[Final Fantasy XII] Unforeseen [3/4]

Titolo: Unforeseen
Fandom: Final Fantasy XII
Personaggi: Ashelia B’Nargin Dalmasca, Al-Cid Margrace, Basch von Rosenburg
Parte: 3/4 | 1 | 2
Rating: NC17
Conteggio Parole: ~24896 totali, 6717 in questo (LibreOffice)
Note: nsfw, spoiler sul finale del gioco, un po’ di vouyerismo qua e là, forse? Scritta su prompt di 12_teas, è il seguito di Lotus di lisachan, che è a sua volta seguito della mia Love is blindness

Unforeseen
[12_teas] 06. Lady Grey

III. Fiori di loto

Successe.
Nessuno aveva realmente considerato l’opportunità, a dire il vero: nemmeno Basch, vistosi sconfitto sul fronte “regime adeguato a una donna nelle vostre condizioni”, aveva trovato consono discutere ulteriormente i ritmi di Ashe, all’entrata nel suo settimo mese di gestazione. Eppure, una mattina, dalle sue stanze – Al-Cid aveva stabilito che “un uomo del suo rango avrebbe dovuto avere in sorte degli appartamenti adeguati” – il capitano distinse prima un grido soffocato, seguito poi da uno scoppio di ceramica in frantumi.
Senza nemmeno pensarci troppo, Basch si vestì in fretta e furia e marciò nella camera adiacente alla propria, quella che Ashe usava in assenza del marito.
Nessuno dei due avrebbe mai potuto ringraziare abbastanza Al-Cid per averli piazzati così vicini.
«Per l’amor del Cielo, Maestà, cosa è successo?» esalò, in evidente stato di agitazione. Nessuno l’aveva preceduto: la mano della regina era ancora a mezz’aria, nell’atto di reggere la tazza che giaceva ormai in mille pezzi sul pavimento. Pur guardandolo con lucidità, non sembrava in grado di rispondere, cosa che fece precipitare Basch al suo capezzale. Le strinse con forza la mano fra le sue.
«Maestà, parlate…» e subito dopo si accorse della macchiolina di sangue sul lenzuolo spiegazzato.
«Io… non so cosa diavolo stia succedendo, ma—» tentò di prevenirlo lei, con il tono più fermo che le riuscisse di usare al momento.
«So io cosa sta succedendo, milady,» la interruppe Basch «e vi è stato più volte chiesto di mettervi a riposo, non certo per cattiveria gratuita nei vostri riguardi!» aggiunse con enfasi, strofinando il palmo sul suo per scaldarle la mano gelata. Sotto la maschera di contegnosa dignità che Ashe indossava, Basch lesse la sfumatura di colpevole dispiacere di una bambina rimproverata.
«Non muovetevi,» le disse, alzandosi «Vado a chiamare il medico.»
In un gesto ironico, Ashe spalancò le braccia, come a volergli assicurare che, in merito alla sua mobilità, non poteva essere più tranquillo.

*

Lui rimase appoggiato allo stipite della porta mentre, lisciandosi la punta dei baffi, e passando nervosamente le maniche sulla tunica, il medico si rivolgeva a entrambi con malcelata severità.
«Avete avuto una minaccia d’aborto, Maestà,» disse «in spregio alla cautela che vi era stata raccomandata: arrivati a questo stadio, eventuali rischi del nascituro potrebbero avere ripercussioni anche sulla vostra persona, e nessuno fra noi vorrebbe trovarsi ad affrontare l’eventualità.»
Mentre elencava tutte le venefiche influenze dello stress in gravidanza, Ashe, abbastanza spaventata da quanto era accaduto, si limitò ad annuire, fissando l’aria torva di Basch, e non ebbe alcun coraggio di obiettare quando fu elegantemente costretta a passare a letto i due mesi rimanenti.
Nessuno poté però impedirle di abbandonarsi a un sospiro irrequieto, in prospettiva di tutta quell’immobilità forzata.
«Mi avete fatto morire di paura» fece lui di rimando, con una lieve carezza.
«Mi limiterò a fare ammenda morendo di noia, caro il mio Basch!» ridacchiò la regina, sebbene non fosse al massimo della propria allegria.
«… Potrei cercarvi qualcosa con cui ammazzare il tempo?» suggerì lui, titubante. Ashe trattenne un sorriso: una frase del genere avrebbe avuto tutt’altro suono sulle labbra di Al-Cid.
«No, Basch, vi ringrazio» gli rispose, con un’impercettibile, divertita nota di tenerezza.
«Allora vi lascio riposare» propose con dolcezza, accarezzandole delicatamente una guancia.
«No,» si oppose piano lei, trattenendo le sue dita «restate qui. Potreste leggermi quelli» gli disse, indicando i documenti sul comodino.
Rassegnato, Basch li prese nella mano libera.
«Stando a quando riportato, i prezzi sul foraggio dei chocobo ha subito un incremento del cinque per cento nel giro di tre mesi, e…»
Con una certa fatica, Ashe si girò su un fianco.
Era la prima volta che non prestava attenzione alle missive ufficiali, constatò, solleticando piano le dita di lui, cullata dal suono rassicurante della sua voce.

