[Final Fantasy XII] Blue caravan

Titolo: Blue caravan
Fandom: Final Fantasy XII
Personaggi: Ashelia B’Nargin Dalmasca, Basch von Rosenburg con un poco di Al-Cid Margrace di contorno
Parte: 1/1
Rating: PG13
Conteggio Parole: 1253 (LibreOffice)
Note: AU, su prompt di diecisudieci

Blue caravan
[diecisudieci – Basch/Ashe – 02. Blue – #10 Zaffiro]

He said “Go where you have to, for I belong to you until my dying day”
So like a fool, blue caravan,
I believed him and I walked away.
(Vienna Teng – “Blue caravan”)

Sotto i fiori d’oro del velo, Ashelia teme che il caldo umido e rigoglioso di Rozaria le impedisca di capire.
Le torri della città sono alte sulla sua testa come corvi dalle ali ripiegate.
Sembrano più nere di quanto non siano, contro il cielo bianco, verso il quale si alzano la musica e l’incenso, il miele e i fiori, gli imenei gioiosi e i liuti e i sonagli e le nacchere e di nuovo i fiori e le formule e gli inchini.
La Capitale si avvolge attorno al Palazzo Imperiale come un serpente di pietra, ma le sue spire s’arrestano sconfitte al cospetto di tanta grandezza fiabesca – Ambervale è tutta d’oro, il suo popolo tutto una festa, e la piccola imperatrice tutta un bianco splendido, punteggiato della sabbia di un deserto infinito e lontano, corolla di un fiore di guerrieri e cavalieri che la scorta lungo la stradicciola.
L’armatura del capitano fa più rumore delle altre, perché i suoi movimenti sul chocobo sono più concitati e nervosi – fra i piccoli specchi annodati fra i suoi gioielli, Ashe intravede qualcosa di lui, ma non si volta: il suo dono di nozze, uno stretto collare di zaffiri, le taglia la gola, o forse è la bolla di lacrime incastrata proprio sopra il bordo che orla le gemme.
Ingoia il fastidio come si conviene a una principessa, e si impegna a trattenerlo in fondo allo stomaco come un’imperatrice, mentre il suo chocobo passa con il collo ritto fra il turbine di petali che volano via dalle mani dei bambini, arrampicandosi con le zampe robuste lungo i vicoli, i suoi paramenti di seta dalmasca che si coprono di sporco straniero.
Ashe sopporta i sussulti a labbra strette, affondando i pugni nel rigido piumaggio, con più forza di quel che gli scossoni della cavalcatura possano imporle, adesso che il portone di Ambervale è vicino, a guardarlo dal ciglio della strada. Dalle mura alte e turrite spira il profumo selvatico dell’immenso giardino di cui tutta Rabanastre favoleggiava, e Ashe sente qualcosa chiuderle lo stomaco, il che la costringe, in un moto dettato da quell’orgoglio e da quell’onore che fin da bambina le è stato insegnato a ostentare, a raddrizzarsi sul dorso dell’animale, gli occhi azzurri che scrutano la folla sotto la protezione del velo, le labbra lucide di rossetto rigide come quelle di un cadavere.
E li ostenta, i suoi diciassette anni, e lo fa quasi con rabbia, come se tutti gli abitanti di quella città sconosciuta dovessero fare da testimoni al suo corpo in boccio in un bustino destinato a una donna già fatta, e prendere atto di come la sua terra l’abbia allevata per scacciarla al di là del deserto, in nome di un bene che lei comprende, giustifica, ma che odia con tutto il cuore, e forse pure con il cuore di Basch.
Perché Ashelia lo sa, che sta cavalcando dietro di lei, sente il tonfo regolare del suo chocobo alle spalle, e lo riconosce perché sa riconoscerlo e basta.
Sa cosa sta guardando, Basch. Sa che, davanti ai suoi occhi, sotto il ricamo del velo, Basch vede il lieve abbozzo della sua nuca, i muscoli stirati nello sforzo di mantenere la posizione, ma non sa che Basch vede anche tutto il resto.
Basch vede che il girocollo non le occlude solo i movimenti e la gola e la voce e il pianto: Basch vede tutto quello che la gente sa nascondere sotto le risa, oggi. Da dietro, Basch vede la nuca delicata della principessa, ed è convinto di poter vedere anche i suoi occhi, che sono calmi e serafici e contegnosi solo perché sono raggelati dall’orrore. E Ashe non può spezzare il ghiaccio perché il vincolo che lo salda è come la chiusura di quel collier di gemme livide e pesanti – squisitamente politico.
Se lei si voltasse, quel mondo di fiori e di canti si spaccherebbe come un calice di vetro, perché Basch fingerebbe di poter ignorare qualunque codice barbaro gli ingiunga di chiudere una principessa – quella principessa – nel cerchio invalicabile di una muraglia, e la tirerebbe lontano, al di qua del deserto e forse anche più indietro, riavvolgendo tutto il mondo al loro passaggio, ma il mondo continua a scorrere in avanti, liquido come un fiume, e Basch si lascia trainare dal passo del chocobo reale, fingendo che sia per suo ordine, fingendo, con l’occhio impassibile di un uomo nel suo ruolo, che il massiccio portone di Ambervale sia un portone qualunque.
E quando passa al suo fianco, mentre i battenti si spalancano per loro – per lei – è facile rendersi conto di come i suoi polpastrelli si stiano aggrappando, quasi con la pretesa di scavare, alle piume coriacee del volatile, l’unica cosa dalmasca che le sia rimasta.
Lui si china contro il suo orecchio, il suo respiro che scivola oltre la trama del velo, e il chocobo che, troppo schiacciato contro quello della principessa, emette un breve verso di protesta.
«Mia signora,» e la chiama ‘signora’ quando non è che una bambina, e la ama nonostante lo sia, e se avesse un regno lo cederebbe tutto, se fosse per lei «non possiamo seguirvi oltre.»
La mano di lui urta la sua nel maneggiare le briglie – Ashe si volta, ed è l’ultimo barlume blu dei suoi occhi. Si ricorda del matrimonio per procura, quando Basch l’ha presa in sposa mimando un uomo che, nei pensieri di Ashe, non ha volto, né consistenza, non più di una serie di galanterie scritte su un quadrato di pregiata pergamena.
Tutto quello che ricorda, del suo matrimonio, è la mano di Basch bruciata dal sole, la presa morbida delle dita indurite dalla fatica.
Del suo matrimonio, oggi, non resta che un chocobo – il suo – che si spinge, ora, nel grembo isolato di un immenso, meraviglioso giardino sconosciuto.
Quando le unghie della bestia si piantano per un attimo nel terriccio, Ashe è libera di voltarsi insieme a lei, per scorgere le porte che si stringono sul mondo di fuori.
Nello spiraglio, due occhi azzurri la guardano ancora.
Da sotto al velo, le labbra di lei mimano due parole indicibili.
Il tonfo le chiude dentro.

