[Final Fantasy XII] Losing my religion

Titolo: Losing my religion
Fandom: Final Fantasy XII
Personaggi: Basch von Rosenburg, Noah von Rosenburg
Parte: 1/1
Rating: NC17
Conteggio Parole: 1118 (LibreOffice)
Note: AU, nsfw, omosessualità, incesto, scritta per celebare le 300 fanfic della liz ♥!

Losing my religion

Non navigano esattamente in buone acque, e non aveva certo bisogno che un Solidor a caso venisse a sbatterglielo in faccia, ma nemmeno Noah avrebbe mai pensato di ritrovarsi a vendere tutta la compagnia ad Archadia e ritrovarsi di nuovo nei debiti fino al collo.
Si rigira la stilografica fra le dita, il tramonto che gocciola fuori dalla vetrata, e pensa che l’intera faccenda sia una grandissima mafia, e che forse Basch aveva ragione – avrebbero dovuto svignarsela quando hanno avuto la possibilità.
E che adesso non possono, perché Noah sente di avere un onore da rispettare.
Schiaccia la schiena contro la poltrona per appoggiare la testa sul bordo di cuoio, le tempie che pulsano e l’aria che non esce dal condizionatore.
Si domanda se valga la pena di mettere in salvo l’onore per quello di una compagnia che Vayne farà affondare insieme a lui – Basch non smette mai di rinfacciargli quanto i von Rosenburg siano le pedine preferite della famiglia Solidor.
Noah sa bene che Basch non ricopre alcun ruolo di spicco all’interno della società, e non capisce perché non si affretti ad uscirne – palesemente è un pazzo suicida.
Perché non ne vale la pena.
Non ne vale affatto.
Una firma su quel pezzo di carta, e l’unico modo per evadere un blocco di immeritate e gravose responsabilità sarebbe volatilizzarsi oltre il confine con una mazzetta di guil in valigia.
Magari Dalmasca non sarebbe una cattiva idea.
Dubita che qualunque Stato possa davvero chiudere un occhio sulla totalità di quel che fanno insieme, ma su quello non esiste problematica che tenga.
Il che è abbastanza – è pronto a giurarlo – per non farlo nemmeno saltare quando due mani gli legano una cravatta nera sugli occhi, impregnata di quel profumo dannatamente pungente che dalle narici si infila direttamente nel cervello.
«Lascia. Quella penna.»
«Basch, non essere stupido—»
«No, non essere stupido tu» replica il suo gemello con stizza. Gli sta dietro la sedia, e si china in avanti per sfilargli la penna dalle dita – Noah non fa altro che alzare di un millimetro la testa, e la barba di suo fratello gli punge la bocca quando quasi gli morde le labbra, una mano in mezzo ai suoi capelli e la lingua calda e morbida di lui che si avvinghia al suo respiro con così tanto impegno che Noah geme suo malgrado.
«Andiamocene. Dammi retta.»
«Dio, Basch,» respira Noah, seguendo il filo della sua voce e il calore della sua bocca, che è ancora vicina, e gli strozza il fiato, per giunta «tu sei completamente pazzo» e si tende con le mani che gli accarezzano la pelle da sopra la camicia.
«Dovessi anche trascinarti a forza via da questo casino e ammazzarti a mani nude.»
È una minaccia. La sua tipica minaccia. Ha una vaga idea di come andrà a finire.
«Ma come siamo violenti, eh?» sussurra a bassa voce. Fa per sporgersi sulle sue labbra di nuovo, ma le manca clamorosamente perché non si è accorto di quanto esattamente si sia allontanato.
Quando lo sente di nuovo vicino, con l’adrenalina che gli ronza nelle orecchie e il corpo che bolle sotto la fodera di seta della giacca del completo, la mano di Basch lo preme contro la poltrona, e Noah non vuole esattamente immaginare l’effetto di tutto il resto, se già il suo palmo aperto contro una zona di pelle non compromettente lo sta facendo sragionare.