*

Gran parte del suo tempo libero – ritagliato sotto ostinata minaccia di Basch, pronto a sigillare la sua camera da letto per evitarle il logorio della seduta di Consiglio – lo spese, tempo dopo, a leggere i venti fogli che Al-Cid aveva scribacchiato con mano incredibilmente malferma. Ridacchiò: era l’unico, genuino sintomo di paura da parte sua – nulla, fra la scoppiettante galanteria dei suoi resoconti, avrebbe potuto tradirne la reale presenza, eccettuate quelle poche righe dove ne faceva esplicita menzione.
In un’imperdonabile caduta di stile – sogghignò sua moglie – Al-Cid interruppe il racconto delle peripezie quantomai esilaranti di una sua cugina impegnata a persuadere un’odalisca di non essere un uomo per scriverle che avrebbe fatto di tutto per affrettare il suo ritorno ed accertarsi che lei ricevesse tutto il dovuto supporto.
Ashe rise fra sé e sé – per quanto riconoscesse la sua preoccupazione, si disse che il ruolo del marito apprensivo e premuroso sembrava sagomato su Basch.
Guardò il sole che cadeva sul letto in grossi, luminosi rettangoli.
L’ora che le era stata concessa per incontrare i ministri era trascorsa in un fiotto di bile che – ne era certa – avrebbe ridotto i tempi a mezz’ora nelle successive riunioni, la lettera di suo marito giaceva già letta sul comodino, le sue ancelle erano sparite insieme al suo mazzo di carte e Basch sarebbe stato impegnato tutta la mattinata a svolgere commissioni per conto di Larsa, il che l’avrebbe indotta ad aspettarlo con dissimulata trepidazione fino all’ora di pranzo: non si erano dati appuntamento, ma ormai era consuetudine consumare i pasti insieme, lei a letto con il vassoio e lui sul suo scrittorio, a raccontarsi le inezie della giornata, giornata che lui si era preoccupato di programmarle in precedenza, per evitarle ogni sforzo lesivo – o, almeno, così millantava lui.
In realtà, quel modus vivendi non le era affatto sgradevole, giacché ogni minuto della sua routine era stato pianificato in modo da essere trascorso in sua compagnia.
Borbottando mentre suo figlio le assestava poderosi calci, Ashe si piegò verso il tiretto del comodino e tirò fuori l’occorrente per scrivere una risposta di sufficiente densità per controbattere al brioso fiume di parole del consorte.

Carissimo Al-Cid,
noto che la tua logorrea si è mutata in una graforrea alquanto consolante per una moglie avvoltolata fra le lenzuola. Nondimeno, questo sembrerebbe implicare, da parte tua, una certa voragine di svago fra un impegno e l’altro, quindi spero vorrai tornare presto. Per quanto mi riguarda, ora sto bene – la noia è una piaga di moderata entità se una buona compagnia è in grado di lenirne gli effetti. Tuo figlio, per esempio, sembra particolarmente e chiassosamente soddisfatto della mia, considerato che non fa che tirare calci.

