[Sailor Moon] Mirror, mirror

Titolo: Ill-divining
Fandom: Sailor Moon
Personaggi: Haruka Tenou, Michiru Kaiou
Parte: 1/1
Rating: G
Conteggio Parole: 10283 (LibreOffice)
Note: omosessualità, ispirata alle Princess Forms nel manga. In origine avrebbe dovuto essere la prima fic di una raccolta che raccontava la vita di Haruka e Michiru ai tempi del Silver millennium, che alla fine non ho mai scritto. Terza classificata al concorso di ouneshot shounen-ai e shoujo-ai sul forum dell’EFP.

MIRROR MIRROR
The Prologue Was All Blue

«Princess Uranus! In nome del Cielo!» strillò la sua dama di compagnia, con le mani nei capelli, una volta riconosciuto il bozzo di merletti della sua sottoveste che spuntava da sotto un canterano.
Accidentaccio, eppure era certa che ci sarebbe riuscita, pensava la ragazzina, mentre i lunghi artigli – pardon, le lunghe unghie – di Madame Umbriel la afferravano per il braccio con l’intento di riportarla nelle sue stanze e vestirla decentemente. Bleah.
«Suvvia, Altezza, non avrete mica intenzione di farmi venire i capelli bianchi già a quest’età!», piagnucolò, sotto lo sguardo truce della sua principessina prigioniera «Dovete capire che a undici anni dovreste essere più… graziosa, dovreste assumervi le vostre responsabilità, dovreste tenere al vostro aspetto, al vostro dovere di futura guerriera… al vostro ruolo di principessa, insomma!».
Blof, blof, blof… sembrava una vecchia caffettiera! E poi, che faccia tosta, venire a parlare di responsabilità proprio a lei, che passava ventiquattro ore su ventiquattro con la Space Sword fra le mani…
… d’accordo, ogni tanto ci giocava anche a guardie e ladri però…
«Non illudetevi di incantarmi con quegli occhioni, vi assicuro che ormai sono immune!» la ammonì, voltando la testa dall’altra parte.
«Vecchia megera!» sbottò Uranus, in maniera ben poco signorile
«Che cosa avete detto, Maestà?» le chiese la donna, in tono di vaga minaccia. Lei inarcò le regali sopracciglia, senza impietosirla in alcun modo.
«Voi vi presenterete a questo ballo conciata come una signorina perbene, fosse anche l’ultima cosa che faccio!».

*

Non sarebbe stata l’ultima, sbuffò la piccola Uranus, non finché la sua autorità regia fosse rimasta a livello teorico.
Se c’era una cosa che sarebbe cambiata con la sua ascesa al trono, quella era sicuramente tutta la dinamica dei ricevimenti, sempre che le coronarie di Queen Uranus non cedessero nel frattempo. Di sicuro avrebbe fatto sparire tutti quei deliziosi abitini blu che erano così stretti che le infilavano i reni negli alveoli. E se li pestava sempre coi piedi quando camminava con quelle stupide scarpe microcefale. Ammesso che un paio di scarpe potesse avere dei neuroni, pensò, pesticciando nervosamente il lungo orlo del vestito mentre sgomitava fra gli invitati, sgusciando a gattoni sotto le gonne ridicole di alcune dame vecchie e flosce. Oltre a essere particolarmente priva di finezza, l’operazione non era nemmeno delle più felici, con una scimitarra di tre chili assicurata alla cintura, tutta incrostata di gemme grosse come pomodori.
Quanto avrebbe voluto avere fra le mani l’idiota che aveva deciso di far portare quel coso pacchiano a una bambina. Certe pazzie le avrebbero deformato la colonna vertebrale.
Uscì vittoriosa dai meandri di una sottana rosa confetto e strisciò lentamente verso la parete di ingresso del salone: adesso che tutti gli ospiti erano presenti sarebbe diventato il punto meno in vista, dato che nessuno sarebbe più entrato dalle porte. Si aggrappò a un fregio che sporgeva dal muro, con l’impressione di star sollevando un macigno – stupida Space Sword – e, una volta su due piedi, si appiattì il più possibile in un angolo buio.
Tre… due… uno…
L’orchestra attaccò un valzer.
Lei tirò un sospiro di sollievo.
Nessuno avrebbe ballato con una principessa latitante, gioia, giubilo e tripudio! Non era una debuttante, ma con i marmocchi poteva – doveva – ballare, ergo il pericolo era sempre in agguato.
Si spostò un ciuffo dorato da davanti agli occhi e passò attentamente in rassegna la stanza.
Bene.
Adesso doveva solo arrivare al passaggio segreto là di fronte, quello dietro la statua di King Uranus… e da lì, finalmente… libertà!
Non c’era il rischio che la vedessero o sentissero, la musica e il chiacchiericcio indistinto dei presenti la coprivano a meraviglia, ma eccedere in prudenza non aveva mai fatto male a nessuno: strinse il nodo della cinta a cui era appesa la spada e sfilò le scarpine dai piedi per camminare in silenzio e, soprattutto, un po’ più comodamente: già il peso del Talisman la trascinava in basso, poi, se ci si mettevano anche i tacchi…
In uno stoico tentativo di resistenza, si fece strada fra l’ingombrante caleidoscopio degli astanti, costretta a camminare piegata per via della dannata zavorra, in un modo che di principesco aveva ben poco. Non che le interessasse, in fondo: d’accordo, era testarda, ribelle, irrequieta, femminile come un grizzly, ma chi si azzardava a insinuare sul suo senso di responsabilità si ritrovava col setto nasale in briciole… a meno che non fosse di rango più elevato del suo, cosa che accadeva spesso.
Il fatto era che non trovava nulla di responsabile nell’andare girando per il Miranda Castle infiocchettata come una bomboniera, diamine! Era il vento, lei, mica un confetto!
Sbuffò, tutta infervorata dai suoi sogni di fuga, poi traballò sotto il peso della Space Sword. Fortuna che c’era il muro! Ancora un paio di passettini e avrebbe toccato la statua, pensò, raddrizzando le ginocchia con caparbia determinazione. Strinse forte le scarpe che aveva in mano e allungò la gamba, pestando il piede nudo per terra. Ce l’aveva fatt—
Proprio in quel momento, la spada decise di doversi dondolare dal lato sbagliato, trascinandosi appresso la principessina inebriata di gloria.
… fu un disastro totale.
Rotolò sul pavimento con un clangore pesante, apocalittico, che scoppiò sulla musica dell’orchestra come un World Shaking.
Le centinaia di invitati volsero tutti lo sguardo verso di lei con un tempismo crudele, quasi la beccarono mentre tentava di defilarsi nonostante tutto.
Morta di vergogna, cercò di seppellirsi nell’angolino.
Fu allora che, in quel mare di occhiate meravigliate, la vide.
Aveva gli occhi fissi su di lei come tutti gli altri.
Il suo viso sottile spuntava da una cornice di riccioli acquamarina che rotolavano eleganti lungo le spalle infantili, su cui si allacciavano le spalline del suo… delizioso abitino blu. Che in realtà riprendeva i capelli.
Gli occhi no, invece. Erano una cosa fenomenale: normalmente, avrebbero dovuto essere della stessa sfumatura, ma erano… la cosa più blu che Uranus avesse mai visto in vita sua. Erano di una tonalità elettrica, primaria e, forse perché era sbigottita, erano anche particolarmente grandi.
Fra le mani stringeva uno specchio verde e oro, che sembrava pesare troppo per i suoi polsi di ragazzina… ma forse l’aveva fissata troppo e con troppa insistenza, perché, in un feroce svolazzare di boccoli, la vide distogliere lo sguardo e allontanarsi.
Infastidita, Uranus aguzzò la vista per individuarla in un crocchio di damigelle chioccianti: quanto non sopportava quelle bambine che prima erano tutte Princess Uranus di qua, Princess Uranus di là… e poi nascondevano la testa come gli struzzi. Ma aveva la faccia di una da prendere in giro? E quella ragazza sembrava anche più intelligente delle altre, questo la faceva arrabbiare ancora di più.
Senza pensarci due volte – anzi, senza pensarci affatto – si preoccupò di infilare le odiate scarpe e procedette a piccoli passi fra la folla ballerina, fino a che non riconobbe gli strascichi turchesi del suo vestito.
Le poggiò una mano sulla spalla e poco ci mancò che saltasse sul lampadario.
«Oh, scusatemi, non avevo intenzione di spaventarvi…» ma lei rispose con un sorriso delicato, un po’ timido.
I suoi occhi erano molto vivaci, però.
«Non vi preoccupate, quando vi abituano fin da piccola a prevedere tutto con il Deep Aqua Mirror essere spaventate diventa molto divertente.».
Non era certo la risposta che Uranus si aspettava. Doveva comunque avere una faccia davvero buffa, perché lei scoppiò in una risatina, la mano davanti alle labbra.
«Il… Il Deep Aqua Mirror? Questo significa che voi siete…».
La custode del secondo Talisman. La seconda delle tre persone che, in caso di necessità, avrebbero avuto l’ingrato compito di risvegliare la Guerriera della Distruzione.
«… Princess Neptune di Kaiousei*.» affermò la ragazza, facendo un’impeccabile riverenza. Uranus si affrettò a fare lo stesso, cercò di imitarne il più possibile la naturalezza e la grazia, ma si sentiva solamente goffa.
«P-Princess Uranus di Tenousei*.» borbottò, barcollando nella gonna. Non aveva ancora finito di piegarsi, che già era scattata sull’attenti.
«Ehi, ma che stiamo facendo. Siamo Princesses, custodi dei Talismans, un giorno rischieremo la pelle insieme e cominciamo col voi? Partiamo bene…».
Poi arrossì.
Evidentemente quella sera il canale orgoglio-cervello-bocca era ostruito.
Neptune non fece commenti, il che la mise abbastanza in allarme. Stava giusto per chiederle se ci fosse rimasta male, quando lei la guardò in viso. Nei suoi occhi c’era una luce incredibile, che la faceva splendere tutta.
«Credo non sia un bene…» sibilò, accostata al suo orecchio
… che una principessina come Dio comanda stia vicino al Flagello del Silver Millennium? Al World Shaking della Via Lattea?
«… che continuino a cucirci i vestiti da cerimonia con questa stoffa qua, pizzica da morire, è vero?» si lamentò.
Lì per lì, Uranus credette di aver sentito male.
Poi, non seppe se sentirsi più felice o più sbigottita.
Ma perché sentirsi sbigottiti quando ci si poteva sentire felici, si era sempre detta.
«Sai che ti dico?» bisbigliò, tendendosi verso di lei «Secondo me le sarte di Queen Serenity sono delle vecchie decrepite… e questa roba qua è la stessa che usavano quando hanno cominciato a prendere l’ago in mano!».
Ben felice di aver trovato qualcuno che condividesse la sua opinione sui gravi problemi delle modisterie del Sistema Solare, la principessina degli oceani annuì concitatamente.
«E diciamolo,» brontolò poi «i calzolai credono che il nostro piede sia sempre di due numeri più piccoli.»
Commossa da tanta solidarietà, la sua nuova amica non poté fare altro che mostrarle i segnacci rossi in prossimità delle dannate scarpe.
«Il bello è che c’è chi ha anche la faccia di chiederti perché non balli! Ci provassero loro, con questo specchio in mano e queste scarpe qui! Se volevo fare le acrobazie mi univo a un circo, almeno lì nessuno ti dice cosa devi fare e come lo devi fare, fosse anche scendere dal letto la mattina!» continuò. Uranus la appoggiava caldamente su tutti i fronti, anche se la ragazzina non la stava guardando negli occhi, e non le stava neanche parlando direttamente.
Comunque, non aveva molta importanza: nessuno meglio di lei poteva capire cosa significasse sentirsi la bambolina di qualcuno. Il vento e il mare erano due elementi un po’ sfortunati, le aveva sempre detto sua madre, perché erano i più scatenati, ma erano quelli che più di tutti erano posti dietro a degli argini. Non aveva ancora capito cosa c’entrassero i canali di irrigazione di Tenousei con le sue scorribande.
Eppure, a guardare Princess Neptune, così fragile e composta in apparenza, ma con il mare negli occhi che bruciava come un fuoco, pensò che, tante volte, anche lei doveva avere la stessa espressione. Quella di quando aveva voglia di piantare in asso tutto e tutti, ma era sempre in una stanza piena di gente pettegola e imbellettata.
«… però, sai… non credo che lo facciano per farci un dispetto. Nemmeno al circo uno fa quel che gli pare.» le uscì
«Oh, no, hai ragione…» disse Neptune.
Una stanza proprio come quella.
«È che i grandi ragionano così perché si sono dimenticati di come ragionano i bambini. Non è che vogliono fare gli schifosi, loro sono… uhm, ecco… sono…» balbettò.
La differenza, quella sera, stava nel fatto che non era da sola.
«… sono dei gran rompiballe.» concluse, con un largo sorriso. L’altra principessina la guardò, un po’ perplessa.
«… Neptune.»
«Mh?»
«Movimentiamo un po’ questa festa di vecchi bacucchi.»

