[Kingdom Hearts II] Gravity of love

Titolo: Gravity of love
Fandom: Kingdom Hearts II
Personaggi: Axel, Roxas, Naminé, Marluxia, Topolino, Riku, Sora
Parte: 1/1
Rating: R
Conteggio Parole: 8416 (LibreOffice)
Note: AU, omosessualità accennata, lieve nsfw, se non ricordo male. Doficesima classificata alla Sfida Vampiri, Streghe e Lupi Mannari dell’Anonima Autori.

Gravity of love

Look around just people, can you hear their voice
Find the one who’ll guide you to the limits of your choice

But if you’re in the eye of storm
Just think of the lonely dove
The experience of survival is the key
To the gravity of love.

C’era una volta – sospirò Naminé, stringendo il blocco da disegno in bilico sulle ginocchia – Twilight Town.
Poi, era arrivato il Soul System, e lei si era ritrovata prigioniera in quella torre quasi senza rendersene conto, lei e quel profumo di rose spesso come un drappo di velluto.
Aveva sempre detto a se stessa di non conoscere un criterio giusto o sbagliato secondo cui applicare i propri poteri; adesso, gettando un’occhiata azzurra e desolata alla città cristallizzata, laggiù, oltre la finestra, si sentiva l’unica colpevole ombra a cui tutti dovevano imputare quello stato di cose. Potendo scegliere ora, avrebbe sicuramente detto con certezza che quello fosse il peggior modo di servirsi delle proprie capacità.
Con gli occhi sulla porta, ammise che mai prima di allora la solitudine era riuscita a colpirla in maniera talmente lancinante.
Al cigolio dei cardini seguì una testa di ordinati e serici capelli rosa.
Marluxia era finalmente arrivato; la sua ombra troneggiava su di lei, e i suoi occhi ridevano solerti e inespressivi.
«Strega» disse, avvicinandosi a lei ed appoggiando le sue grandi mani sulla pelle trasparente delle sue spalle «Ho di nuovo bisogno del tuo potere.»

~

«No, dico,» ruggì Roxas, gonfiando le guance e pestando le mattonelle come se fosse sua intenzione polverizzarle «che razza di domanda è “Come sta Sora?”?! Lo sappiamo tutti, come sta Sora! Sta che è una merda, sta! Voglio vedere loro, trattati come concime multiuso!»
Axel alzò gli occhi al cielo, aggiustandosi il bavero nero e rigido del prominente mantello, controllando che Oblivion, il Keyblade di Roxas, fosse ben assicurato dietro la sua schiena – l’eventualità che potesse estrarlo troppo facilmente in uno di quei suoi momenti di bestialità acuta lo terrorizzava quanto una mandria di rinoceronti in una cristalleria.
«Rox,» sibilò, afferrando il ragazzino per il gomito e tirandoselo dietro con chiaro desiderio di accelerare il passo «se continui a fare il coglione in questa maniera così spudorata credo che Marluxia ti toglierà anche il permesso di vederlo, tuo fratello! E allora sì che ci troveremo nei cazzi!»
«Deve solo provarci a non farmi vedere il re!» berciò «Io gli pianto un macello!»
«Devo ricordarti che ha un esercito di galoppini, e che noi siamo un manipolo di comari?»
«Axel, santo Dio, potresti evitare di farmi a pezzi la poca verve che mi è rimasta?» lo fulminò il biondo, con un diavolo per capello.
«Scusami se ci tengo alla tua pellaccia, eh…»
Roxas sospirò, il peso metallico di Oblivion che sbatteva ad ogni passo dietro la schiena. Axel guardava il pavimento con aria risentita, passandosi una mano nella stravagante chioma rossa.
A vederli così, oggi, dovevano proprio sembrare una coppia stranamente assortita, con i larghi mantelli fermati sul collo da pesanti chiusure d’argento e le falde dei cappotti di cuoio che sbucavano svolazzando da sotto di essi.
I Cavalieri dell’Ordine non erano più una vista comune, da quelle parti, né tantomeno erano graditi, ma né lui né Axel avevano intenzione di piegarsi a Marluxia e alle sue manie di onnipotenza.
Una volta, sospirò Roxas, evitando di incontrare gli occhi del compagno, non era così. Twilight Town era il punto nodale che proteggeva i mondi dall’avanzare dell’Oscurità, e Sora e il suo Keyblade se ne erano sempre presi cura come qualunque re assennato avrebbe fatto: la figura imponente – licenza poetica – di Sua Maestà con il suo scintillante Keyblade immacolato, Oathkeeper, era ben presto entrata nel patrimonio folkloristico del loro popolo, così come Oblivion era a ragione considerato la sua ombra, con le sue affascinanti volute nere e l’immensità spaventosa del suo potere.
Sora rideva spesso di quelle leggende – diceva che Oblivion, della cui misteriosa potenza tanto si favoleggiava, fosse il perfetto compagno dell’irreprensibile broncio del suo fratellino.
Ma a Roxas sembrava proprio che fosse di gran lunga più serio quando, nell’introdurlo fra i Cavalieri dell’Ordine, l’aveva battezzato col nome di Chiave del Destino. Forse, adesso, Roxas si rendeva conto di quanto quel nome pesasse davvero su di lui. Di tutto quel che era rimasto dei Cavalieri dell’Ordine, di quella rosa di guerrieri che il re avrebbe dovuto spalleggiarlo e proteggerlo, lui aveva la totale responsabilità, ora come allora.
Il che, fondamentalmente, spiegava perché Roxas passasse tutto il tempo a stigmatizzarsi per tutto quel che era successo: avrebbe dovuto controllarli meglio.
All’epoca, Marluxia non si faceva ancora chiamare il Leggiadro Sicario. Era il Fiero Rigoglio. E nessuno era mai riuscito a capire come un regno intero avesse potuto cadere fra le maglie della sua seduzione, come avesse potuto tradire Twilight Town per sprofondarla in un pozzo di oscurità che pochi, oltre a Roxas ed Oblivion, percepivano. Allo stesso modo, nessuno riusciva a capacitarsi di come l’undicesimo in termini di grado fra i Cavalieri dell’Ordine avesse potuto surclassare il potere devastante di Oathkeeper e circoscriverlo nel Soul System.
La città si era chiusa in una coltre di cristallo.
Naminé – la fragile ragazzina che aveva intrecciato ghirlande attorno alla sua testa di bambino – aveva capitolato alle sue tenebre.
E Sora, precipitato in un sonno senza sogni, nutriva la città con ogni fibra del suo cuore, trasformato nel fulcro del Soul System, che, da brava sanguisuga, suggeva la sua anima per trasformarla in ombra ed alimentare quella città di tenebra nata dalle ceneri di Twilight Town.
Anche Oblivion, la Chiave che dissipava l’oscurità, poteva ben poco in confronto a quell’enormità: sulla sua punta tutto quel che era buio diveniva polvere, ma Roxas si sentiva così piccolo al suo confronto – lui, col suo scalcagnato gruppo di compagni – che opporgli resistenza era sempre più difficile.
Eppure continuavano a provarci.
Eccome, se ci provavano.
Ammise che, probabilmente, se avesse seguito i consigli di Axel, ci sarebbero anche riusciti.
Conosceva il Soffio di Fiamme Danzanti da quando Sora tentava di cambiare i pannolini a entrambi, e di lui aveva capito alcune cose fondamentali.
Primo, più andava avanti con l’età e più il cervello si restringeva.
Secondo, il suo livello di bastardaggine aveva un limite invalicabile: superato quello, Axel era capace di rimangiarsi qualunque mefitica macchinazione avesse escogitato – e questo significava guai per tutti.
Ma cazzo, per essere il guardiano del Fuoco, ragionava davvero a mente fredda.
Però, insomma, borbottava Roxas fra sé e sé, non era colpa sua se era refrattario alla dittatura, e ogni occasione era buona per scoppiare.
Lanciò un occhiata rabbuiata in direzione di lui.
Aveva le ciglia appena abbassate sui penetranti occhi verdi, in un’espressione palesemente pensosa – segnale inequivocabile di un rimbrotto in arrivo. Ciononostante, Roxas ridacchiò: significava anche che Axel era onnipresente, e che si sarebbe aggrappato a lui con le unghie per spingerlo avanti e spingersi insieme a lui.
Ogni squadra di eroi sfigati aveva bisogno di un’energia simile.
O almeno, lui ne aveva un bisogno irrinunciabile.
E tanti saluti agli altri.
Lo sbirciò di nuovo con aria torva, e non fece in tempo a distogliere lo sguardo, che una mano guantata se l’era attirato vicino per scompigliargli gli ingovernabili capelli biondi con una robusta strofinata.
«Fesso, guarda che per farmi arrabbiare davvero devi sorpassare tutt’altro limite…»
«Tipo ricordarti di quando Riku ti ha ricamato Alexandra sul mantello a lettere rosa?» suggerì, facendo scintillare gli occhioni blu con aria innocente.
Tipo, confermò, poco dopo, il ceffone formidabile che lo mandò lungo disteso sul pavimento.