Sperando che vada tutto bene,

Ashe

L’esito era a dir poco telegrafico, e a dir poco lapidario, ma il mondo visto da un letto assumeva una particolare piattezza – il fatto che Basch rappresentasse l’unico elemento a tre dimensioni aveva rinsaldato un legame su cui Ashe spendeva una sorprendente quantità di concentrazione. Sarebbe stato invero poco elegante mettere Al-Cid al corrente di come si sentisse quando Basch illuminava con il suo arrivo quelle giornate tutte uguali a se stesse, di come le imbarazzate carezze di una mano appoggiata sulla sua la facessero rabbrividire di felicità e di un desiderio che adesso era limpido e quieto come cristallo.
Riusciva quasi a illudersi che tutto potesse durare, e restare così, sospeso nel bacio a fior di labbra con cui si erano salutati la sera prima, senza bisogni e senza pretese, ma la vita aveva ben saputo insegnarle che la calma era fatta di parentesi.
Che quella piccola brace colorata di lui sarebbe tornata ad essere un inferno.
Quando Basch arrivò, con un mazzo di fiori, poggiando il pranzo sulla scrivania e proseguendo verso di lei con un rispettoso inchino, Ashe lasciò scivolare le braccia attorno al suo collo, facendogli appoggiare il naso nell’incavo della spalla. Lui chiuse gli occhi e le sue ciglia palpitarono appena sulla pelle di lei.
Il suo bambino sembrò opporsi con forza, e Basch si separò da lei con un sorriso di scusa, come se fosse stata colpa sua.
«Fame, Maestà?» chiese impacciato, sistemandole una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
Ashe fermò la mano chiusa a coppa sulla sua guancia, carezzandola lentamente.
«Non molta.»
Eppure mangiarono, senza parlare, guardandosi come se non si fossero mai visti in faccia – e stavolta fu Basch a bisbigliare un “arrivederci” sulle sue labbra.
«Al-Cid dice che sarà di ritorno fra un mese» sussurrò lei, scattando a trattenere le dita di lui con le sue, per evitare che si allontanasse.
«Oh» mormorò Basch, senza scostarsi. Ashe si portò il palmo della sua mano alle labbra, e Basch si irrigidì quando lei depositò piccoli baci delicati lungo la linea della vita, in un gesto di discreta, complice intimità.
Lo abbracciò, spostando le carezze fra i suoi capelli, per indurlo a chinare di più la testa, le mani di lui che si serravano ai lati del suo ventre, sulla veste di lino, per non sbilanciarsi ancora su di lei.
La regina sfiorò con due baci quella bocca ostinatamente chiusa.
«Non andate» gli chiese lentamente, in un respiro sommesso.
Basch sapeva che non si stava riferendo alla situazione odierna.
«Non siate sciocca, Maestà…» ma quelle parole servirono ad Ashe come un pretesto per baciarlo di nuovo, affondando fra le sue labbra.
«Sapete quanto mi costi dire una cosa del genere» gli rammentò poi, senza allentare la stretta. Lui sorrise: non stava parlando del protocollo, ma di se stessa.
«Riposate, adesso» le suggerì, baciandole la fronte.
Alzatosi dalla sponda del letto, uscì senza guardarsi indietro.
Ashe, impossibilitata a fare altrettanto, tirò su il lenzuolo fino al collo.

*

Basch, coperto dal massiccio rumore della porta che si chiudeva dietro le sue spalle, si permise un pesante sospiro: sapeva che, invece, tutto sarebbe tornato come prima, per il bene suo e di Dalmasca.
Come al solito.

*

«Che scrive Al-Cid, Maestà?» azzardò Basch in tono casuale, dopo un lungo momento di silenzio in cui fece da padrone il quieto strofinio delle posate. Ashe abbandonò le proprie, guardando i crostacei nel suo piatto come a voler sospendere le ostilità.
«Dice che il caldo nel Nam-Yensa è insopportabile, e che sarà a Rabanastre fra due settimane, se gli Urutan-Yensa non avranno nulla in contrario…»
«Capisco.»
Da qualche tempo a quella parte, le loro cene insieme erano frammentate da un imbarazzo sempre più marcato – segno che la normalità si stava pian piano avventando su di loro – e da scrosci di quelle chiacchiere mondane che Ashe non era mai stata brava a gestire, ma che permettevano a tutti e due di nascondere decorosamente tutte quelle cose che in quei mesi li avevano fatti diventare letteralmente pazzi.
Ogni sorriso ed espressione che Basch le rivolgeva fra una parola e l’altra sembrava un addio.
Eppure le era sempre sembrato di essere brava a sopportare.
«Raccontatemi di Archadia, di Larsa, di… oh, insomma, di tutto. Non vi ho mai chiesto nulla di specifico, fino ad ora.»
Parlami di quello che vuoi, Basch, ma non mi guardare così…
«Forse perché Vostra Maestà aveva già intuito che non ci fosse nulla di così interessante su cui poter indagare… mio fratello era talmente riservato che spero vivamente di star interpretando un ruolo quantomeno credibile…» rise lui, quasi a mo’ di scusa. Prevenendo il suo gesto, Ashe gli versò un po’ di vino nel calice – perché siete troppo pallido, gli disse – e, semplicemente, ascoltò la sua voce scorrere in mille gorghi sulla sua pelle, la ascoltò raccontare di come si fosse mosso e avviluppato in usi, costumi, ruoli diversi.
Solo per tornare da lei, da dove tutto era cominciato, diceva una nota sottile e invisibile del suo racconto.
E da dove tutto si dovrà separare, rispondeva silenziosamente Basch a se stesso.