*

Il Miranda Castle non sembrava tanto grande, a prima vista. Girarci dentro era tutt’altra faccenda: i corridoi erano tanti, tortuosi e soffocanti come corsetti.
Uranus la teneva per un polso, delicatamente, come se avesse paura di incrinarglielo. Sotto le sue dita, Neptune sembrava fresca ed evanescente come spuma del mare. Le bastava concentrarsi un po’ per sentire l’acqua che rimestava lentamente dentro di lei, una vibrazione azzurra, fiera, simile a quella del cielo, docilmente arresa alla sua presa. Si acquattavano fra le colonne, si appiattivano all’ombra delle pareti e scivolavano silenziose nelle stanze vuote in un furtivo frusciare di gonne, le orecchie ben attente a captare passi estranei. Neptune sbirciava Uranus con incontenibile curiosità, con l’espressione di un pulcino appena uscito dall’uovo, che non riusciva a smettere di guardarsi attorno. Sembrava che ogni passo fosse una sfida personale nei confronti del mondo che qualcuno aveva scelto per lei.
Era sempre stata così, impetuosa come una tempesta, incapace di stare ferma un attimo, pura, onesta, combattiva.
Se l’era sempre immaginata come una piratessa, con il Talisman fra i denti come una sciabola qualunque e il vento che faceva gonfiare le vele bianche del suo galeone. Forse, adesso che aveva la possibilità di poterla guardare da vicino, l’immagine che si era costruita non era tanto campata in aria: il castello era tutto un aggrovigliarsi di scalinate a spirale e, mentre le saliva, le gonne si attorcigliavano dietro di lei proprio come le vele di un vascello, e i suoi occhi verdi brillavano della luce testarda di chi pensa che una cosa ha deciso e quella farà!
Trascinata dall’entusiasmo della sua corsa, Neptune non si sarebbe stupita se le avessero detto che le erano spuntate le ali, perché Uranus era davvero veloce.
Il vento.
E lei avrebbe fatto di tutto per tenere il suo passo. A costo di impiegarci millenni.
Peccato non poter scorgere il suo viso, in quel momento, perché l’avrebbe sorpresa a sorridere.
Uranus si sentiva lusingata dalla cocciutaggine con cui Neptune si lasciava guidare a razzo fra i corridoi. Aveva trovato un’altra persona che aveva il coraggio di scuotere la testa davanti a quelle convenzioni da caproni, che relegavano delle bambine ai margini del Sistema Solare con la pretesa di assegnar loro un compito da mandare avanti in totale solitudine.
Che non le era mai pesata, prima di scoprire cosa significasse avere qualcuno che affida la sua mano nella tua, e ti guarda con un paio di occhi che sembrano stelle, con una luce che non hai mai visto altrove.
…Chi diavolo era Neptune?
«Dove andiamo?» la sentì boccheggiare a un certo punto, per via della corsa che le toglieva il fiato
«In bagno!» rispose Uranus, col tono di chi ha detto un’ovvietà. Neptune rallentò un po’ il passo, fissandola con aria confusa, una mano sul petto per recuperare un po’ di respiro. Non seppe come, si ritrovò prima per aria e poi sulle spalle della sua amica.
«So camminare da sola!» farfugliò, in una timida protesta.
«Sei stanca. Ne avrai di tempo, per imparare a correre.».
La ragazza non trovò il coraggio e la voglia di replicare, così, abbracciato il collo di lei, accettò il passaggio, non senza un po’ di emozionato imbarazzo: Uranus non era più un’immagine lontana, ma una persona che poteva toccare, solida, tangibile, viva, di cui poteva sentire il tepore.
La principessina in questione arrossì violentemente quando sentì che la testa di Neptune scivolava completamente sulla sua spalla, nella più totale fiducia, come una bambina addormentata. Era leggera, tiepida. Le faceva tenerezza, ma la metteva a disagio, perché di effusioni non aveva mai voluto riceverne, tutto quel contatto fisico era per lei un’assoluta novità.
Diamine.
Chiunque avrebbe dovuto avere una Neptune da abbracciare. O che si abbracciava, era lo stesso…
Fossero stati tutti Neptune, avrebbe abbracciato mezzo mondo senza problemi.
E, se mezzo mondo fosse stato Neptune, avrebbe alquanto gradito, da quanto poteva constatare: sgambettava senza sosta – per la gioia dei suoi reni – sommergendola di domande sulla loro azione sovversiva. Purtroppo per lei, Uranus non era un tipo propenso alle spiegazioni con nessuno.
«Arrivate!» annunciò, e, all’improvviso, lasciò la ragazzina, che sarebbe capitombolata a terra se non avesse avuto i riflessi pronti.
Arrivate… sì, ma arrivate dove?
Neptune si mise in punta di piedi per osservare bene il massiccio portone in argento che troneggiava sulle loro teste. Era sprangato da un gigantesco lucchetto minuziosamente lavorato, che sarebbe stato un avversario temibile anche per uno scassinatore di professione. Ma non per Uranus, sembrava: la guardò che faceva crocchiare le dita delle mani.
«Che cosa—» balbettò, notando che si accingeva a sguainare la scimitarra.
«Shh! Stai indietro.».
Neptune non osò disobbedire.
«E… Ehi, Uranus, frena un moment—» cercò di dissuaderla, conscia di quali fossero i pericoli di una testa calda armata.
«SPACE SWORD BLASTER!».
Ecco, appunto. Non aveva fatto nemmeno in tempo a pensarci, che l’amica si era già scagliata sulla porta… a spada tratta, in tutti i sensi.
«Bene!» sbuffò la padrona di casa, asciugandosi il sudore dalla fronte con un braccio «Direi che possiamo passare!» esultò, scavalcando prima i pezzi di metallo fuso disseminati per il corridoio e poi la breccia aperta a regola d’arte nella porta. Neptune no. Imbambolata dall’orrore, non poteva fare a meno di pensare a cosa sarebbe successo se fossero state a Triton Castle**. Come minimo, non l’avrebbero fatta uscire dalle proprie stanze per almeno un decennio… sempre se l’avessero lasciata viva…
Del tutto ignara del… dramma interiore della sua compagna d’avventura, Uranus, tutta impaziente di andare in avanscoperta, si voltò, lanciandole un’occhiata stupita nel vederla esitare così, di punto in bianco.
«Beh? Non vieni?» domandò, dopo qualche secondo in attesa di… qualcosa. Neptune sembrava seriamente dubbiosa sul da farsi. Uranus le allungò la mano.
«Credi che restare impalate come manichini in quel salone di bacucchi sia la cosa giusta da fare?» incalzò, senza sarcasmo. La ragazzina si morse il labbro e prese a fissarsi i lembi della gonna.
No, non era affatto la cosa giusta da fare, ma forse era l’unica cosa adatta al loro ruolo.
«… lo sai cosa penso?»
«Mhhh, no…» mugugnò Neptune.
C’erano così tante cose che voleva sapere di lei. Tutte quelle cose che non era riuscita a intuire, quelle cose che poteva sentire solo ora, dalla sua voce.
«Se le donne non fossero andate a spaccare musi di qua e di là, col cavolo che adesso avremmo quel che abbiamo oggi! Al limite staremmo ancora in una caverna a farci prendere a clavate dai maschi! Mica è andato qualcuno a dire a quelle “Oh, guarda che fai bene a cacciare le unghie, mi raccomando!”, eh. Ma noi non ci facciamo fregare.» sentenziò, con uno sguardo irresistibile. Fu certa di aver detto le parole magiche, perché la principessina si era illuminata tutta, con un sorriso che le partiva dagli occhi e formicolava lungo tutto il corpo. Scattò ad afferrare la mano che le era stata offerta, ma Uranus la prese per la vita e, senza sforzo, la aiutò a scavalcare il pertugio.
Ancora colta di sorpresa, Neptune vacillò un attimo mentre scendeva un alto gradino di pietra e per poco non ruzzolò bocconi sul pavimento, che sembrava essere parecchio più in basso dello scalino.
La sua prima impressione fu quelle di trovarsi sul fondo di una piscina vuota. La luce delle stelle scendeva dalle vetrate azzurre sopra di loro, rimbalzando sulle sirene di cristallo disposte in cerchio, sul bordo che circondava la vasca.