~

Non era quel genere di persona che andava a braccetto col sentimentalismo.
Certo che era anche colpa dell’ambiente.
Nelle sale schermate del palazzo dovevano entrare da una finestra dimensionale – non era divertente dover vivere sotto lo stesso tetto di Marluxia e dover organizzare una rivolta allo stesso tempo.
All’entrata, li accoglievano un Reggente pronto a mangiarseli a cena e un tronfio sfaccendato con la sua migliore faccia da funerale.
Non era certo un bel posto dove sospirare come femminucce.
«Allora?» Topolino, imbacuccato nel mantello di Reggente, li guardava immusonito, battendo il piede a terra.
Roxas sospirò, Axel alzò le mani per privarsi di qualunque responsabilità.
«Io i collegamenti al Soul System li avrei pure trovati, se il principe non si fosse messo a strepitare come una gallina!»
«Da che parte stai, tu?» scattò Roxas, offeso «Dillo, almeno, che è perché qualcuno continuava a ripetere “e se poi lo ammazziamo? E se Marluxia ci vede? Posso ammazzare Marluxia, se poi ci vede?” come se avesse due anni!»
Axel tacque e mise su due chilometri di broncio.
Riku, spostandosi dagli occhi una lunga ciocca di capelli d’argento, sospirò innervosito, e raggiunse i due a larghe falcate, puntando su di loro una feroce occhiata acquamarina.
«Insomma, siete proprio tutto fumo» e qui fissò con insistenza gli occhi sottili e felini di Axel «e niente arrosto! Lo sapevo» disse, rivolto a Topolino «che su questi due non si può fare affidamento…»
«Questo significa che invece tu hai trovato i dati su Naminé.» inquisì il Reggente, squadrandolo da capo a piedi.
«Beh …» borbottò Riku, arrossendo fino alla punta dei capelli «… veramente fra i materiali di studio di Sora non c’era proprio nulla che riguardasse Naminé… Se è davvero esistito qualcosa, si è volatilizzato proprio come lei.»
«Avrà distrutto tutto.» brontolò Roxas a sua volta, metà frustrato e metà pensieroso. Sora e il suo pallino della segretezza. Axel lo guardò di sfuggita prima di far scorrere gli occhi su tutti gli astanti.
«Non ancora ci avete spiegato» fece, rivolto al Reggente «il perché di tutto quest’interesse improvviso in merito a Naminé. Credevo dovessimo limitarci a ritrovarla e a salvarla da Marluxia.»
«Ovviamente.» sentenziò Topolino, cupo «Il fatto è che adesso abbiamo un motivo in più per farlo.»
Tutti tesero le orecchie.
«Ho trovato tracce di lei attorno all’aura di Marluxia. Ha una potente barriera che lo circonda, ma queste hanno attecchito lo stesso.»
Le sue parole annichilirono il quartetto, e Roxas fu il primo che, pallido come un cencio, riuscì a parlare.
«Perché sono tracce magiche.»

~

«Non posso» si rifiutò Naminé, in un respiro tremante come un battito d’ali mentre un dito di Marluxia scivolava prima fra i pochi fogli intonsi del suo album e poi sotto la sottile stoffa bianca del suo vestito, accarezzandole la gamba minuta con il palmo della mano.
Sorrise, avvicinando il viso al suo, le dita dell’altra mano che sfioravano la punta del suo seno acerbo e che, lentamente, si intrecciavano fra i sottili capelli biondi. La ragazzina socchiuse gli occhi per un momento, le labbra appena dischiuse – l’odore di rose di lui penetrava sotto i pori della pelle, le inondava i sensi e si appoggiava sulla lingua come un sapore, un sapore amarognolo che le scendeva lungo la gola, mentre le sue mani di caldo velluto aggiravano il suo collo pallido e danzavano lungo le pieghe trasparenti dell’abito.
«… E come farai, quando la solitudine ti rivorrà indietro, Naminé? Davvero ci tornerai?» mormorò, contro il collo che lei gli offriva, appoggiando un bacio nell’incavo della sua clavicola.
Lei rispose con un sospiro, sentendolo scivolare sotto l’orlo della gonna, le labbra che si appoggiavano sulle sue, scandendo il ritmo affamato delle sue carezze. Lasciò che lui la spingesse contro il muro e sollevasse le trine infantili del vestitino.
No. Non sarebbe tornata mai.
L’album in equilibrio accanto a loro atterrò sul pavimento, disseminando ai loro piedi schizzi di capelli biondi e occhi azzurri.

