[Final Fantasy XII] Epoché

Titolo: Epoché
Fandom: Final Fantasy XII
Personaggi: Rasler Heios Nabradia, Noah von Rosenburg (?!? IKR??)
Parte: 1/1
Rating: R
Conteggio Parole: 1106 (LibreOffice)
Note: AU, omosessualità, incesto, nsfw also nonsense generale

Epoché

«Nabudis» e Rasler sa che nelle parole che gli sta sussurrando in faccia c’è una malignità che gli taglia la faccia come un coltello «è caduta.»
Rasler abbassa gli occhi quando Noah von Rosenburg scavalca il tavolo delle trattative – deserto come la trattativa, in fondo – e gli afferra il nodo della cravatta con la palese intenzione di stringerlo ed ucciderlo nel mentre, spargendo fiotti di dopobarba e acqua di colonia nel corso dell’operazione.
Rasler Heios Nabradia digrigna i denti, potendo fare poco altro.
Sa che l’Archadia Inc. ha letteralmente avvelenato suo padre. I suoi dirigenti ne sono usciti con le mani perfettamente pulite… solo, con i piani del prototipo fra le mani, perché è così che se la giocano, loro. Quasi come se la sicurezza sul piano nazionale fosse alla stregua di un videogame a più livelli, e lo scrupolo e la legalità una opzione di importanza poco più che marginale.
Gli occhi freddi di Noah lo trafiggono come una farfalla in punta di spillone, costringendolo ad evitarli.
Ed è uno sforzo inutile, perché lo inchiodano come se stesse guardando il diavolo in faccia – qualcosa, sulla linea dura di quelle labbra, gli dice che lo sta facendo sul serio, ed è evidentemente col solo potere di quegli occhi che l’Archadia Inc. mantiene l’egemonia.
«Non potrete mantenere tutta questa rete di società. Arriverà qualcuno che comincerà a parlare di dittatura, e—» e Rasler nota come, in modo del tutto spiacevole, la voce gli stia tremando.
«E suppongo che a fermarla sarà questo bellissimo viso da scolaretto?» lo deride lui, facendogli vibrare le parole sul petto, praticamente «Siamo realistici, Nabradia, e non immischiamoci in affari che non ci competono. A meno che non sia io a fare domande in merito.»
«Risponderò solo in presenza del mio avvocato» lo fredda lui, nel tentativo di scansarsi. Si sente un principe in battaglia che fissa la freccia che lo sta per colpire in petto.
«Oh, sì» gli risponde la voce di lui, melliflua «oggigiorno i principini mordono.»
Rasler si morde il labbro e lo fissa con odio, accorgendosi, in un misto di panico e fastidio, che lui non ha lasciato la sua cravatta, e se la tiene beatamente fra le dita, restituendogli l’occhiata con uno sguardo di vetro che gli fa spavento.
Molti dicono che Noah sembri un demone. Che più abbia, e più ancora voglia ottenere. Prima di trovarsi invischiato in una situazione come questa – unico erede della Nabudis Inc., con un padre assassinato e meno di venti dannati anni su spalle non eccessivamente palestrate – a Rasler non piacevano questi toni tanto enfatici: si sa che i giornalisti esagerano, è il loro lavoro.
Eppure adesso un brivido gelato gli corre dietro la schiena, perché l’ombra di quell’uomo vestito in un completo impeccabile grava su di lui lunga e nera, e lo punta con quegli occhi di marmo che luccicano come braci accese, e lui deve essere pallido.
Roba che nemmeno Una Notte Sul Monte Calvo.
«Che—Che diavolo sta cercando di ottenere, lei! Che cosa vuole!» sbotta Rasler, con la voce un po’ roca, mentre si tira indietro.
Avrebbe voluto essere un po’ più rapido, oppure avrebbe voluto non provarci affatto, perché le mani di Noah si stringono attorno al suo collo e, per un attimo, premono abbastanza da far fermare il flusso d’aria che passa per la gola.