L’aria, calda e umida, profumava di sapone e faceva appiccicare gli abiti addosso. Eppure, malgrado la temperatura, le tonalità blu di ogni particolare di quella stanza le ricordavano Kaiousei. Uranus camminò spedita verso il centro della vasca, da cui sporgeva la raffigurazione di un timone fra i flutti del mare. Al centro c’era una fenditura, dove la principessa piantò la propria spada con un colpo secco. Dopodichè, la sala si riempì di imponenti scricchiolii di pietra, che segnalavano tutto un meccanismo in movimento. Al posto del timone scolpito si aprì un foro, al cui interno si snodava una serie di tubature di ogni forma e dimensione.
«Accidenti!» commentò Neptune «Questo è un ottimo pretesto per farti portare il Talisman anche al bagno, immagino…» e incrociò le braccia al petto con espressione pensosa.
«Già, peccato che oggi dovranno pentirsi di aver avuto la pensata…» sogghignò la sua amica, la testa piena di progetti sobillatori.
«Qual è il piano?» domandò improvvisamente l’altra, tamburellando su un gomito con le dita. Uranus cominciò a fare avanti e indietro, strascicando i piedi e parlottando fra sé e sé.
«… che ne dici se trasformiamo il palazzo in un parco acquatico…?» disse infine, raggiante.
«Uhm… perché ho la sensazione che tu non abbia pensato a un piano, prima di portarmi qui?» insinuò genuinamente la sua compare.
In tutta risposta, Uranus prese a fischiettare con l’aria più innocente possibile. Neptune, a battere nervosamente il piede a terra, l’altra principessa a camminare in tondo. Le diede le spalle.
«Uhm… magari possiamo—».
«Submarine Reflection!».
La piccola cospiratrice fece un salto di qualche metro, prima di voltarsi verso Neptune con gli occhi che avevano omai le dimensioni di due piattini da the.
«Era quella la conduttura centrale, vero?» domandò la bambina, il dito puntato verso il frutto del suo lavoro, con un sorrisino angelico stampato sul viso.
Lei deglutì.
L’aveva fatto sul serio!
Che femmina.
Per un paio di attimi, fissò il gigantesco buco in quella che sì, era proprio la conduttura centrale. Pochi minuti e tutto il Miranda Castle sarebbe diventato uno scolapasta gigante. Dal tubo salivano inquietanti rumori, come i gargarismi di un mostro… avrebbero aspettato di vedere appena un getto d’acqua e poi se la sarebbero data a gambe. Ma… un attimo, non era una cosa immediata, di solito?
Mah.
Aspettarono.
E aspettarono.
E aspettarono.
Ma l’allegro rumoreggiare continuava imperterrito, come se loro due avessero il tempo di aspettare i comodi della signorina acqua. Uranus decise che, al suo tre, se non veniva fuori da sola, l’avrebbe tirata fuori lei a mani nude. Si rimboccò le maniche con intenzioni bellicose, salvo poi ricordarsi che il suo vestito di maniche non ne aveva. Evidentemente le minacce a qualcosa servirono, perché la principessa era giusto sul punto di dirne una delle sue, di quelle invero poco fini, quando dal fondo del condotto si sentì un rotolare folle di liquami che ghiacciò loro il sangue delle vene. Puntarono un piede indietro, già preparate a battere in ritirata se necessario, ma… beh, qualcosa puzzava. E non stava parlando di tubi.
«Neptune… qui c’è qualcosa di strano.» sibilò la biondina, insospettita dal rumore di bolle che scoppiavano là dentro. Il liquido doveva essere denso, viscoso. Anche Neptune si fermò ad osservare la conduttura con più attenzione. D’istinto, Uranus distese un braccio di fronte a lei, come a voler farle da scudo. A conferma della sua intuizione, le arrivò un’ondata verdastra dritta in faccia. Con una spallata, spinse Neptune all’indietro, per evitarle un’indignitosa collisione con la melma. La sua ospite dimostrò un formidabile equilibrio – con tutti i tacchi, vacillò solamente – fu lei, invece, a finire col sedere a terra.
Esistevano cose peggiori di Princess Uranus al massimo delle proprie potenzialità distruttive.
Una di quelle cose era Princess Uranus furiosa fino all’inverosimile. E ricoperta di robaccia innominabile.
Con un po’ di difficoltà, complici viscide interferenze da parte del pavimento allagato, gattonò fino alle gonne dell’amica per potercisi aggrappare (e sì, sapeva che era un’idea stupida) e ci sarebbe anche riuscita, se la ragazza non l’avesse sollevata per un braccio all’improvviso, con tutta la forza che aveva, per trascinarsela a rotta di collo per il corridoio, scivolando scivolando, stupide scarpe inzaccherate.
«Che diavolo ti è preso?»
«Zitta e corri!».
Voltarsi indietro fu un grosso errore.
«Ne-Neptune!» balbettò, in un ululato schifato «Che cacchio è quel coso!» fece, alludendo al gigantesco mostro che si era dato al loro inseguimento, una massa di fanghiglia verdognola, vagamente antropomorfa e con degli arti troppo prensili per i loro gusti.
«Che ne so», squittì l’altra «magari le tubature avrebbero bisogno di una manutenzione!».
Uranus lo prese un po’ come un colpo basso. Restia ad incassarlo, aprì la bocca per controbattere, ma lo sforzo le costò l’equilibrio già precario… Si ritrovò a faccia a terra nella scia disgustosa in men che non si dica.
Neptune si voltò con il tempismo di una trottola, recuperò l’amica e, tenendosela in braccio, mise le ali ai piedi, con la preghiera di poter uscire da quel corridoio, se non pulita, almeno incolume. O quasi.
Tutto questo, col sottofondo degli improperi di una bambina oramai quasi alga, tale Princess Uranus.
Quando arrivarono all’imboccatura delle scale, non ebbero la possibilità di fermarsi, ne scesero una buona parte sul posteriore, cosa piuttosto drammatica.
«Che facciamo?» chiese Uranus, con Neptune che le abbracciava la vita nell’imboccare un curva fra la rampa del dodicesimo e tredicesimo piano.
«Sei tu quella che ha una spada!»
«Grazie tante, ti avevo chiesto una soluzione!» si lamentò, guardando di sottecchi lo specchio della ragazza, che, più occupata a evitare il pilastro che costeggiava la scalinata, appoggiò la testa sulla sua spalla.
Più si avvicinavano al piano terra, più forti erano le grida degli ospiti, improvvisamente impantanati nel fluido disgustoso. A quanto pareva, aveva invaso il Miranda Castle in lungo e in largo. Non che la loro situazione fosse più rosea… comprensibile, visto che avevano un ammasso di roba fetida alle calcagna, o meglio… dietro al sedere.
Certo era che così non sarebbero andate da nessuna parte. Uranus strinse Neptune a sé con entrambe le braccia, nella maniera più protettiva possibile e, contando i pochi gradini che le separavano dal pavimento, afferrò un pomo di marmo della ringhiera e ci si schiacciò contro insieme all’amica. Sfortunatamente per il mostro, il suo corpo sdrucciolevole non gli permise una frenata repentina. Sfrecciò sul pavimento senza poter riacquistare un po’ di equilibrio, la testa appiattita dall’attrito con l’aria. Sorpassò di parecchi metri le due principesse, che poterono così saltargli trionfanti alle spalle, ammesso che il coso ne avesse un paio… Si scambiarono un sorriso d’intesa.
«Vai, Neptune! Facciamolo diventare viola! SPACE SWORD BLASTER!» gongolò Uranus, sferrando il proprio fendente luminoso.
«Ma sì, che quest’anno va un sacco di moda! SUBMARINE REFLECTION!» ghignò la ragazzina, prendendo in pieno il bersaglio col raggio del proprio specchio, in una letale, perfetta doppia azione con il colpo dell’amica, già micidiale di per sé.
Inutile specificare che non la presero bene, quando il mostro assorbì i loro attacchi migliori come se fossero stati insalata da digerire.
«Hai visto! Ha respinto il colpo!» strillò la bionda, col tono di chi si sentiva alquanto indignato dal fatto in questione e stava seriamente pensando di passare al vecchio metodo di due cazzotti in faccia.