~

«Naminé, eh?»
Sora la portava spesso da lei.
Cuginetta, la chiamava. Fragile e bianca come una tortorella, amava stare in quella stanza tappezzata di grandi fogli bianchi striati di ditate a colori brillanti, in un mare disordinato di giocattoli frusti. Le dicevano sempre che non poteva uscirne, d’altronde.
Sora – già re, già grande – li guardava giocare contenti, ed esibiva un sorriso luminoso a braccia conserte.
A pensarci ora, nei suoi occhi luccicava un po’ di malinconia: Naminé era una ragazzina sola e di salute cagionevole; Sora – che non perdeva mai occasione di prendersi a cuore il cosmo – doveva soffrirne molto.
Axel, invece, era l’unico a ostentare una testarda gelosia nei suoi confronti, e se ne stava tutto immusonito a guardarli giocare, aspettando probabilmente il momento in cui Roxas si sarebbe voltato e sarebbe andato a giocare con lui. Roxas lo sapeva benissimo, voleva troppo bene a quel testone per lasciarlo in santa pace nel suo cantuccio, così non doveva fare altro che afferrarlo per i capelli e trascinarlo al centro della stanza, incurante dei suoi strilli: già da piccolo Axel aveva seri problemi a trattare col resto dell’universo, figurarsi se poi l’universo suddetto era rappresentato da Roxas e da Naminé, che aveva (giustamente) preso il suo migliore amico per un principe azzurro, ed aveva cominciato ad adorare entrambi, una volta abituatasi alla vista dello spettinato moccioso rosso che stava alle calcagna del biondino e la guardava in tralice.
«Perché nessuno si è mai accorto che Naminé possedeva dei poteri magici? Perché abbiamo dovuto accorgercene adesso che Marluxia l’ha rapita?»
Appoggiato alla sponda del suo letto – perché Riku aveva deciso di requisirgli il suo – Axel si voltò verso quel mormorio e si grattò pensosamente uno dei due piccoli tatuaggi sulle guance.
Roxas fissava il drappeggio blu del baldacchino con aria assorta, le gambe stese sul materasso con pesanti stivali al seguito.
«Perché forse eravamo troppo felici per rendercene conto» rifletté l’amico, sedendosi su un angolo di coperte a fianco a lui e aspettandosi una risposta umanamente comprensibile da quell’espressione di assorta preoccupazione.
Roxas scosse la testa – anche perché quel piglio improvviso da filosofo di Axel gli faceva quasi paura.
«Non è solo questo.» e si appoggiò alla pesante testiera del letto, mentre quella sottospecie di porcospino in fiamme si voltava a guardarlo per chiedergli spiegazioni.
«Con Oblivion ho percepito solo oscurità e niente magia in Naminé, prima che scomparisse. Il potere oscuro che l’aveva riempita non derivava da nessuna capacità magica: era un problema di influenza… l’influenza di Marluxia.»
«Forse lei ci aveva già chiuso il suo cuore, così tanto che Oblivion non ha potuto percepire altro che oscurità.»
«Qualunque potere Naminé possa avere, non può essere così mostruoso: Oblivion racchiude anche le vibrazioni del mio cuore rispetto alle persone che ho attorno, ed è impossibile che abbia risuonato a vuoto. Qui c’è qualcosa di strano.»
«Complimenti per l’acume, Rox…» bofonchiò Axel, sarcastico, beccandosi una meritata occhiataccia.
«Giacché ci siamo,» fece, dopo un po’ di sonnacchioso silenzio «ti sei mai chiesto perché Marluxia si sia interessato a Naminé?»
«Non ne ho idea,» rispose il principe, sconsolato «sicuramente sapeva di questi suoi poteri. Il punto è… perché noi non ci abbiamo fatto caso, e se n’è accorto solo lui, praticamente? E soprattutto, di che potere si tratta, e a cosa gli serve? Marluxia non è diventato molto più potente di prima…»
«No,» confermò Axel, cupo «il suo progresso, comprese le barriere di cui si è circondato, è tutto allenamento. Non c’è per niente magia, dietro. E si è allenato proprio bene, il fighetto.»
«Mh.» annuì Roxas, tetro: c’era da dire che, almeno, suo fratello aveva avuto la relativa fortuna di non morirci, sotto i colpi della sua falce. Lui, invece, i Cavalieri smembrati sotto quei fendenti li ricordava tutti: anche a volerli restituire a Marluxia uno ad uno, alla fine avrebbero riavuto indietro meno di quanto avessero mai posseduto.
Davanti alla sua fronte aggrottata, Axel si impegnò a guardare dall’altro lato e a gettargli un braccio sulla spalla.
«Salame, stai diventando sentimentale» sentenziò. Venne ignorato.

~

Naminè avvolse al seno il guazzabuglio di lenzuola che la copriva – l’afrore di rose appiccicato alla pelle – ispezionando con lo sguardo la disadorna camera grigia, i suoi sandali e i vestiti gettati ai piedi del letto, le trine nere del baldacchino, Marluxia beatamente addormentato al suo fianco e gli abbozzi di Roxas sparsi fra loro e ammonticchiati malamente al suolo, sulla base spaginata del suo album da disegno. Conscia che un solo fruscio di troppo avrebbe potuto tradirla, raccolse tutto in un mucchio disordinato, troppo massiccio per le sue piccole mani scosse dai fremiti, e cercò di ridurlo in pezzi, ma lanciò un grido quando la morsa d’acciaio della mano di Marluxia le afferrò il polso.
«No!» strepitò, mentre lui le inchiodava il braccio sul letto e strattonava via i disegni dalla sua stretta per poi attirare contro di sé la piccola strega in un gesto brusco, gli schizzi fuori dalla sua portata.
«Non dovresti disobbedire così, Naminé» le disse, in tono di melliflua minaccia. Lei singhiozzava e tremava disperatamente, costretta contro di lui, con i pugni sul suo petto e il viso rosso.
«Non posso!» stridette, in un vano tentativo di liberarsi, ma la presa di lui era salda e impietosa: con piglio distante e atono, la guardò dibattersi come un cardellino.
«Non posso fare questo a Roxas!» urlò ancora «Lui è l’unico che mi abbia-»
«Devo ricordarti» la interruppe lui con freddezza «che è stato Sora a gettarti nella tua situazione con il suo buonismo, e che Roxas ti avrebbe già trovata, se avesse voluto? Lui ha altri amici su cui contare. Ha il Soffio di Fiamme Danzanti.»
Naminé smise di tremare e di guardarlo negli occhi.
«Aiutami a dominare il mondo senza che io debba costringerti, mia cara…» la voce di lui le accarezzò l’orecchio e Naminé chiuse gli occhi nel sentire che l’uomo si alzava.
Che senso aveva un mondo fatto di oscurità e di silenzio, si chiese, riportando alla mente i chiassosi brontolii di Roxas e le effusioni ancora più rumorose di Axel.
Con un sospiro, si infilò nei propri vestiti e corse via.