Emette un suono strozzato, mentre lui lo schiaccia di forza contro il muro, e avvicina le labbra per scandire meglio le parole.
«Mio fratello.»
«Cos—»
Noah lascia la presa, e Rasler scivola pressoché inerte lungo il muro. A impedirgli di cadere, solo il ginocchio di lui fra le gambe.
«Oh» ridacchia Noah «vedo che il nostro principino non sa nulla» mormora, il fiato che si perde in un brivido caldissimo fra il suo orecchio e i suoi capelli.
«La pianti di delirare!» sibila l’altro, convinto che, nel momento in cui la situazione travalicherà il ridicolo, comincerà a rasentare il mortalmente pericoloso.
«Credi davvero che tuo padre sia il sant’uomo che dipingono i giornali? Eppure i giornalisti fanno il proprio lavoro… dovrebbero avertelo insegnato.»
Rasler gela.
Quando lo guarda di nuovo dritto negli occhi, al disprezzo si è aggiunto l’orrore.
«So benissimo che lo tenete qui sotto il pavimento per ordine del Governo. Da quindici anni. Com’è che si chiama la cella? Nabreus, mi pare?»
Rasler boccheggia, cercando di metabolizzare tutta quella mole di informazioni come se, nel suo cervello, non trovassero abbastanza posto.
«Oh, il principino sembra proprio estraneo ai fatti, devo supporre?» ride Noah, chino sul suo viso, con il ginocchio fermo dov’era prima e la mano che trema sul lembo della cravatta.
«Io—»
«Alla Nabudis Inc. siete gli unici a sperimentare i prototipi di negalite artificiale innestandola su corpi umani… e credo proprio che Basch sia la più robusta delle vostre cavie.»
La voce rimane di miele, e continua a trapassarlo come un ago. Se non lo stesse sostenendo, Rasler è certo che sarebbe caduto a terra già da parecchi minuti, perché l’immagine che ha sempre avuto di suo padre respinge quella di un omicidio continuo in una cella asettica come una calamita un polo uguale.
«Per quale motivo credi Archadia si sia estesa fino ad arrivare qui, oggi, negli ultimi quindici anni, se non per lui?»
E in quel lui c’è un’enfasi che lo fa star male, perché spezzerebbe il cuore a chiunque, ma non il cuore di un fratello. Non mentre Noah glielo soffia nell’orecchio, chiudendo gli occhi.
Rasler si sente di piombo, il sudore che gli scorre sotto la camicia.
«Aveva la tua età, quando tuo padre se l’è preso» mormora, con due dita nel nodo della sua cravatta, due labbra che quasi lo toccano e che, nel farlo, si premono sulle sue con forza.
Rasler respira, ma l’aria si spezza nella bocca di lui, e la lingua di Noah sfiora e scavalca la sua con rabbia, mentre lo mantiene dietro la schiena e lo appiattisce contro il muro in uno sbuffo ruvido e feroce, succhiandogli la piega delle labbra e ignorando i denti che cercano di morderlo.
«Scegli» gli intima Noah in un sospiro dal quale i suoi occhi, chiusi dietro le palpebre, non sembrano avere intenzione di riemergere.
Rasler, sconvolto, non sceglie perché tace, fondamentalmente.
«Posso decidere di prendere una fra le due cose, adesso. Te» e apre gli occhi su di lui solo perché il riflesso di Basch vi passi sopra «oppure Nabudis.»
Rasler esita: comunque vada, svenderà una parte di sé senza condizioni. Sembra che gli stia parlando di una città in rovina. Ed è un uomo che dietro la scia di macerie non lascia né prigionieri, né feriti.

~

A/N 1 settembre 2009, ore 1:53. È tutta colpa di lisachan, dalla prima all’ultima parola… e la ringrazio per aver evitato a questa storia l’indicibile supplizio di protrarsi più del dovuto. XD. Per i filosofi scettici, l’epoché era la cosiddetta “sospensione del giudizio”, in virtù della quale si astenevano, appunto, dall’esprimere giudizi di qualunque tipo.

*viene lapidata*

Juuhachi Go.

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