*

Anni di allenamento per mantenersi agile la portarono ad odiare senza riserve la propria indiscutibile enormità. Con Basch, amava definirsi una palla da biliardo, soprannome davanti al quale il capitano trovava sempre qualche obiezione da apporre.
«È perché vi hanno insegnato ad essere sempre indulgente e ossequioso con me» lo rimbeccò la regina in tono innervosito, un pomeriggio del mese successivo. Al-Cid avrebbe dovuto essere entrato a Rabanastre già dalla tarda mattinata, e otto mesi di gravidanza erano un considerevole impedimento perché Ashe potesse indagare personalmente sulla questione. Basch osservò con crescente disappunto la sua inquietudine – che aumentava in maniera altrettanto esponenziale.
Non era molto perplesso: al di là dell’affetto che la regina avrebbe potuto provare o meno per l’imperatore, non era da dimenticare che le trattative fra Rozaria e Dalmasca non erano state esattamente ufficiali e dirette, senza contare che la dinastia Margrace era alquanto estesa: non tutti i suoi esponenti avevano visto di buon occhio un matrimonio che non aveva fruttato alcuna annessione territoriale – sarebbe bastato poco, da parte loro, per incolpare Dalmasca di un’eventuale sparizione.
Che poi Basch nutrisse assai più perplessità sul piano personale, beh… quello era un altro ingombrante paio di maniche.
Ragionando a mente fredda, si disse che mai avrebbe pensato che Ashe avrebbe potuto sposare una persona con cui non avesse un minimo di affinità – e Al-Cid, con la dovuta eccezione della sua fama di donnaiolo incallito, era un sufficiente corrispettivo in rango e arguzia. C’era anche lui, quando si erano incontrati per la prima volta. Poche sfumature si erano aggiunte, da allora, a ciò che Basch poteva vedere con i propri occhi: si trattavano da pari a pari come due rappresentanti in politica estera, salvo il fatto che la sua regina stesse affinando tecniche sempre più brillanti per far rimbalzare all’indietro le costruite, raffinate galanterie che Al-Cid soleva rivolgerle in pubblico.
Anche nel suo tentativo di condurre dalle reali lenzuola le presunte ricerche, Ashe mostrava il minimo coinvolgimento emotivo, e lanciava ordini qua e là con battagliera efficienza. Basch si offrì volentieri come suo emissario e, fra una corsa e l’altra, sorrise fra sé e sé.
Sua Maestà non cambiava proprio mai.

*

«Maestà, non costringetemi a legarvi al letto!» proruppe Basch, quando la luce del giorno cominciava appena a illividire senza che di Al-Cid sopraggiungesse notizia.
Ashe non replicò: lo squadrò con aria cupa, evitando di informarlo del fatto che, se davvero lui avesse provveduto a tempo debito, nulla di quanto stava accadendo si sarebbe mai verificato.
«Come sarebbe a dire, che è sparito?» chiese invece, bruscamente.
Costernato, Basch alzò le braccia e diede una scrollata di spalle.
«Oh, insomma! È possibile che in questo palazzo nessuno sia in grado di imporsi un po’ di coordinazione?!» sbottò la regina in risposta, non a torto: quello era il quarto rapporto che le giungeva fra le mani, e presentava, ovviamente, una situazione del tutto dissimile da quelli che l’avevano preceduto.
In un solo gesto, Ashe scostò le lenzuola e scese dal letto con una certa fatica, barcollando nel momento in cui le piante dei piedi toccarono il pavimento.
«Maestà—» rantolò Basch, con l’orrenda sensazione di essere alle prese con la versione bienne della sua sovrana.
«No, Basch, niente Maestà, è ora di dare una scrollata a questo posto, dopo otto mesi di lassismo inqualificabile!»
«Sì, milady, ma viste le circostanze potreste resistere un altro me—Lady Ashe!» gridò, lanciandosi verso la regina che, a passo di carica, si era già incamminata in direzione della Sala Consiliare.
«Oh, per tutti gli dèi, ma perché deve essere sempre così?» si lamentò fra sé e sé, affrettandosi a tacere quando Ashe diede segno di averlo udito benissimo.