~

I tre anni che erano trascorsi refluirono nella mente di Roxas con quella levità nostalgica del sogno, in cui i colori sono più brillanti e i dettagli più sfumati. Rivide con gli occhi di allora la sala luminosa e brulicante di nobili in abito da cerimonia. Lui, in alta uniforme, cercava di guardare la folla con aria sufficientemente regale, nonostante fosse soffocato dallo spesso mantello ricamato d’argento e da una ridicola giacca di velluto che lasciava intravedere gli stupidi ricci grigi della camicia di seta. In piedi di fianco al trono di Sora, si accorse di avere le mani tutte sudate, ma deglutì stoicamente, fissando Axel che si inginocchiava davanti a lui, spogliato dei suoi quindici anni, gli occhi verdi che brillavano di un serioso fervore al cospetto della mano tesa appena verso di lui.
«In ginocchio davanti a voi, Vostra Altezza, giuro oggi di agire in nome della Luce, e di rispettare mansuetamente il vostro comando. La mia vita è ai vostri piedi, e la consacro a proteggere la vita di Sua Maestà il Re, e di chiunque sia a lui vicino.» e prese la mano di Roxas per avvicinarla alle labbra.
Roxas non riuscì a trattenere del tutto un sorriso: quelle parole così formali, che Axel aveva dovuto imparare intervallandole fra una bestemmia e l’altra, adesso avevano sulle sue labbra una sfumatura accorata, sentita.
«Mi affido al vostro giuramento, e vi nomino Soffio di Fiamme Danzanti, Ottavo Cavaliere dell’Ordine e Signore del Fuoco.» rispose, soffiando sulla luccicante polvere rossa che il Reggente gli aveva posto fra le mani.
Stavolta, nella lucente nube scarlatta, riuscì a farsi sfuggire un sorriso senza preoccuparsene troppo.
Gli altri visi erano macchie di colore: Larxene, Vexen, Saix, volti che giuravano fedeltà a parole, ma che Roxas sapeva sarebbero andati a ingrassare le fila di Marluxia non appena ne avessero avuto l’occasione.
Forse proprio quest’ultimo pensiero fece in modo che Marluxia apparisse, invece, con una nitidezza quasi cruda. Il Roxas diciassettenne che già conosceva la vanità della sua promessa lo scrutava per scorgere l’assetato bagliore nei suoi occhi, il sorriso impercettibile e sardonico, la sua compiaciuta tranquillità – particolari che, col senno di poi, non erano da considerarsi indice di semplice orgoglio.
Poi, le tinte di ciò che lo circondava si illividirono, Axel e il salone circostante si sbriciolarono davanti ai suoi occhi, ma subito Roxas sentì Oblivion pesargli fra le mani, e si riconobbe: lui e Axel stavano correndo a perdifiato lungo i corridoi del palazzo, fino alla Sala della Quiete, a sventare la follia di Marluxia.
Chiuso dentro il se stesso quattordicenne, Roxas si osservò agire.
Axel lo afferrò per la manica della giacca perché corressero più velocemente nella dissestata semi-oscurità che li circondava: alcune condutture dell’acqua erano scoppiate, avevano inzuppato candele e lanterne, così loro furono costretti a correre con la sola guida della tenue luminescenza dei chakram di Axel, incuranti delle violente scosse che scrollavano il palazzo dalle viscere.
«Tu hai una vaga idea su che cazzo stia succedendo qua dentro?» urlò il Soffio di Fiamme Danzanti, sovrastando quel rumore assurdo: era visibilmente fuori di sé dalla rabbia.
«No! Marluxia ha tutta l’aria di fare sul serio, contro Sora! E quel che è peggio è che non sembra nemmeno impazzito!»
«Quel che è peggio» rettificò Axel con un ruggito «è che queste scosse di terremoto non vengono da Oathkeeper, mi sa che tanto fesso il fighetto non è!» e insieme slittarono su una pozza d’acqua.
«Rox, la porta!» ululò Axel, indicando il massiccio portone sbarrato da una serratura che stava loro di fronte. Senza scomporsi, il principe tese Oblivion perché si incastrasse al volo nel pertugio, e la girò come se il Keyblade fosse stato una comunissima chiave.
Le porte si aprirono con un tonfo di metallo antico per mostrar loro un Sora che, debole e tremante in mezzo a una stanza di arredi sventrati, brandiva inutilmente Oathkeeper contro la falce di Marluxia, che spargeva scie inebrianti e maligne di petali scarlatti. All’altra estremità della stanza, Riku era coperto di sporco e di sangue, e teneva le unghie della mano destra piantate sul pavimento: le gambe e l’altro braccio sembravano letteralmente ridotti in una miriade di schegge, e c’era da chiedersi perché, al posto di fissare lo scenario davanti a sé con muta e furiosa impotenza, non stesse ululando di dolore.
«Via per l’Alba!» gridò Axel, slanciandosi a soccorrere il Cavaliere e schivando i rabbiosi fendenti a distanza di Marluxia, per il quale – allo stato attuale – il Re doveva essere un’irrisoria distrazione, stando alle apparenze.
Roxas rimase impalato sulla soglia, sopraffatto dalle immagini che si avvolgevano nella sua testa. Gli occorse un secondo per avvertire il braccio che aveva artigliato il suo.
Si voltò di scatto.
«Naminé!»
Aveva la consistenza del reale, ed era in bilico su un buco nero aperto nello spazio.
«Roxas, non c’è più tempo! Devi proteggere Sora, devi svegliarlo prima che Marluxia prenda il sopravvento sull’equilibrio di questo mondo, e io… io non voglio che ti accada qualcosa di orribile!»
«Cosa dovrebbe succedermi? E perché prima sparisci nelle tenebre di Marluxia e poi riemergi per dirmi certe cose? Cosa sei in realtà, Naminé?»
«Una persona che ha sbagliato e non può tornare indietro facilmente, e sarebbe pericoloso dirti di più su quello che sono ora qui… Questo contatto ha i minuti contati, ma… domani notte vieni alla Sala della Quiete. Nella vera Sala della Quiete. Là potrò—»
«Naminé!» esplose Roxas, scattando con Oblivion in pugno. Ma due mani spuntate dalla voragine nera spintonarono la sua amica in quei flutti scuri, e il mondo intero si crepò irreparabilmente, annullandosi con uno schianto.
Roxas si svegliò con un formidabile sobbalzo, stretto nell’abbraccio molle e inconscio di Axel, che alla fine si era addormentato sul suo letto – un sogno. Solo?

~

«Sei entrata nel suo sogno, strega?» Marluxia la prese per i polsi, e Naminé sostenne coraggiosamente il suo sguardo senza proferire parola, con espressione ferma e decisa. Lui sembrò placarsi.
«Oh beh,» disse, lasciandola e prendendo a passeggiare con contenta disinvoltura avanti e indietro «se non altro hai fatto in modo tale da attirarli dove mi saranno utili per il mio piano, ancora meglio di quanto ti avrei costretta a fare! I miei complimenti, bambina» gongolò, arricciando le labbra in un sorriso malevolo. La ragazzina lo fissò ancora, e tutta la fierezza di poco prima scivolò come olio lungo il viso sbiancato e levigato dall’orrore.

~

«Dobbiamo andare da Sora. E per ‘andare’ intendo ‘fottersene delle udienze ufficiali di quel culo aromatizzato alle rose e andare a sistemare la situazione coi vecchi metodi’» ringhiò Roxas, facendo il suo ingresso nel sotterraneo schermato con al seguito un Axel tutt’altro che convinto del programma.
Riku e Topolino spostarono lo sguardo su Roxas, trasalendo per la sua brusca entrata in scena. Il Reggente lo guardò con aria perplessa.
«Buon Dio, cos’è tutta quest’irruenza?» indagò: era stato il precettore di Roxas per tanti anni, e simili reazioni le aveva viste solo quando Sua Altezza era in vena di capricci e quando succedeva qualcosa di particolarmente strano.
«Ho fatto un sogno, e Naminé ci è entrata dentro. Era la vera Naminé, e ha cercato di parlarmi di equilibrio dei mondi e di qualcosa di orribile che Marluxia sta progettando contro di me.» riportò velocemente, evidentemente sovreccitato dall’evolversi della situazione.
«Uhm» si impensierì l’altro «Che genere di sogno era?»
«Un allegro revival degli ultimi tre anni» rispose Roxas, infastidito al solo ricordo. Con una fitta di pena, Axel lo guardò stringersi inconsciamente nelle spalle – sembravano sopportare a fatica il peso di Oblivion e di quei ricordi.
«Una visione» si intromise Riku, grave. Topolino annuì, e Roxas con loro. Con un sospiro preoccupato, il Reggente andò a sfilare un’ampia pergamena da uno scaffale sul quale ce n’erano una decina, tutte accatastate insieme.
Era una mappa: la dispiegò sul tavolo, e tutti i Cavalieri vi gettarono l’occhio.
«Questa» disse Topolino, puntando col dito la grande stanza al centro di quell’infinita rete di caselle «è la Sala della Quiete.»
«Il cuore del palazzo» gli fece eco il principe.
«È tutto quel che ha in comune con la stanza che ricordate» lo avvertì il Reggente, cupo, prima di indicare la stanza soprastante.
«Questa è la Sala delle Udienze. Il cristallo che contiene Sora si alza tramite una piattaforma al centro della Sala della Quiete, fino a incastrarsi nella campana di vetro della Sala delle Udienze, dove ci è permesso di vedere Sora ogni settimana. La Sala della Quiete contiene tutti i dispositivi del System, e ogni ingresso a portata di uomo è protetto da potenti barriere magiche. Marluxia è l’unico che può aprirle, ma possono farlo anche Oblivion e Oathkeeper, se non fosse che il sistema di difesa le rivelerebbe immediatamente. Se l’ordine di recarsi lì viene da Naminé, però, è probabile che il sistema possa venir disattivato per permetterci di entrare»
«Quindi è una trappola.» rimuginò Riku.
«No.» Topolino scosse la testa con fare sconfortato. «Potrebbe essere qualcosa di molto peggiore.»
Tutti si scoccarono occhiate interrogative, ma lui non aggiunse altro in merito.
«Ci sono pochi tipi di streghe capaci di pilotare e penetrare i sogni altrui,» riprese «e ci toccherà trovarli tutti prima del tramonto. Seguitemi» decretò, incamminandosi lungo un passaggio segreto che conduceva alla biblioteca.