*

A Rozaria, il blu è il colore della famiglia imperiale e di null’altro – il bianco dei suoi abiti non è compreso, e sembra non esserlo nemmeno il suo capo appena chino sulle scarpe nuove, sulle pieghe dell’ampia gonna blu scuro che le hanno fasciato stretta addosso, una stoffa lucida che sa di nuovo e di niente, mentre lei tenta quasi di raggomitolarsi sul bordo di quel letto nuziale gigantesco ed esageratamente soffice.
Suo marito – broccato chiaro sulla pelle scura – la osserva in silenzio, e osa sedersi accanto a lei.
«Nel vostro seguito c’era un uomo che vi osservava come se foste l’unica cosa che avesse.»
Con sua sorpresa, non c’è alcuna durezza in quelle parole, solo una traccia di curiosa indulgenza.
Da sotto l’orlo delle ciglia, Ashe alza gli occhi per guardarlo, col girogola che le mozza il fiato al ricordo.
«Avrei desiderato poter dargli ragione.»
E le dita curate che le slacciano gli zaffiri dal collo, per poi scivolare giù, piano, a disfarle le vesti, lo fanno per le stesse motivazioni che attorno al collo li hanno allacciati – squisitamente politiche.
Entra un filo di vento, dalla finestra.
Sotto le palpebre, è quello del suo deserto.
«Sospetto ne avesse, milady.»
Sotto le palpebre, ci sono dei capelli biondi che circondano un imbarazzato accenno di sorriso, e Al-Cid non dovrebbe vederli.
Sente lo sbuffo di una risata.
«Non ho detto che sia una colpa, bambina.»

~

A/N 10 luglio 2009, ore 2:21. Zaffiro mi riempiva di sacrosanto timore, fino a quando ieri non sono andata in bagno con The Gates of Istanbul di Loreena McKennitt nelle orecchie. Risultato: tre plotbunny XDDD. Questa, però, deve un sacco a Blue caravan di Vienna Teng – dal sottofondo con cui l’ho scritta (ascoltandola praticamente a loop continuo XD) al titolo stesso. Chi ha letto The Bloody Chamber di Angela Carter riconoscerà a colpo d’occhio il collare di carteriana memoria, e si accorgerà che l’ho riletta di recente.
Come amo il melodramma!AU, accidenti XD!

Juuhachi Go.

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