*

«Non credi che sia… beh, che sia un po’ esagerato?» borbottò lui, lisciandosi il mento, un’occhiata scettica in direzione di lei, che sdrammatizzò con un sorriso.
«No. Te l’ha detto, il medico, che se continui a preoccuparti così ti salirà la pressione…»
«Colpa tua! Tu non metterla in queste situazioni, ché la pressione non mi sale! Ma guarda un po’ che—»
«Zitto», lo interruppe lei, un dito sulle sue labbra «ti garantisco che non potrà farle che bene…»
«Vedi, è per questo che odio le dinastie matriarcali!»
«Ma allora vuoi proprio farti dire che stai invecchiando!»
«Umph.» sbuffò lui, voltandosi dall’altro lato, a braccia conserte.
Lei alzò gli occhi al cielo, poi si arrese e continuò a seguire gli eventi sullo schermo.
«… Uh, guarda, tesoro, hai una ruga di espressione sulla fronte!»
«Ma vuoi stare zitto o no!» ribatté lei, notevolmente inviperita. Prima di poter ricevere altre frecciatine, gli assestò uno scappellotto dietro la nuca.
Potere alle donne.
Seccato più che mai, il povero diavolo si decise a fissare gli occhi sul monitor.

*

Spazientita – e in più col timore di dover trattenere Uranus per il vestito prima che facesse qualche stupidaggine – Neptune si schiarì la voce.
«C’è solo una cosa da fare…» esordì solennemente.
«… e sarebbe?» chiese semplicemente l’altra, in tono molto più pragmatico, in totale spregio della suspence.
«Filarsela!» concluse lei, strattonandosela verso il salone principale, per niente contenta di come l’allegro infestatore di tubi teneva il loro passo.
La principessa scagliò al volo un Deep Submerge contro le porte sprangate che si paravano davanti alla loro – ahimé – inarrestabile corsa.
Immaginarsi lo sbigottimento degli astanti, che già erano abbastanza urlanti e disorientati per il fatto di essersi ritrovati in una palude da un momento all’altro, quando, in un’esplosione di schegge di legno e flutti verdi, assistettero all’irruzione, nella sala disastrata, di due principesse dall’aspetto altrettanto disastrato. A chiudere il corteo, un mostro verde, disastrato anche lui. O, più plausibilmente, solamente brutto.
Si dileguarono nel corridoio adiacente con la stessa velocità con cui erano arrivate. La loro apparizione-sparizione fu utile unicamente a gettare tutti nel caos.
In un angolo, Madame Umbriel, al fianco di Queen Uranus – unitasi agli ospiti poco prima del disastro -, si strappava i capelli. La regina dovette appellarsi a tutta la sua fermezza per frenare qualche suo inconsulto gesto di disperazione. Dall’altro lato, King Uranus implorava che gli chiamassero un medico, mentre blaterava di diseredare ed esiliare la sua figlia unigenita. Alla consorte non rimase che un poderoso gancio destro per porre fine a tutto quel delirio.
E poi dicevano che Princess Uranus aveva un brutto carattere…
Se avesse potuto assistere a simili scene di vita familiare, Princess Uranus avrebbe potuto tranquillamente dedurre che dietro ogni figlio manesco si celava un genitore manesco. Ora come ora, comunque, aveva problemi più urgenti a cui far fronte.
Uno dei suddetti era grosso, viscido e, tanto per rendere la cosa più simpatica, la stava inseguendo aggrappandosi alle balconate interne dei piani superiori del palazzo. Grazie a Dio Neptune era agile, leggera e non aveva la benché minima intenzione di lasciarle la mano, anzi, la salvava per il rotto della cuffia quando il marmo era troppo liscio.
«Ci stancheremo, prima o poi!» rifletté ad alta voce, niente affatto felice di considerare l’eventualità.
«Più prima, che poi, dico io…» fece presente Neptune, che di essere ottimista non aveva proprio voglia.
«Speriamo che si stanchi prima lui!» fece Uranus, all’apice del sarcasmo e visibilmente seccata da quel corri-corri continuo.
«Te l’avevo detto, che serviva un piano!» la rimbeccò l’altra.
«Io non sono fatta per i piani!» sbraitò Uranus, anche se la sua giustificazione faceva melma da tutte le parti.
«… Io sì, però.» mormorò Neptune, tentando, a dispetto della posizione assurda, di scorgere il portone divelto del bagno, che, se non andava errata, era proprio su quel piano. Ma sì, era la dea dell’orientamento! Sorrise trionfante quando riuscì a trovarlo. Aiutò Uranus a scavalcare la ringhiera e le impose di seguirla, incurante del fatto che la povera principessina era rimasta a dir poco disorientata: quella era o non era casa sua?
Non che la questione fosse di vitale importanza, adesso che il signor mostro aveva pensato bene di inseguirle alla velocità di un’anguilla, demolendo gli arredi e alquanto determinato a demolire anche loro. Senza tanti complimenti, Neptune fece letteralmente rotolare la principessina nel bagno, con la speranza che il nemico se ne accorgesse almeno con un attimo ritardo, in modo da dar loro anche un mezzo metro di vantaggio.
Fecero appena in tempo a mettere il piede sul gradino, che la bestiaccia era di nuovo appresso alle loro gonne, in un fragore assordante di cristalli in frantumi e marmi sgretolati. A stento si vedeva quando passava.
Neptune si appiattì sul fondo della vasca con Uranus, che, nel frattempo, ne stava richiudendo il pertugio nel centro con l’aiuto della Space Sword. Lanciò una rapida occhiata alla compagna e, in un moto di ammirazione che le fece sentire le farfalle nello stomaco, riconobbe che quella ragazzina non era fatta solo di luce e grazia, anzi, aveva proprio fegato. Brandiva il Deep Aqua Mirror come un’accetta e aveva gli occhi che mandavano lampi. A labbra strette, rimuginava su chissà che stratagemma, lo sguardo che spiava disperatamente le estremità della stanza. Lei la imitò, con lo stesso cipiglio torvo. Perché sì, il mostro immondo era nella vasca e quindi abbastanza vicino alla loro portata, ma, punto uno, assorbiva i loro colpi e, punto due, non sapevano quale potesse essere il punto debole di un inquilino delle fogne. L’unico vantaggio che riuscivano a trarre al momento era la spinta troppo potente che si era dato per raggiungerle: si era incanalato così bene sotto al bordo rialzato che, adesso, continuava a girare in tondo nell’incavo fra questo e la parete, incapace di scivolare più in basso.
Le due ragazze puntarono gli occhi su quell’aureola malefica.
«Quel cavolo di coso è denso, ci metterà un sacco di tempo per arrivare fin qui.» considerò Uranus, senza nemmeno illudersi che non sarebbe mai riuscito a scendere. Nemmeno Neptune aveva fatto affidamento sull’eventualità.
«Abbiamo una manciata di minuti abbondanti.» aggiunse ancora «Sempre se non moriamo asfissiate.» si affrettò a rettificare. L’aria del bagno era ancora calda e soffocante, infatti.
«Cosa mantiene immutata l’aria di questa stanza, anche con una porta sfondata?» chiese Neptune.
«Un incantesimo. Funziona meglio di un riscaldamento e costa pure meno.» rispose la bambina, da perfetta padroncina di casa.
Okay, concluse l’altra. Era perfetto. Ma…