~

«Dovremo combattere contro Naminé?» brontolò Roxas, distendendosi sulle pagine aperte di un antico volume rilegato in cuoio. Axel lo osservò spostando una pila di fogli, che nevicò inevitabilmente sui capelli del biondo.
«Dipende dal gioco che sta facendo» mormorò, e lui si trovò ad assentire con aria triste mentre l’amico continuava «E questa cosa è davvero troppo strana: non sappiamo né se Marluxia la stia usando come alleata, né se quella cretina ci stia davvero aiutando.»
«E tu… beh, tu cosa farai?» domandò timidamente il ragazzo, vergognandosi della richiesta e della vulnerabilità che vi aveva infuso.
«Qualunque cosa accada, ti salverò da te stesso, credo» rispose lui, con un sorriso pieno di sfacciato, gioviale sarcasmo. Roxas sorrise, scaldato da una muta gratitudine. Tornando a chinarsi sul suo lavoro, non si accorse dell’eccessiva concentrazione che Axel stava ponendo nel proprio. Si riscosse solo quando sentì lo strappo della pagina che l’amico era impegnato a leggere.
«Trovato qualcosa?» scattò, i nervi tesi.
«Sì, cazzo» rispose Axel, e Roxas lo guardò di sottecchi quando, invece di condividere la scoperta con lui, l’amico si cacciò il pezzo di carta in tasca senza concedergli nemmeno una sbirciata.
Tentò di esibirgli un broncio dei più duri, ma Axel si alzò, dandogli le spalle, per allontanarsi verso le sue stanze.
Piccato, Roxas imitò il suo esempio andandosene a passi pesanti nella direzione opposta.