E quasi Basch si rammarica del fatto che Noah non possa guardarsi in faccia, perché immagina gli occhi chiusi sotto la cravatta nel momento in cui scivola piano sul cuoio e lascia – si fotta l’onore in toto – che lui gli si avvicini per baciarlo dietro l’orecchio, mordendogli il collo e succhiando con tanta forza che sa che rimarrà il segno.
«Basch—» ha appena il tempo di sibilare, prima di sentirlo che strattona via la cinta e lo accarezza sul tessuto dei boxer come se volesse ucciderlo lentamente.
«A Dalmasca, solo io e te.»
«Sono un Giudice Magister.»
Si stupisce di come riesca a dirlo senza che la frase si spezzi.
«Promosso da meno di trecento giorni perché serviva una faccia per fare da scaricabarile.»
«Lo resto pure in disgrazia.»
«Ma—»
«Lo resto, Basch.»
«Pensa anche al mio, di onore, ogni tanto.»
Noah non pensa: si morde le labbra, piuttosto, e si inarca contro la mano che si è infilata sotto al cotone per accarezzarlo, chiudendoglisi attorno come se volesse cullarlo. In realtà vuole convincerlo, lo sa, e sa pure che Basch è tipo da scappare, sì, ma non da cedere facilmente – non con lui, almeno.
Sa che, quando Basch fa così, lui comincia a volerlo da impazzire e non capisce più niente – sono quelle ondate che ti fanno dire sì a qualunque cosa, si tratti pure della follia più becera del mondo, e quella lo è, sicuro, solo non col suo profumo negli occhi, col suo profumo e i baci e le mani dappertutto.
«Io non ti lascio qui.»
«Cristo, sei assurdo—»
In realtà, l’ultima lettera è un sussulto spezzato che quasi fa strozzare Basch mentre lo avvolge dolcemente con le labbra, e Noah può fare proprio poco – laddove il poco in questione non sia spingersi nella sua bocca, con la sua lingua che gli corre addosso come se lo volesse bruciare, cazzo.
«Oh Signore—» e affonda le mani fra i suoi capelli – roba da scommettere che si ostini a portarli lunghi solo per concedergli il piacere di fare così quando scopano – stringendoli come se non esistesse altro al mondo. Un po’ riesce a vergognarsene, con tutto il cazzo che svetta ancora nelle pareti morbide e caldissime della sua bocca, perché quella che era una persuasione calcolata si sta riempiendo di orpelli di dubbia e romantica natura, almeno nella sua testa.
Non funziona così.
Neanche nei film.
E Basch lo spinge e lo incalza e lo fa letteralmente morire – non può vederlo in faccia ma sente il suo respiro tutto attorno, e le labbra e la lingua e tutto (spera che i denti rimangano dove sono) e pensa che forse le cose funzionano così solo fra di loro, tanto che viene senza fare troppo rumore, con un gemito che soffoca fra le labbra arrossate e il taglio dei denti.
Almeno ha quel briciolo di clemenza di rialzarsi in piedi – sente il crepitio del completo gessato – e di abbracciarlo con la guancia che punge la sua mentre le dita sciolgono il nodo.
Noah alza gli occhi nei suoi, con la consueta dose di esasperazione di routine, che esasperazione non è, in realtà – altra cosa di quelle che Basch sa benissimo, e sa come sfruttare quando appoggia la fronte sulla sua.
«Ti amo.»
Noah sospira.
Farà davvero così caldo, nel deserto?

~

A/N 14 giugno 2009, ore 1:24. Volevo scrivere per festeggiare le trecento storie della liz, il Def suggerì una sola parola, che fu blindfolded!Noah. Il resto venne da sé. E io assecondai. Sporca e poco worksafe, ma ci piacciono così i gemellini, che ci volete fare… XDDDDDD.

Juuhachi Go.

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