Guardò Uranus con una densa sfumatura di apprensione negli occhi.
In qualità di intenditrice in fatto di aria, la ragazzina in questione sapeva che, se ben utilizzato, il fattore umidità era un’arma infallibile. Aveva una mezza idea delle sue intenzioni… e, naturalmente, sapeva che dovevano essere parecchio rischiose.
Ma non disse niente per un altro attimo.
Per la prima volta, vide Neptune come la bambina che era, con i suoi occhi preoccupati che si preoccupavano per lei, e il suo corpicino d’avorio paralizzato dall’esitazione.
Si arrabbiò perché anche lei era la bambina che era. Ma avrebbe voluto essere un’adulta per darle un po’ di coraggio. E per dirle che non doveva guardarla come se temesse di vedersela sparire sotto gli occhi.
Era bello sapere che era in pensiero per lei, sì… ma così…
Si limitò a farle un gran sorriso. Lei, però, non si tranquillizzò. Intenerita, Uranus le cinse le spalle con un braccio, appoggiando una mano sulla sua.
«Io credo in te.» mormorò, con una sincerità che non aveva mai mostrato a nessuno.
L’altra principessa trattenne il fiato per un momento.
«Non chiedermi perché, ma so di poter crederci.» continuò lei, ridacchiando «Qualunque cosa tu abbia in mente di fare, so che sarà la cosa giusta, perché non fai niente a caso, tu. Non mi importa di rischiare la pelle. Non sono sola. E poi è per una buona causa, no? Meglio provare che arrendersi così, dico io.».
Neptune si sentì bruciare gli occhi. Sperò che le lacrime riconsiderassero l’idea di scendere, perché avrebbe fatto proprio una brutta figura. Si alzò in piedi, con le dita ancora intrecciate a quelle di Uranus.
«Ascolta.» disse «Proviamo a diluire quella schifezza, poi casomai la vaporizziamo, ho in mente un paio di trucchetti…»
«Così mi piaci!» esultò l’altra, entusiasta, la propria mano che scivolava nuovamente al suo posto. Neptune la guardò con un misto di imbarazzo e gratitudine. Piena di orgoglio per la fiducia che l’amica riponeva in lei, sollevò in alto le braccia.
«DEEP SUBMERGE!» e, sotto gli occhi di una Princess Uranus un po’ frastornata, rimase a godersi gli effetti del proprio attacco. Per un buon cinquanta per cento, era costituito dal suo elemento madre, l’acqua. Quanto all’altra metà, ne era proprio il cuore distruttivo, energia cinetica allo stato puro. L’azione dell’umidità calda provvide a separarla dalla parte liquida che, frammentata in milioni di minuscole particelle, penetrò violentemente la viscida corazza del mostro, che incassò, intanto, la spaventosa mole di energia, per poi rimanere fermo e istupidito. Così ammorbidito, cominciò a…
«Ehi, si sta sciogliendo!» gioì Uranus, incredula ed elettrizzata mentre fissava il loro immondo inseguitore tramutarsi in acqua sozza. «Neptune, sei un genio!» aggiunse, saltandole al collo e stritolandola in un abbraccio, sull’onda dell’euforia del momento. Molto probabilmente, il tutto sarebbe stato più d’effetto se non fossero state immerse in mezzo metro di simil-risciacquo di piatti, ma… beh, pensò Neptune, nella vita ci si accontenta. Per una buona volta, poteva proprio dire che tutte quelle ore di addestramento le erano tornate utili e avevano dato… ottimi frutti.
«Evvai!» esclamò, una volta ripresasi da quella profusione di affetto «Ora dobbiamo solo finire il lavoro!».
Per Uranus, simili parole erano musica. Con un ghigno che – almeno per il mostro, o quel che ne era rimasto – non prometteva nulla di buono, fece crocchiare minacciosamente le nocche delle mani e, con gli occhi fissi su ciò che ancora era in piedi dell’avversario, prese la mira.
«WORLD SHAKING!!».
Non a caso, quella era una delle tecniche offensive più… offensive di tutto il Sistema Solare. Solo un dieci per cento della sua composizione era formato da aria, tutto il resto era solo energia sovrumana. Nel loro caso, l’aria della stanza aveva ancora giocato un ruolo fondamentale, perché aveva attutito l’attrito e la potenza del colpo. Una volta entrato in collisione con il mostro, fu in grado di asciugarlo seduta stante in una nube di vapore. Come da copione in simili situazioni di vittoria schiacciante, mancava solo una sfrenata danza celebrativa, convennero le due, prendendosi a braccetto per improvvisare una tarantella. Girando girando, si accorsero che qualcosa era sospetto: la nebbiolina non si diradava affatto, ma si andava addensando tutta in un solo punto. Inarcarono un sopracciglio prima di giungere alla tragica verità… il coinquilino delle fogne non si era ancora dato per vinto. Che tipo insistente, fu il primo pensiero di Uranus, quando se lo ritrovarono di nuovo di fronte. Il secondo, fu un ruggito inaudito.
«Come diavolo ha fatto!» sbottò. Quello era stato uno dei suoi World Shaking migliori!
«L’aria!» gridò Neptune, ad occhi spalancati «Ha asciugato l’acqua di troppo e si è rimesso insieme!».
«Prendila come vuoi, ma non mi sembra molto sportivo, da parte sua!» protestò l’altra, stringendo i pugni. Non era sportivo no, cacchio!
«Pensavo di essere brava in Strategia!» gemette Neptune, risentita.
«Risparmia il fiato!» la zittì la ragazzina, più ferita nell’orgoglio che terrorizzata. Strattonò Neptune a sé, il suo polso sottile che quasi le svaniva in mano. Ebbe l’improvviso terrore che potesse ritirarsi come la risacca mentre correva, nel suo turbine turchese di gonne e veli e occhi e labbra semiaperte nello sforzo di respirare, lasciando lì solo l’ombra blu del suo sguardo.
Lasciandola sola di nuovo.
Si accorse di avere le mani sudate.

*

«… e aggiungo che, per averlo fatto anche intelligente, sei proprio la perfidia in persona.».
«La fai facile, tu. Che hai dovuto analizzare i loro poteri punto per punto? Queste cose richiedono tempo e fatica.».
«Stai girando la pizza».
«Le sto aiutando a crescere.».
«Sempre se arrivano a crescere, con tutto questo macello…».
«Piantala con le battutine. Non si cresce, chiuse in un palazzo in compagnia di se stesse. È l’unico modo in cui possono capirlo.».
«Dai, sono solo due bambine…»
«Mentre tu sei proprio un vecchio idiota, guarda.».

*

«Non si riesce a correre così.».
«Cosa?» chiese Neptune, impegnata a sottrarre un lembo delle proprie vesti alle viscide grinfie avversarie.
«Dammi il Deep Aqua Mirror! È pesante e ci sbilancia, soprattutto se corriamo in due. Sarai più libera, se no qua non si va da nessuna parte! Ho le mani sudate e mi sto cagando sotto, se proprio lo vuoi sapere… non riesco nemmeno a tenerti.».
«Anche la Space Sword pesa…»
«Fidati.».
«Uranus.».
«Mh?» lei si voltò.
«Non lasciarmi sola.» chiese timidamente Neptune, affidando il prezioso specchio fra le sue mani. La ragazzina annuì con dolcezza, poi lasciò la presa e gettò l’occhio sul riflesso dello specchio: l’amica era indietro rispetto a lei di un paio di passi, più o meno, ma già andava meglio di prima, visto che guadagnavano terreno.