~

Era strano.
Lui ed Axel stavano immobili davanti alla porta sprangata della Sala della Quiete – gli altri contavano sul fattore sorpresa. La serratura che avrebbe permesso ad Oblivion di andare a regolare i conti con Marluxia era sparita senza lasciare traccia, e loro due rimanevano a testa alzata a fissare l’arco spropositato di quell’ingresso. Non osavano respirare, avvolti nel nero livido e denso di quella notte senza lanterne. Dal canto suo, Roxas sentiva solo il rimbombo irrequieto del suo cuore – o forse era quello di Axel? Quell’imbecille, che faceva congetture e se le teneva per sé! Cretino! Non riusciva a smettere di sbirciarlo con la coda dell’occhio, e Axel rispondeva all’occhiata con la perplessità esagerata di chi, pur sapendo qualcosa, optava per il silenzio. Roxas sospirò. Un po’ di luna gli cadeva sul viso a raggi sottili, probabilmente doveva sembrare più pallido e tirato di quanto fosse in realtà.
Si voltò bruscamente verso di lui, faccia a faccia.
«Axel?»
«Mh?»
«Se stai meditando su cose stupide tipo mettermi al riparo da ogni inconveniente della battaglia… provaci e io ti ammazzo su due piedi.»
Axel rise di gusto, e lo guardò con un’espressione di adorabile sfacciataggine disegnata sul viso. Poi prese la mano di Roxas per baciarla, imitando l’atmosfera pomposa di quelle cerimonie in cui si trovava costretto a farlo.
«Ho giurato quel giorno, Vostra Altezza. Non tornerei indietro neanche se potessi.»
Roxas gli fece un largo sorriso, gli occhi luccicanti di una punta di commozione.
«Questo perché sei proprio scemo» e, mentre Axel si esibiva in un sospiro teatrale, lui afferrava Oblivion in una mano e si preparava a scaraventarla contro la porta – le maniere forti funzionavano sempre. Il metallo cozzò contro quello del portone, che si schiuse all’istante, obbedendo a qualche misterioso ordine. Axel e Roxas digrignarono i denti.
Marluxia stava assiso sul trono al centro della stanza – una stanza di un lucente, accecante, vuoto biancore. Non era certo la stanza che si erano aspettati di trovare, si irrigidì Roxas, abbandonando immediatamente tutti i ricordi di tendaggi e mobilio sovraccarico.
«Finalmente, Vostra Altezza» articolò Marluxia, con voce gelida e divertita.
Accoccolata sul gradino del suo scranno, c’era Naminé. Tremava, in preda ai singhiozzi, un album da disegno macchiato di lacrime sembrava agitarsi come un pettirosso fra le sue mani, e la visione pietrificò completamente tutti e due.
«Saluta i tuoi amici, strega» le ingiunse viscidamente l’uomo, e Naminé si limitò a sollevare su Axel e Roxas il suo sguardo orlato di lacrime.
«Roxas… io…»
Una risata di Marluxia tranciò il farfuglio disperato delle sue parole. Alle sue spalle, l’ombra lucente del cristallo in cui Sora dormiva lo avvolgeva come un mantello. Con un altro sorriso, si armò della falce che teneva dietro la schiena. Due petali di rosa si materializzarono minacciosi nell’aria.
«Non puoi perdere il coraggio ora, mia cara. Non desideravi dire a Roxas di essere la causa di tutte le sue sofferenze?» disse, ma lei non l’ascoltava: scuoteva la testa tenendo le mani sul viso, i fogli che si spargevano sul pavimento, e Roxas non poté non vedere che mille riflessi di se stesso erano appena abbozzati in un marasma di ritratti in cui scorgeva pezzi di tutta una vita.
«Il nostro cuore è composto dell’immagine delle persone che amiamo, e di quello che siamo stati» mormorò lei, una volta calmato l’accesso di pianto. Non riusciva a guardare il suo amico negli occhi. Se l’avesse fatto, vi avrebbe letto un’orripilata sorpresa. Solo Axel stava al suo fianco rigido e silenzioso, le labbra strette e un’aria di torva gravità disegnata sul viso.
«Quello che la vostra amica intende dire,» Marluxia scavalcò Naminé «è che i suoi disegni hanno il potere di scollegare i ricordi nel cuore della gente per disgregarlo.»
Puntò la falce su Roxas, e Axel scattò sulla difensiva, mentre Roxas scostava la minaccia dell’avversario con un secco colpo di Oblivion, che fece sprizzare scintille e fiori.
«I Keyblade sono parte del vostro cuore, e fra poco otterrò anche quello dell’Oscurità, cara la mia Chiave del Destino. Cancellare i tuoi ricordi – e il tuo cuore insieme a loro – è il metodo più semplice per sciogliere il legame fra voi» ghignò l’uomo, parando l’attacco di Roxas con due rumorosi fendenti, sollevando un fiotto di petali simile a sangue vivo. Axel roteò i chakram in una scia di fuoco, ma la punta letale di quella falce ne arrestò la furia, e il loro proprietario balzò da un lato a recuperarli.
Per quella manciata di secondi, il suo compagno rimase col fianco scoperto, esposto agli assalti incalzanti e feroci di Marluxia. Il taglio della lama scivolò pericolosamente sul suo viso alterato dalla sorpresa, accecandolo con quella miriade di petali sanguigni e stordendolo con la loro essenza oleosa. Annaspò, incapace di pensare. Naminé. La piccola Naminé. Non poteva essere vero.
Cadde, e si parò con le mani per non sbattere la schiena contro il suolo, mentre Axel sfrecciava a deviare il colpo che Marluxia stava per vibrare sul suo petto. In quel gesto, sentì tutto il pavimento ondeggiare a vuoto sotto il proprio peso.
C’era qualcosa di strano in quella stanza.
Il suo avversario si lanciò su di lui, e Roxas lo ostacolò con l’asta di Oblivion, senza riuscire a trovare una falla nella sua difesa – Axel era l’unico diversivo su cui potesse contare, perché gli attacchi dei suoi chakram sprigionavano fuoco e sottili scie di fumo: Marluxia doveva costringersi a non sottovalutarli per non finire carbonizzato, oltre ad assicurarsi che la caligine non gli impedisse troppo di concentrarsi sugli avversari.
Con una rapida occhiata, Axel fissò Naminé: legacci simili a rampicanti spinosi fabbricati con il potere oscuro di Marluxia la inchiodavano al suolo. Fece per scattare verso di lei.
«Non osare, stupido piromane!» si lanciò il traditore, ma Axel ghignò: era caduto in pieno nel trucco. Libero di colpirlo alle spalle, Roxas ottenne solo di farlo barcollare per un attimo. Sgusciò via, mentre lui doveva orientarsi di nuovo nella nebbiolina, e solo allora, indietreggiando, poté rendersi conto che la Sala della Quiete era un’immersa piattaforma che saliva dalle acque, scure e gorgoglianti acque violacee.
«Roxas, attento!»
La voce di Axel arrivò troppo tardi: il rovescio di Marluxia lo spedì al suolo con un botto sordo, che fece ondeggiare pericolosamente l’intero pavimento. Il principe si ritrovò nuovamente di schiena, faccia a faccia con il nemico. Stavolta, i gomiti con cui cercava di sostenersi sporgevano appena dal bordo.
«Acqua della Memoria, ragazzo mio» sibilò l’altro, il volto deformato da un ghigno folle «Cadici dentro e di te non rimarrà che un sottile guscio vuoto. Naminé è nel mio pugno, non mi serve più nemmeno che lei mi obbedisca o meno. Mi bastano i suoi disegni e la sua presenza per attivare l’effetto. Cancellerò il tuo cuore con una potenza di mille volte superiore alle capacità di quella sciocca ragazzina!»
«L’ho sempre detto io, che voli troppo in alto, tu!» tuonò una voce sarcastica. Un attimo dopo, il taglio di Way to the Dawn stava calando come un giaguaro sulla gola di Marluxia, che schivò il colpo in punta di lama e si voltò, disseminando petali ovunque.
«Non l’avevo detto prima io? E fra l’altro, complimenti per la puntualità, Riku!» sbuffò Axel in una superba scia di fuoco. Marluxia zigzagò con rabbia attraverso di essa. I tre si scrutarono con odio per un attimo, prima che il biancore immoto della stanza risuonasse nuovamente di boati e detonazioni.
«Ma guardati, Via per l’Alba» ridacchiò leziosamente il loro avversario, freddi occhi azzurri che scintillavano maligni in direzione di entrambi «Il prode cavaliere di Sua Maestà che lo difende a spada tratta. Mi chiedo quanta verità tu abbia rivelato a questi poveri ragazzi.»
«Non che tu sia chissà che garanzia in merito!» abbaiò Axel, i chakram che mulinavano in un infinito serpente di fiamme: inseguirono Marluxia, e l’offeso non poté fare altro che evitare la cascata incandescente con una serie di parate e capriole, evoluzioni che diedero ad Axel il tempo di avvicinarsi nuovamente a Naminé, e a Roxas quello di piombare nella mischia come una furia.
«E voi, Vostra Altezza, non siete certo meno all’oscuro degli altri, il che è stata una grave mancanza, da parte di vostro fratello!» gli disse il nemico, ridendo sonoramente, nell’eludere i suoi colpi.
«Taci, Marluxia!» ruggì la voce del Reggente dal fondo della stanza. In men che non si dica, si era già catapultato fra loro, lanciando fendenti ovunque.
«Tacere? E perché mai, Reggente? Non prendo ordini da chi non regge più un bel niente, io! E voi tutti credete davvero che Sora sia un re pio e giusto?»
Nessuno gradì la provocazione insita nella sua domanda, nemmeno Naminé: impegnato ad ostacolare quel pazzo in tutti i modi, Axel tentava comunque di osservare le reazioni di lei alle parole del suo aguzzino. Si dibatteva forsennatamente, per scappare a silenziarlo, o per scappare da tutti loro.
Ogni parola che sprizzava dalle labbra di lui diventava una tenue scia di petali che danzava fra i guerrieri, modellando sagome vaghe come fantasmi.
«Vi ha persino nascosto che Naminé era una Memoriae, e che, in quanto tale, doveva vivere all’interno di un’illusione.»
«Cosa?» esalarono il principe e il suo seguito, avventandosi su di lui con maggior rabbia. Nel mentre, i fantasmi recitavano davanti ai occhi il riflesso di quel fantomatico tassello mancante.

~

Sora fissò il lurido e tremante fagotto accovacciato ai suoi piedi, prima di tendere verso di esso una mano, accompagnando il gesto con un sorriso gentile.
«Ehi, piccola. Non vuoi dirmi almeno il tuo nome? Dove sono la tua mamma e il tuo papà?»
«Non mi vogliono, perché sono una Memoriae. Così dicono, la mia mamma e il mio papà.»
Il re si irrigidì, ma sembrò subito cambiare idea, addolcendo lo stupore della sua espressione.
«Un grande peso e un grande dono, per una piccolina come te. Se vuoi, ti posso aiutare. Nel mio palazzo c’è una stanza speciale in cui possono prendere vita tutte le illusioni che voglio. Se tu vivessi in una di queste illusioni, i tuoi poteri non farebbero più male a nessuno.
Negli occhi di quella sudicia bimba si accese una piccola luce, mentre le dita si appoggiavano su quelle di lui.
«Andiamo. Avrai bisogno di un nuovo nome… e credo proprio che a palazzo troverai una compagnia davvero gradita» le disse, dolcemente.

~

«Eppure tu eri tutto e non eri abbastanza» disse Marluxia con voce penetrante. Di fronte a lui, Roxas lo ascoltava con aria disgustata e ferita, Axel al suo fianco, pronto a proteggerlo non appena Marluxia avesse fatto un passo falso.
«Ho teso a lei per anni, per anni ho desiderato il potere di una Memoriae, e un giorno l’ho trovato per caso, seguendo una traccia dei suoi sogni. Sogni fatti di desideri. Sogni fatti» rise sprezzante «di libertà.»

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«Naminé.»
«È il tuo nome?»
«Mh. Ho solo quello. E i fogli e i colori. E queste pareti e il mio potere.»
«Non è poco» sorrise lui.
«È nulla» borbottò Naminé, scostando gli occhi dai suoi.
«Allora» respirò Marluxia, vicino alle sue labbra «Vieni con me.»

