ut fata trahunt
Fandom: The Borgias
Personaggi: Cesare Borgia, Lucrezia Borgia
Parte: 1/1
Rating: NC17
Parole: 784 (LibreOffice)
Note: NSFW, incesto, per il P0rn Fest #5 @ fanfic_italia

Ut fata trahunt
[P0rn Fest #5] Cesare/Lucrezia, devozione
[maritombola] 40. Incest

Dire Messa nei nuovi paramenti di cardinale fa sorridere Cesare Borgia come un tempo vi riuscivano soltanto le arguzie di sua madre. Parla ai fedeli assiepati nei banchi con la consumata abilità dell’uomo politico, fingendo il fervore e l’interesse come un attore impara a recitare la propria parte. È così che va il mondo – d’altronde, il mondo che lo osserva lo sa bene. Lo sa il fiore della nobiltà romana, che si alza per prendere la Comunione proprio come attinge favori da suo padre. Cesare deve trattenere un sorriso quando le nobildonne ricevono l’ostia dalle sue dita, ne osserva il moto di civetteria nascosto in una preghiera a mezza voce, i riccioli biondi imbrigliati perfettamente in una retina preziosa.
Tutte uguali, come uguale è il loro messaggio.
Dicono in città che il Valentino lo colga spesso, e con estrema solerzia, ma Cesare non è cieco, né uno stupido. Preferisce che i suoi peccati si esauriscano laddove non possono lasciare tracce visibili e durature.
Quasi tutti, almeno.
Lucrezia è sempre l’ultima ad avvicinarsi per l’Eucarestia.
Vestita di damasco bianco, accetta l’ostia in punta di labbra come un uccellino il pane, e Cesare gliela offre in un lieve “Corpus Christi”, accostandola alle labbra nude e rosate. Anche la sua nuca tenera è velata di biondo, ma la sua è impregnata a fondo dell’odore familiare dell’incenso. Fa parte di loro, oramai: come è accaduto a lui, la Chiesa e i suoi luoghi sono stati la vita di Lucrezia fino a che Giovanni Sforza non se l’è presa, per poi farvela tornare.
L’ha sempre creduta diversa, fino a che non l’ha vista partorire un bambino; adesso c’è una luce di consapevolezza disillusa, in quegli occhi di sedici anni appena – è una Borgia, come lo è lui. Le tocca il peso che Cesare le avrebbe volentieri sollevato dalle spalle.
«Amen,» risponde lei, ricambiando il suo impercettibile sorriso.

*

La verità è che Cesare è incapace di conformarsi del tutto al ruolo che gioca su questa scacchiera – odia questo mondo con un ardore di cui nemmeno lui stesso riesce a capacitarsi davvero mentre, in sacrestia, strappa i bottoni foderati di seta rossa delle vesti. Con le dita, svelle con forza la retina dai capelli di Lucrezia, i boccoli che gli si annodano fra le mani. Sotto lo strato più rigido e opalescente del vestito, le sottane sono morbide e volatili: i loro lacci si arrendono alle sue mani come la bocca di Lucrezia alla sua.
«Credo–» e lei ride la risata un po’ infantile che ha ricacciato in gola tutta la funzione «–che nostro padre avrebbe molto da ridire su tutto questo.»
«Quale dei due?» la incalza Cesare, accarezzando un suo seno con la punta della lingua. Senza fiato, Lucrezia geme in un sussurro, mentre suo fratello la stringe più forte, serrando fra le braccia il suo corpo bianco, colorato solo della stoffa dei vestiti dismessi attorno alle sue caviglie.
È diventato il loro dialogo tipico, negli ultimi mesi – parole così pesanti a dirsi, però, hanno la levità di chi si è arreso a qualcosa che è sempre esistito, e che mai avrebbe potuto essere diversamente.
Lucrezia lo caccia a forza dall’ultimo strato di biancheria che porta addosso, premendogli sui capezzoli e sulla pancia due mani minuscole, che si aprono sulla sua pelle con l’aria di chi ha compiuto spesso e con soddisfazione gli stessi gesti («Uno stalliere? Davvero?» le aveva chiesto Cesare la prima volta). Morde sudore e parole sconnesse lungo il collo e un orecchio, scendendo con le labbra sul suo petto mentre lui si avvinghia a lei, impigliato nei nastri esanimi della sua sottoveste. Gliela solleva attorno alle ginocchia mentre le divarica le gambe, e Lucrezia lo riceve aggrappata alle sue spalle e ai suoi fianchi. Si chiude, rossa e accaldata, attorno a lui, schiacciandosi contro il ritmo secco e serrato delle sue spinte, con la gratitudine di chi ha a stento imparato a goderne, dell’amore.
Cesare afferra i suoi capelli con una mano, tenendoli fermi dietro la nuca, quando viene dentro di lei con il respiro che le scotta una guancia.
Il suo cuore rimbomba nel petto in un misto di liberazione e fatica, quando sorride strusciando il naso contro il suo. Per un attimo, il mondo è in pace: se Dio davvero esiste, Cesare lo immagina lontano dagli intrighi orditi nelle basiliche. È più probabile che giaccia fra loro a compiacersi dell’unica innocenza di cui gli ha fatto grazia, quella di Lucrezia, nuda e senza artificio. Lo guida lentamente come in un gioco di cuccioli, o forse chissà, hanno dimenticato tutti e due di cosa è lastricata la strada per l’inferno.
Così sia, pensa distrattamente, poggiando un ultimo bacio sulla sua fronte.

~

A/N 5 gennaio 2012, ore 22:58. Uhm, se qualcuno magari mi spiega perché mai io stia scrivendo ‘sta caterva di fic sui preti mi fa un fischio, eh! XDDDD. A parte questo, il titolo è un detto latino che significa “Così come vuole il destino”.

Juuhachi Go.

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