*

«Non ti sei accorto degli occhi che ha quando la guarda?».
«Adesso che mi ci fai pensare…» brontolò lui, senza staccare lo sguardo dallo schermo, minuziosamente attento a contemplare la preoccupazione che scuriva quegli occhi così cristallini. Ma non era questo. Nemmeno nelle situazioni di pericolo più estremo avevano mai avuto un’espressione così intensa. Tutto sembrava diverso da quando i suoi occhi si erano poggiati su Princess Uranus in carne ed ossa. Si erano accesi di un misto confuso di gioia, ammirazione, tenerezza, timore. Un miscuglio di sentimenti che bisticciavano l’uno con l’altro e che nessuno le aveva sicuramente insegnato a gestire.
«Ma scusa, tesoro…» si sentì in diritto di far presente, alla luce di tali conclusioni «Non ti preoccupa il fatto che tua figlia sia infatuata di… una principessa?».
Lei rise, con quella civetteria che, da sempre, nascondeva intenti ben più profondi.
«Non vedo dove sia il problema, se Princess Uranus sia l’unica che riesca a guardare come se fosse la primavera in persona.».
Tacque, però, riguardo all’ombra di morte che aveva scorto nel Deep Aqua Mirror tempo fa. Quando la tragedia avrebbe travolto il Silver Millennium, niente e nessuno avrebbe potuto affrontare l’onda d’urto.
Non diceva che un briciolo di felicità in più in sua figlia avrebbe cambiato tutto questo, ma, almeno, l’avrebbe illuminata per il tempo che le restava.
Non immaginava nemmeno lontanamente per quanto tempo si sarebbe protratto quello sfavillio.

*

Si ghiacciava.
Correre ghiacciava fin dentro alle ossa e, ancora di più, le ghiacciava la consapevolezza di quanto orrenda fosse la sorte che le attendeva a meno di un metro di retromarcia. E lei non si sarebbe lasciata sfiorare dalla tentazione di stancarsi nemmeno se l’avesse pagata a peso d’oro. A costo di spappolarsi le ginocchia. Bastava catapultarsi fuori da quell’incubo.
Insieme a lei. Che la pregava di non arrendersi con i suoi occhi blu mare, sepolta nei metri e metri di seta turchese del suo vestito, lei che era bianca come una piccola luce. E chissà se la seguiva ancora.
Fulminata da un brutto presentimento, si voltò nella speranza di smentirlo. Ebbe a malapena il tempo di catturare con lo sguardo il tentacolo che si avvinghiava a Neptune per ricoprirla. Uno stillo acuto, poi più niente.
«Neptune!» gridò Uranus, così forte da spellarsi la gola mentre guardava l’azzurro intenso dei suoi occhi che si ritirava e lasciava le iridi grigie, vuote.
Era colpa sua.
Non avrebbe dovuto lasciarla.
Avrebbe dovuto ascoltarla, quando glielo aveva chiesto.
In un attimo, la morsa letale si strinse ancora di più attorno alla bambina. Stava per scattare anche contro di lei, ma, in un attimo, Uranus sollevò lo specchio e l’orrenda propaggine vi si schiantò contro, per poi tornare al mittente con un rimbalzo formidabile, che si portò dietro la polvere d’argento dei vetri rotti.
Se gli attacchi esterni facevano cilecca, quelli interni funzionavano senza ombra di dubbio.
Immediatamente, il mostro annerì e si accartocciò su se stesso, al contrario del Deep Aqua Mirror, che si ricompose come se niente fosse. La sua proprietaria, invece, scivolò inerte a terra.
Incurante del fatto che i resti del nemico fremessero come una bomba sul punto di esplodere, Uranus si inginocchiò e strinse spasmodicamente il corpicino abbandonato e lurido della ragazzina.
«Neptune! Ehi, Neptune!» prese a scuoterla avanti e indietro, tentando di svegliarla. Tutto quel che le rispondeva era il pigro fruscio dei suoi capelli.
Guardò il collo ciondolante che seguiva docilmente i suoi scossoni e, improvvisamente, le venne da piangere.
Sentì le lacrime scenderle sulle guance, pesanti come confetti.
«Stupida!» singhiozzò, arrabbiata come non si era mai sentita «Pensavo che avresti sempre fatto la cosa giusta! E che cavolo faccio, adesso, senza di te, porca miseria! Hai deciso di buttare il tuo futuro così? Bene! Perfetto! Benissimo! Tanto, chissenefrega! Ero io ad aver bisogno di te!».
Si accasciò contro di lei e la strinse con tutta la forza che aveva. Se il bozzo nero non fosse esploso, non avrebbe neanche avuto il coraggio di guardare il suo visino immobile.
Al botto seguì una violenta cascata di acqua nerastra, che minacciò di strappargliela dalle braccia.
«Se ti azzardi a morire giuro che ti ammazzo!» si infuriò Uranus, tirando su col naso. Le tenne la testa ferma contro la sua spalla per far sì che l’acqua non la trascinasse via e, ben ancorata al robusto cordone di una tenda, richiamò a sé il potere di Tenousei. Così, illuminata da un tenue riflesso dorato, sentì la propria energia fluire da lei a Neptune. Si interruppe solo quando vide che gli occhi della sua amica si stavano riaprendo e che le ginocchia le tremavano come nacchere. Gliene aveva data così tanta che non era neanche più sicura di riuscire a camminare.
«Uranus…» farfugliò Neptune, ancora stordita.
«Ciao.» sorrise lei, con gli occhi ancora lustri di lacrimoni.
«Sei fantastica.» rispose l’altra, non senza arrossire un poco.
«Se restiamo ancora qui, credo lo sarò all’altro mondo!».
La ragazzina annuì con rinnovata energia e aiutò Uranus a rialzarsi, dato che non riusciva a reggersi sulle gambe. L’acqua che rombava violenta rendeva il tutto ancora più difficoltoso, si portava dietro sedie, tavoli, statue, tendaggi, che cominciarono a sfilare in mezzo alle due bambine che arrancavano in mezzo ai flutti. Qua e là si sentivano le urla degli invitati, troppo spaesati anche per fuggire, e un coro di vetri rotti.
Lungi dal preoccuparsi delle sorti di casa sua, Uranus si aggrappò ben bene alle spalle che Neptune le offriva. Per quel che le riguardava, il Miranda Castle avrebbe anche potuto trasformarsi in un cumulo di pane grattugiato, ora che lei era viva e vegeta. Sicuramente, era più rilevante questo, piuttosto che il degrado degli interni del palazzo.
«Come usciamo da qui?» le chiese Neptune, che le teneva la mano ferma sulla sua spalla mentre la corrente le trascinava al piano terra.
«Più in là c’è l’uscita che dà sul… cacchio! Il giardino!» trasalì la padrona di casa. Neptune la spiò con la coda dell’occhio.
«Dannazione, nessuno deve rovinare quel giardino!» disse semplicemente lei. Era l’unico luogo del Miranda Castle in cui si sentisse libera.
Purtroppo, il danno era fatto e, siccome l’incolumità di entrambe aveva la precedenza, sia Uranus che Neptune dovettero rassegnarsi all’impatto. Uranus in particolare, conficcò le unghie nel braccio della povera ragazza alla vista della fragile porta di vetro, che si sarebbe infranta seduta stante… e avrebbe fatto un male cane. Abbracciò Neptune e, facendo il conto alla rovescia, sfondò con lei il friabile cristallo che si parava di fronte a loro.
L’aria gelida della notte morse loro la pelle bagnata come una belva feroce. Per un infinitesimo attimo, Neptune si ritrovò davanti una sterminata distesa di rose blu, che crescevano magnifiche sotto il cielo stellato.
«Maledizione, le rose di Tenousei!» inveì Uranus, in preda alla frustrazione.
«SILENT WALL!!» un grido riecheggiò attraverso l’aria diaccia. Uranus e Neptune, che già si vedevano spazzate via dalla furia cieca dell’acqua insieme alla superba fioritura del giardino, si strinsero l’una contro l’altra e scoprirono, con loro grande meraviglia, di essere coperte da una grande cupola che allontanava il pericolo da loro e anche dalle rose. Ancora intirizzite e confuse, si voltarono per capire chi le avesse salvate e, dalle pareti trasparenti del loro riparo, videro un paio di occhi violetti che fuggivano via con un sorriso birichino.

Aspettatemi.
Un giorno nessuna di noi sarà più sola…
Sarete voi a salvare me.