~

«E sei stato tu a farla passare da un’illusione a una torre,» Roxas urlò fino a spellarsi la gola, Oblivion fra le mani, tentando in tutti i modi di atterrare Marluxia, che si stava impegnando sempre più a spingerlo sul ciglio del pavimento «solo per poterti servire del suo potere?»
Sapeva la risposta, sapeva di non volerla davvero udire. I suoi occhi, sfocati dal furore e dalla ferocia, quasi non videro Axel e il suo fuoco che liberavano Naminé dalle sue catene spinose, o Topolino e Riku che si lanciavano in suo soccorso.
«Intanto, io sono il volto del suo sogno, e Sora quello della sua prigione.» lo derise gelidamente lui, roteando sapientemente la falce sopra la testa per colpirlo e farlo sprofondare nel baratro, in un vortice di rose rosse smembrate.
«No, Marluxia.»
La voce era di Naminé.
Tutti si voltarono per osservarla.
Sul suo lindo e serioso viso di bambina non si leggeva la minima traccia di infanzia. Axel la stava sorreggendo, avvolto da una luce sfavillante che si spandeva da quelle fattezze sottili.
«Non ho fatto alcun sogno, io, da quando ho scelto la tua Oscurità. È stato essere prigioniera di un’altra illusione… e la colpa, stavolta, è stata solamente mia.»
L’ultima parola fu un fievole respiro, perché Axel sollevò il corpicino in un accorato abbraccio e, senza che nessuno potesse reagire, trapassò quei fragili strati di carne ed ossa con i chakram. Il sangue che si raccolse in una polla sul pavimento era perlato e iridescente, ma la sua lucentezza svanì nel giro di qualche secondo, il tempo di permettere a Naminé di modellare un lieve “grazie” che la morte le lasciò sospeso sulle labbra.
«I ricordi che le Memoriae scollegano dai cuori finiscono nel loro sangue» mormorò Axel con voce inespressiva. «Non c’era altro modo per annullare i suoi poteri. E lei lo sapeva.»
Tese un braccio in direzione del volto di Roxas – da quei grandi occhi azzurri era sparita ogni traccia dell’usuale durezza, e sull’orlo lucido delle ciglia continuavano a scorrere lacrime bollenti ed esterrefatte, le labbra bianche per lo sforzo di tenerle serrate.
E il ragazzino la vide, spiegazzato e macchiato d’argento: la pagina strappata di un libro.
«Non potevo certo dirti di aver trovato un cosa del genere» disse Axel «Anche se sapevo ti avrebbe fatto male lo stesso, dopo» terminò in un soffio, gli occhi bassi, scuriti da un baluginio di tristezza.
Roxas deglutì senza successo, e il rumore si fermò a metà della gola quando Marluxia tornò di nuovo alla carica contro di lui. Axel non perse tempo: depose Naminé a terra e si parò fra i due, pericolosamente vicini al limitare del suolo sotto i loro piedi. Deciso a imitarli, Riku atterrò di schianto nel loro cozzare di lame, di petali, di respiri, attaccando il nemico da dietro mentre i compagni lo fronteggiavano faccia a faccia. Il Reggente, da lontano, gli fece cenno in direzione del cristallo che custodiva il re: brillava appena di un impercettibile riflesso dorato, che certo non avrebbe potuto spaccarlo.
Via per l’Alba grugnì – avrebbe tanto voluto che appendere Marluxia per i piedi, a strapiombo sull’Acqua della Memoria, fosse stato un incentivo per accelerare i tempi, ma l’avversario sapeva bene come sfidare al meglio la potenza dei loro attacchi combinati, a prescindere dalla loro direzione.
«Ho tempo finché il sangue non si coagula,» strillò lui «e ti assicuro che mi sarà sufficiente a diventare la Chiave del Destino! L’Oscurità sarà l’unica Chiave, e tu, Via per L’Alba, lo sai meglio di me… Immergere i tuoi poteri in essa per proteggere un re è stato un atto quantomai stupido… ma temo che questo fosse un segreto. Nessuno si è mai chiesto come tu abbia fatto ad ottenere un Keyblade senza appartenere alla famiglia reale?»
Riku si sarebbe lasciato andare, se Roxas non l’avesse preceduto.
«E sai cosa importa,» disse «quando hai qualcuno da proteggere!»
Il suo amico, dirigendo un affondo verso Marluxia, si ricompose nel solito ghigno sprezzante.
«È questo, essere la Chiave del Destino – essere responsabili di chi amiamo, renderli il mattone del nostro potere, il filo della nostra sorte, per poter scegliere insieme la strada giusta! Nient’altro! Niente di quanto tu abbia mai posseduto!» tuonò, rispedendolo all’indietro con un fendente ben assestato.
Scaraventato via dalla potenza dell’urto, Marluxia fu rapido a rimettersi in equilibrio. Il viso alterato in una maschera deforme di collera e odio, sfrecciò contro il principe con l’incontrollabile guizzo di un animale selvatico.
Le armi stridettero l’una contro l’altra con fragore, in un vortice di petali scarlatti, e Roxas sentì il respiro spezzarsi nei polmoni mentre ogni fibra dei suoi muscoli reagiva alla violenza dell’assalto. Fiotti di scintille sgorgarono dai chakram di Axel: aveva tentato di attutire il colpo anticipandone l’impatto – Riku aveva tentato di fare lo stesso con il suo corpo.
Quando Roxas aveva avuto modo di realizzarlo, i suoi piedi affondavano già nell’aria.
Passò un attimo, in cui riuscì solo a sgranare gli occhi, e poi due lunghe braccia lo allacciarono in un abbraccio che sembrò far presa sulle sue ossa.

Axel.