Le due si scambiarono un’occhiata confusa: avevano sentito una bambina che parlava nel vento… o l’avevano sognata? Se ne avessero avuto la possibilità, ci avrebbero riflettuto volentieri. Purtroppo, anche la loro proverbiale difesa si stava incrinando come una bolla di sapone sotto l’assalto dell’acqua. Strizzarono forte gli occhi, meglio morire ignorando cosa ne sarebbe stato di loro, ma, proprio quando tutt’e due stavano facendo il resoconto delle loro marachelle per fare una cernita delle cose di cui pentirsi, vennero accecate da una luce insostenibile, oltre la quale, poco dopo, si distinse la maestosa sagoma di una donna ammantata in un drappo bianco. I suoi lustri, serici capelli azzurri si dipanavano eleganti, toccavano il suolo e lì si adagiavano in mille morbide pieghe. Con un cenno della mano, dissolse tutti i… fattori di disturbo della serata. In un secondo, le ragazzine assistettero stupefatte all’immediata sparizione di ogni singola goccia di acqua lurida. Dalle pareti semitrasparenti del castello si vedeva perfettamente il modo in cui il pavimento tornava praticamente immacolato, o il modo in cui ogni mobile si sollevava per magia e si risistemava – perfettamente ricomposto – dov’era in precedenza, poco importava quanto fosse fracassato.
«Madre!» gridò Neptune, disorientata dallo stupore. La donna si voltò per guardarla negli occhi.
«Ciao, tesoro.» le sorrise, con un tono pressoché poco appropriato per ricevere una figlia che aveva combinato un’invidiabile serie di catastrofi tutte in fila. Con una punta di vergogna, Neptune le fece un breve inchino. Uranus, invece, era troppo occupata ad arrotolare in maniera dignitosa la mascella che le era crollata fra i fiori.
«Queen Neptune!» balbettò, in preda all’imbarazzo
Adesso non era più un mistero capire perché Neptune fosse così bella.
Doveva alla madre gran parte della sua grazia.
Avevano lo stesso viso delicato, dai lineamenti regolari, lo stesso colorito chiaro, gli stessi capelli – che differivano solo per i riccioli – e gli stessi occhi trasparenti, anche se quelli di Neptune non erano così slavati.
«Uhmmm…», mugugnò la bambina, tormentandosi una ciocca di capelli con un dito, gli occhi bassi mentre schiacciava al petto il Talisman che l’altra principessa le aveva restituito «Non avevi detto che mi avresti mandata da sola perché ti fidavi di me…?» azzardò.
Sua madre si concesse una risatina misteriosa, poi si inginocchiò alla sua altezza «Hai ragione, ma credo di aver fatto bene a non seguire il tuo consiglio… o mi sbaglio?» la punzecchiò, accennando con gli occhi a Princess Uranus, che, in risposta, sentì la propria faccia prendere fuoco. Era un verme. Un verme di sangue blu, ma sempre verme era.
Però… forse si sbagliava, ma vedeva una sorta di complicità nel modo che aveva di squadrarle.
Avrebbe dovuto dire qualcosa. Sarebbe stato carino tentare di salvare almeno la faccia a Neptune, visto che lei era ben oltre il limite del salvabile.
Ben decisa a sfoderare le proprie presunte abilità diplomatiche, fece per schiarirsi la gola, ma la sovrana la batté sul tempo, con una gentilezza squisita.
«Immagino vogliate seguirmi nel salone, per un po’ di doverose spiegazioni…» disse. Le principessine tossirono in maniera eloquente, facendo spallucce, ma non potendo evitare di muoversi a passi strascicati verso la gogna.
Uranus, in fondo, ci era abbastanza abituata… Neptune no, a quanto pareva. Fissava il pavimento con incredibile attenzione, tutta raccolta nei propri pensieri. Per una che non era mai stata sgridata, questo era un drastico salto di qualità che la rese ancora più irremovibile sul fatto di doverla difendere a ogni costo. Silenziosamente, le prese la mano. Era una frana in qualità di dispensatrice di coraggio e meglio di così non sapeva fare. Il bello di Neptune stava proprio nel suo riuscire a vedere tutte queste piccole sfumature e ad accoglierle come se fossero le più palesi dimostrazioni del mondo. Con un sorriso grato strinse due dita fra le sue.
Ecco, esattamente quel tipo di sorriso capace di restituirti un po’ di sacrosanta allegria quando sai benissimo che sarai impietosamente scartavetrata dal parentado in un paio di minuti.
La tremarella si presentò puntuale appena il monumentale ingresso al salone principale venne solennemente spalancato. Gli ospiti erano tutti in piedi, vocianti e in attesa di chiarimenti. Queen Uranus se ne stava ritta sui gradini che portavano al suo scranno, i lunghi riccioli biondi sciolti sulle spalle cadevano sull’abito blu come un fitto ricamo d’oro. Sia lei, sia il resto dei presenti si erano accorti da tempo dell’assenza delle due principesse e avevano subito pensato a un loro immancabile contributo a quella straordinaria serie di calamità. Certamente, si aspettavano l’entrata in scena di due ragazzine con la coda fra le gambe, non di una piccola processione di cui Queen Neptune era la più imponente protagonista. Sospingeva delicatamente la figlioletta, che a sua volta era seguita da Princess Uranus che la teneva per mano. Lo spettacolo scatenò una riverenza collettiva. Solo la regina si limitò a un contegnoso ma amichevole cenno del capo. Non vedeva da anni la carismatica sovrana di Kaiousei e, nonostante la sorpresa, simili visite erano sempre piacevoli.
«Queen Neptune, qual buon vento! Pensavo che tua figlia fosse qui in tua vece!» e, così dicendo, spostò lo sguardo sulle bambine, riservando un’occhiata un po’ meno indulgente sulla sua, di bambina.
«In effetti è così» spiegò l’altra regina «la mia visita non era esattamente programmata, inoltre credo che Princess Neptune abbia svolto il suo compito come di dovere. Tuttavia, mi sento in obbligo di dire che senza Princess Uranus non ci sarebbe mai riuscita.» concluse con un sorriso incoraggiante.
A qualcuno andò di traverso la saliva, qualcuno diede inizio a un concitato chiacchiericcio, mentre quasi tutti, comprese le piccole principesse, strabuzzarono gli occhi. Queen Uranus, pur senza emettere un suono, non poté fare a meno di restare a bocca aperta.
«Devo dedurre che escludi la complicità delle nostre Princesses negli… eventi che hanno interessato la serata?» domandò, davvero curiosa della risposta che la vecchia amica aveva sicuramente in serbo per lei.
«Beh, a dire la verità, la responsabilità è quasi tutta mia.» replicò effettivamente lei. «Mio marito ed io abbiamo semplicemente guidato la loro normale irrequietezza infantile. Sapevamo che, se avesse tentato qualche marachella in grande stile, nostra figlia si sarebbe servita dell’acqua, così…» e, senza bisogno di terminare, si godette lo stupore seminato fra gli astanti «Il mostro che ha turbato la quiete del ricevimento era opera mia e le nostre qui presenti principessine sono state un esempio di coraggio esemplare. Ammetto di aver faticato molto per crearlo a puntino, assicurandomi di prendere in considerazione ogni singola peculiarità dei vostri poteri, in modo che risultasse un avversario abbastanza temibile. Ma vedo che non vi siete arrese e vi siete adoperate a colpirlo in maniera intelligente, senza mai perdervi d’animo.».
Calò il silenzio.
Com’è comprensibile, le due principessine erano le più esterrefatte di tutti e il loro silenzio era quello che più interessava e divertiva la giovane regina. Di nuovo, si mise in ginocchio per non torreggiare troppo sulle loro figurine puerili.
«Hai idea del perché io l’abbia fatto, Neptune? Perché ti ho seguita fin dall’inizio, secondo te?» chiese dolcemente. Onestamente, la bambina non ne aveva idea. Uranus, quale perfetta antitesi di quella ragazzina così pensosa, era palesemente ansiosa di sapere, ma la sovrana si rivolse di nuovo a sua figlia.
«Avevo intenzione di scuoterti, tesoro mio. Era mio intento – intento perfettamente riuscito, a quanto vedo – farti dubitare delle disposizioni che qualcun altro ha fatto per conto tuo. Il beneficio del dubbio è il più prezioso seme dell’intraprendenza, il tramite più efficace di cui si dispone per aprire gli occhi sul mondo. L’occasione era semplicemente perfetta.» e le strizzò l’occhio con una complicità deliziosa.
Neptune rimase a riflettere un attimo. Aveva sempre pensato che i suoi genitori credessero fermamente in quel che le imponevano, che la guida di qualcuno portasse senza dubbio a quel che era giusto per se stessi. Non era importante che lei rifiutasse quelle regole sempre e comunque: nutriva sempre la timida speranza che, un giorno, avrebbero contribuito a fare di lei una buona regina. E adesso scopriva che sua madre lo era proprio perché, a suo tempo, aveva avuto modo di contestarle apertamente e non di rimuginare sulla loro assurdità, come aveva fatto lei quella sera. Tutt’a un tratto, si sentì leggera.
Guardò Princess Uranus negli occhi.
Era una cosa che aveva sempre saputo.
«E perché… insomma… che c’entro io?» si sentì – giustamente – in diritto di domandare Uranus.
Oh, arrossì lievemente Neptune, anche questa era una cosa che sapeva da sempre.
Queen Neptune le accarezzò la testa bionda con la stessa amorevolezza che aveva avuto con la figlia.
«Mia piccola Uranus… credi che Neptune avrebbe potuto superare senza problemi tutti gli ostacoli che le hanno dato problemi? Mi risulta che una personcina in particolare abbia fatto di tutto per proteggerla, non è vero?» ridacchiò. La bambina assunse il colore di un pezzo di brace accesa «E tu stessa… non hai forse trovato il coraggio di andare avanti grazie alla sua presenza e al suo supporto? Entrambe siete state indispensabili l’una all’altra. Vi siete aperte, avete confabulato, riso, sofferto, avete ideato strategie su strategie unendo le forze e non vi siete mai lasciate indietro proprio perché sapevate che l’essere fianco a fianco era la chiave di tutto. Non è stato un World Shaking a distruggere il mostro, né un Deep Submerge. È stata l’ispirazione del momento, quando una di voi due ha rischiato la vita. Si fa molto di più, e lo si fa molto meglio, quando ogni nostra azione è volta a proteggere una persona a cui teniamo.» disse.
Uranus fissò Neptune.
Che lei fosse un sacco importante non aveva dubbi.
Tutto in lei era speciale. Non aveva mai visto nessuno così esile e così forte, nessuno che sapesse procedere con tutta quella determinazione, che fosse così tenace nel mantenere il suo passo.
Era un gran bel motivo per condividere con lei una missione. Perché sapeva investirla con tutta la luce del mondo senza bisogno di un Talisman. Perché aveva fiducia in lei. Perché aveva stima di lei. E lei gliene era grata.
Così grata che avrebbe voluto abbracciarla ogni minuto.
Cercò qualcosa di arguto per rispondere al sorriso sereno di Queen Neptune, che divenne ancora più dolce e caloroso quando si accorse che la principessina non sapeva come incominciare.
«Su, bambine, andate a cambiarvi e poi a giocare.» suggerì, alludendo ai loro vestiti bagnati e inzaccherati. Loro non se lo fecero ripetere due volte e, l’una accanto all’altra, sfrecciarono via.
Lasciando volare appena lo sguardo, Uranus si rese conto che dal volto di sua madre si era dileguata ogni traccia di rimprovero.
Decise che era un buon motivo per mettersi a saltellare.