Affondò il viso nel fuoco irto dei suoi capelli e serrò Oblivion nell’altra mano.
«Non azzardarti a farmi vivere con il rimpianto di aver lasciato andare l’unica cosa importante per me» disse confusamente il ringhio spezzato della sua voce
«Stupido» mormorò Roxas, impotente, aspettando che l’acqua li avvolgesse
«No, Rox. Non potrò essere il mattone di nulla, se mancano le fondamenta.»
«Le uniche vere fondamenta, qui, sono le tue» sussurrò Roxas, a un passo dallo sciacquio di morte sotto di loro. A salvaguardia del reciproco orgoglio, entrambi nascosero un piccolo sorriso, e la mano di Axel si andò ad appoggiare piano sull’elsa di Oblivion, sfiorandogli le dita attraverso gli sbalzi neri del Keyblade.
La vertigine della caduta si arrestò all’improvviso. Dal limitare della grande chiave magica si alzò un tenue filo di stelle, mentre una bolla d’oro si chiuse attorno a loro nel momento in cui gli stivali toccarono il pelo del mare violaceo.
Schizzarono verso l’alto con una spinta sovrumana e Roxas avvertì che quel lieve laccio di lucine scintillanti aveva irrimediabilmente strattonato qualcosa sul fondo del suo cuore. Dalla piattaforma esplose un tripudio di luce dorata.
Con la gioia dipinta sul viso, il principe seppe all’istante a cosa fosse annodato l’altro capo di quella magia.
Infatti, riappoggiando i piedi su un terreno tangibile, lui e Axel constatarono di essere al cospetto di Sora.
Riku e Topolino si erano già inchinati ai suoi piedi, ma il giovane re non dava segno di vedere alcunché.
Fra le braccia, teneva Naminé, e nel suo gesto c’era una delicatezza straziante – delicatezza che mai più lei avrebbe potuto sentire.
Se lo ripeterono tutti nella mente, e Axel e Riku – assassino uno e bugiardo l’altro, si dissero – puntarono gli occhi a terra, rigidi come legno.
«Riku.»
«Sì, Vostra Maestà.»
«Sai perché ti ho dato il nome di Via per l’Alba?»
«No, Vostra Maestà.»
«Perché sei più vicino alla Luce di chiunque altro – più di quanto tu stesso immagini.»
«Siete il solito credulo bonaccione, Maestà…» borbottò lui a testa china, passandosi furtivamente una mano sugli occhi.
Titubante, Roxas gli sfilò il corpo della ragazza dalle braccia, e solo allora Sora si gettò su di lui in un abbraccio pesante, spossato, attirandovi dentro Axel, senza pensarci troppo.
«Siete stati bravi.»
«Non direi» si crucciò Roxas «Dov’è Marluxia?»
Scostando il mantello, Sora accennò all’involto nero accovacciato sul pavimento. Tutti distinsero le membra pallide e rigide che spuntavano dagli abiti scuri, e i capelli rosati che cadevano a ciocche scomposte su un viso grigiastro e irrigidito, una patina di vuoto orrore calata sugli occhi aperti.
«La spaccatura del cristallo è merito della scossa di due cuori come l’acciaio… Evidentemente, il suo era di cartone…»
«Ma il suo» lo interruppe Axel, indicando Naminé «non era la stessa cosa.»
«No, Axel…» rispose Sora, con aria infinitamente triste «Ma era destinato a spezzarsi comunque, fin dall’inizio.»
Roxas fissò il viso immoto del corpo abbandonato nel suo abbraccio. C’era un sorriso di inane dolcezza sulle sue labbra, ma la pelle di lei era fredda contro la sua, e tutto il calore che le sue mani vi infondevano sopra era un inutile alito di tepore. Non le avrebbe giovato, non più, si disse, accarezzando i suoi contorni con gli occhi. Si morse le labbra fino a farle impallidire, scuotendo con forza le spalle per evitare di piangere – non poteva permetterselo adesso, perché Axel si era schiacciato pesantemente contro la sua spalla, preso dalla stessa tentazione.
«Ma non è giusto che il ruolo sia toccato a me…» fremette. Roxas alzò gli occhi su di lui.
Axel non era mai stato querulo, né disposto a sollevare la sua impenetrabile maschera di cinismo. Ma un bruscolino di tutto quello che erano stati si era staccato, e per colpa sua – c’erano ben poche apparenze che potessero ancora sussistere.
«Ti ha detto ‘grazie’, no?» azzardò Roxas, con un filo di voce, la mano timidamente appoggiata sul suo braccio mentre lo guardava annuire cupamente.
«E allora ha scelto il capo del suo filo» bisbigliò, poggiandola lentamente a terra «E quel capo siamo noi.»
«E a cosa è servito, se non abbiamo potuto fare niente per lei?»
Il principe gli scoccò un’altra mesta occhiata: vedere la sua rabbia irrompere con tanta furiosa sincerità lo faceva stare peggio di quanto non si sentisse. Perché Axel aveva ragione.
Forse.
«C’è ancora qualcosa che possiamo fare» sorrise, guadagnandosi l’attenzione generale.
Allungò Oblivion verso le spoglie della ragazzina, toccandone la fronte liscia con l’estremità. Sotto il sorriso compiaciuto di Sora, Axel si sbalordì per un istante nel notare che le dita del corpicino si stendevano in lunghi, teneri steli verdi, da cui germogliavano piccole margherite, erba, i nodi scuri di chilometriche radici; più quelle macchie di fresca natura si estendevano, coprendo la stanza, la piattaforma, le pareti, più Naminé si confondeva a suo interno, generando frutti, foglie, fiori, cieli, cespugli, come una madre generosa, distorcendo e ampliando lo spazio che li circondava. Infine, il prato stesso sollevò la sua figura – sempre più simile a un fresco bocciolo verde – come un’imponente mano silvestre. La sua sottile veste bianca si espanse in un coriaceo manto marrone che la avvolse – le sue braccia si stirarono in rami secolari su cui frotte di foglie crebbero in un’esplosione di smeraldo, mentre gigantesche radici affondavano fameliche nel neonato terriccio.
Quando tutto fu di nuovo quieto, tutti – chi più, chi meno – restarono ad osservarlo nel più totale sbigottimento, mentre qualche uccellino cinguettava lietamente in quel cielo nuovo.
In quel cielo vivo.
«La primavera. Mi chiedeva sempre di descrivergliela meglio che potevo, perché non trovava mai il verde giusto per disegnarla.»
«Stupido filantropo» brontolò l’altro. Prima che Roxas potesse indignarsi, Axel lo artigliò in un lungo abbraccio, il viso nascosto nella sua spalla abbastanza a fondo per poter piangere in santa pace. Roxas strizzò caparbiamente gli occhi per un attimo – forse poteva permettersi questo lusso anche lui, si disse, liberando le lacrime che stavano scalciando per venir fuori.
Il vento stormì lento fra il fogliame macchiato di sole, portando un tenue profumo di fiori. Scivolò nelle narici come una fuggevole carezza, come il vestito bianco di una ragazzina, come lei, che li aveva sfiorati e se n’era andata, mentre loro restavano lì, al centro di quella vuota pace, fra le sue radici, a pensare che, se non altro, era libera, ed era viva, adesso, sotto quella terra, e si nutriva di linfa viva. E che loro c’erano. C’erano ancora.
Ma nessuno si accorse delle rose rosse ai loro piedi.

~

A/N 26 settembre 2008, ore 23:21. Gesù, che parto. Voi non avete minimamente idea, sono due dannati mesi che ci lavoro sopra, e forse a leggerla non appare come la storia enorme che è sembrata a me. Beh, per quanto magari sia venuta meno di quel che credevo – in tutti i sensi – devo darle alcuni meriti fondamentali. Primo, si tratta della mia prima vera fic su Kingdom Hearts (The dancer è venuta fuori in mezzo alla stesura di questa), nonché la mia prima oneshot AU da quando scrivevo su Dragonball nel 2002 – ma quel periodo non esiste, dimenticate quello che ho detto XD.
Ad ogni modo, scritta per la Seconda Sfida dell’Anonima – Vampiri, Streghe e Lupi Mannari. Il titolo e la citazione sono venuti dopo: più precisamente, mentre, dopo anni, ho riascoltato Gravity of Love degli Enigma… e tutto si riallacciava così bene <3! Ora che l’ho citata sembra tutto più completo – anche se il finale mi sembra comunque tirato via più di quanto avrebbe dovuto. E pensare che le prime quattro-cinque pagine sono venute fuori tutte d’un colpo =__=;… il resto mi ha fatto davvero penare -__-. Ma eccola, infine. Una storia innovatrice *_*! Dedicata a Nausicaa (e a Tati) con tutto il mio cuore *__* - not to mention Chris, the one who pulled me through all this. Mummy loves you so much, darling!
Juuhachi Go.

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Layout e contenuti © Juuhachi Go 2004-2019; Seishiro e Subaru © CLAMP; brushes & textures © 77words, Ewanism & Cryingforest.net, che pare sia ormai inattivo. Love is Blindness e relativo testo sono © U2 e aventi diritto. Dusk Shard nella sua versione definitiva (si spera *cough*) è reso possibile da Wordpress e, per quanto riguarda il suo scheletro tematico, Underscores. Tuttavia, il vero ringraziamento va a Mrbalkanophile che ha fornito il mio piccolo archivio di alcuni snippet deliziosi per farvelo fruire meglio, e che, SOPRATTUTTO, sopporta con infinita pazienza i miei scleri e i miei pasticci. E grazie a tutti voi, per essere ancora qui a sorbirmi!