*

La cosa più fantastica di quel guardino era che dava l’impressione di essere sospesi.
«Mi piace un sacco stare qui.» sorrise Uranus, beandosi del vento che le scompigliava i capelli. «Da piccola…» mormorò, ma Neptune la interruppe.
«… da piccola ti guardavo sempre, quando chiedevi a tua madre di raccoglierti le rose.» rise sotto i baffi, con un accento di malinconia. Uranus si spezzò quasi il collo nella fretta di girarsi a guardarla, ad occhi sgranati.
«Come—» cercò di chiederle, ma, davanti al suo visino sereno, sentì che le parole si annodavano fra loro.
«Io ti ho guardata per tutta la vita, attraverso il Deep Aqua Mirror.» ammise Neptune, diventando tutta rossa nel frattempo. «Tutti mi dicevano che ero una bambina così bella, così dolce e così gentile, che non faceva mai rumore, non dava mai fastidio e non disobbediva mai. Forse era per questo che non avevo amici, gli altri passavano il tempo a correre e scherzare. Io no.».
Intenta ad ascoltarla, Uranus non riusciva a staccare lo sguardo dalla gioia che le leggeva negli occhi.
«Mi ricordo che una sera mia madre mi disse che non ero l’unica che era dispiaciuta perché era sempre sola. E quella volta mi ha raccontato di te. E quella sera, è stata la prima volta che ho usato i poteri del Deep Aqua Mirror, volevo… conoscerti. Ma non potevo. E allora ho deciso di guardarti da lontano e ho scoperto che tu eri un sacco più forte di me. E qualunque cosa facessi, riuscivi a non sentirti mai sola, a non fare sempre quel che dicevano gli altri. E non eri… non sei… meno bella di me perché disobbedisci. Anzi, io credo che tu sia molto più bella di me. È per questo che sono qui, ho chiesto a mia madre di poter vederti, almeno una volt—».
Bella non era proprio il termine giusto. Voleva andare oltre gli occhi e i capelli, voleva intendere quella forza irresistibile che l’avvolgeva tutta, dentro e fuori, ma era l’unico aggettivo abbastanza universale che fosse riuscita a trovare.
«Hai sentito che ha detto tua madre, però, no?» chiese allegramente Uranus, porgendole una grande rosa blu. «Adesso che è importante stare insieme potrai venire a trovarmi quando vuoi!».
Neptune, ridendo, accettò il fiore dalle sue mani.
Sì.
Aveva ragione.
Rimase immobile a fissarla, con un’espressione curiosa e felice stampata sul viso. Presa di sorpresa da quello studio così attento, nemmeno Uranus osò muoversi.
Figurarsi se ci riuscì quando vide che Neptune avvicinava il naso al suo… fino a premere le labbra sulle sue labbra, per poi ritrarsi senza darle il tempo di accorgersi di quel che stava succedendo.
«Grazie di tutto.» si sentì dire poi.
La principessa sbatté le palpebre.
«Puah, che roba mielosa!» protestò, ma non riuscì comunque a spiegarsi perché fosse ancora tanto assorta a fissare la curva rosea e morbida della sua bocca.
Sentì il piccolo crack della rosa che si piegava quando si sporse in avanti.
Prima che Neptune potesse deludersi, Uranus le aveva restituito la cortesia.
Non sapeva di mare come si sarebbe aspettata. Piuttosto, sapeva di frutta, un po’ di fango, un po’ di oli da bagno, ma il perché era comprensibile…
Si sentì attraversata da un’ondata di dolcezza quando tornò al suo posto.
«Ehi, Neptune…»
«Dimmi.»
«A me non piace molto ballare, ma se vuoi, alla prossima festa… mi piacerebbe ballare con te.».
«Contaci!» le assicurò la bambina.
«Ehi, tesoro!» chiamò Queen Neptune, spuntata sulla soglia dei giardini «Temo sia ora di tornare a casa!» aggiunse, avanzando verso le due. Una volta vicina, appoggiò affettuosamente una mano sulla testa di Uranus.
«Puoi venire su Kaiousei quando ti pare! Mi raccomando, ti aspetto!» esclamò, prendendo sua figlia per mano.
«Sissignora!» replicò la biondina, scattando sull’attenti.
Chi aveva detto che i balli erano solo cerimonie da vecchi bacucchi?
Mentre le guardava allontanarsi, sorrise.
Faceva piuttosto freddo.
Era proprio ora di rientrare.

*

«Che peccato che si sia rovinata… le rose di Tenousei sono un po’ come le nostre, sai: non crescono in nessun posto oltre al loro pianeta d’origine. E poi, sei stata anche un po’ sfortunata, non sono fiori che si piegano facilmente… Sono indiscreta, se ti chiedo come hai fatto?» fu la domanda di sua madre non appena la principessa le appoggiò sul palmo della mano non un bel fiore, ma lo stelo spiegazzato che ne restava. Che dire, era un regalo fuori dal comune, dal quale sua figlia non sembrava nemmeno turbata.
Anzi.
La vide che si voltava a sorriderle.
«È stato il vento.» mormorò, un brillio sereno negli occhi.
Eh sì, ridacchiò fra sé e sé.
Era proprio cresciuta.

~owari

*Tenousei e Kaiousei: rispettivamente, Urano e Nettuno. Dato che già loro si chiamano più o meno così, sembrava brutto ripetere!
**Triton Castle: Il castello di Princess Neptune.

*

A/N 13 febbraio 2007, ore 0:24 (con cambio di finale il 14 febbraio 2007, 22:49. Dio, non ce la faccio più XD). Gesù, è la shottina più lunga della mia carriera, nonché la prima della mia prima raccolta e partecipante a un concorsuolo XD. Sailor Moon è una ventata di novità per me XD. Le princess forms e la loro vita passata sono la cosa che più mi affascina del manga. So di essermi presa qualche licenza poetica in merito, tipo, so che i Castles non erano proprio residenze e cose del genere. XD e che Princess Saturn non potrebbe intercedere neanche come spirito, ma vabbé. La spinta verso l’uso delle princess forms mi viene da una bellissima fic inglese che si intitola Timeless Dance, autrice Yayapai, ma l’idea mi stuzzicava già dai tempi (parola groooossa XD) di Ai Dake ga Dekiru Koto, dove avrei voluto dedicare un po’ di più spazio a Princess Uranus e Princess Neptune …
Per il resto, che dire della fic… Primo, che l’ho odiata certe volte, certe volte l’ho amata XD, fortuna che quelle volte sono state di più. Secondo, ne riconosco i punti morti e, terzo, spero che non si passi troppo tempo a correre! XD Nonostante queste fisime, la mole e il tempo che ci ho messo confermano anche una grossa mole di impegno corrispondente XD! È stata una stesura impegnativa assai, piena di riscrivi e riscrivi, le cose platoniche sono brutte bestie XD ma alla fine ho detto quel che volevo dire nel modo in cui lo volevo dire. Le principessine ti riempiono la testa di belle immagini XD. Concludo con un paio di curiosità… a parte che i vari Kings, Queen e Madame Umbriel sono © me e che Queen Neptune è un’adorabile schizzata open-minded, Umbriel è il nome di un satellite di Urano <3. Aspettatevi altri nomi satellitosi nei vari sequels e prequels, ufuf. Si ringraziano sentitamente Hope on Fire di Vienna Teng e Kaze no Machi e da Tsubasa Chronicle! <333 Grazie della vostra attenzione! Juuhachi Go.

PS: L’HO FINITA SUL SERIOOOOOOOOOO!! EVVAIIII!!!

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