*

«Qualcuno di voi, milord,» tuonò, avventurandosi nel salone «faccia uscire mio marito dal cilindro secondo un piano organizzato e coerente, senza perdersi in ulteriori fanfaronate!»
Decine di teste si volsero verso Ashe, decisamente sfiancata dallo sforzo di aver trottato ad andatura fin troppo sostenuta per le sue condizioni. Dietro di lei, Gabranth si fiondò a coprirla avvolgendole una vestaglia sulla camicia da notte: battito generale di ciglia.
«Sto ordinando un rapporto che sia uno, nel caso nessuno di voi mi abbia intesa, che mi dia un resoconto quantomai organico dell’attuale ubicazione di Sua Maestà Imperiale. Avete proposte?» scandì, con un accento di fermezza talmente gelido che nessuno si sarebbe stupito se un alone di brina avesse cristallizzato la sala all’istante.
Uno dei ministri più giovani si alzò sull’attenti, allentandosi il colletto rigido della tunica.
«Se ne sta occupando un gruppo dei più anziani nella Sala Relazioni, mia regi—»
«Perfetto» lo interruppe lei, facendogli cenno di tornare al suo posto «Seguitemi, signori, andiamo a visionare il loro operato.»
Tutti si accodarono dietro a lei senza emettere fiato, in una trepida e scalpitante processione fino alla sala suddetta, con Basch che aveva artigliato il braccio della regina, articolando silenziosamente una preghiera per scongiurare un parto in mezzo al corridoio: Ashe era bianca come un cencio lavato.
Quando anche quel secondo tentativo si risolse in un nulla di fatto che i responsabili tentarono di esplicare con una serie di balbettii inconsulti, il nocciolo della politica dalmasca si accapigliò da un estremo all’altro del palazzo, in cerca di una soluzione a destra e a sinistra, impegno che, ad Ashe, costava enormemente dal punto di vista fisico: era bagnata di sudore e, per reggerla, Basch doveva praticamente tenerla abbracciata, con le mani che gli tremavano per lo sforzo.
«Non potete continuare così…» le sussurrò di straforo all’orecchio, ma lei, in un tanto stoico quanto testardo tentativo di raggiungere il dannato ingresso per convocare gli araldi, fece in modo che lui potesse reggerla meglio, incurante del calcio di protesta del bimbo, che si raggomitolava irrequieto dentro di lei.
Quando il suo piede scese l’ultimo gradino della scalinata, Ashe sgranò gli occhi e si permise di restare a bocca aperta per un attimo.
Al-Cid, sommerso di bagagli dalla testa ai piedi, sbatté le ciglia, sommamente perplesso dallo spettacolo.
«A… Oh-ddio.» biascicò Ashe, piegandosi in avanti, il bambino stufo di tutto quel tramestio e decisamente intenzionato a far capolino per dare un’occhiata.
Basch la afferrò per prenderla in braccio, e suo marito, scaraventando via le valige, gli tenne dietro, fra il boato terrorizzato dei ministri al completo, che aprirono loro un varco per farli correre verso gli appartamenti reali.
«Io… io ti ammazzo, screanzato!» urlò Ashe in direzione del consorte, che, stordito dagli eventi, conservava ancora un certo stacco da lei, in quella singolare maratona.
«Dopo, Maestà, per l’amor del Cielo!» esalò Basch, in chiaro tono di supplica.

*

Le porte della camera da letto della regina si chiusero sul viso di entrambi.
Sia Basch che Al-Cid, consci dei problemi che quella gravidanza aveva apportato ad Ashe, si sedettero ad aspettare sul sofà antistante con aria pensosa e decisamente tesa, cercando di ignorare le urla di lei che filtravano attraverso la porta.
Per un solo attimo, il capitano pensò a come la situazione si presentasse di un assurdo che sfiorava il rocambolesco: si sentiva come un padre alla nascita del suo primogenito, mentre, in tutta quella storia, si trattava del ruolo che meno di tutti gli si confaceva.
Scoccò un’occhiata in direzione di Al-Cid, e notò come gli occhiali da sole nascondessero uno sguardo quantomai spiritato, nonché come le mani, in un’attività frenetica e infruttuosa, tormentassero una barba troppo corta per essere tormentata: un padre alla nascita del suo primogenito, appunto.
A pensarci, l’odierno stato di cose andava ben oltre il rocambolesco.
Sospirò, mettendogli una mano sulla spalla.
«Andrà tutto bene.»
«Se così non fosse, sono più che propenso a ritenere che troverebbe comunque un modo per ucciderci e spargere sale sulle nostre rovine…»
Basch annuì. Conosceva Ashe abbastanza bene da sentirsi persuaso da quell’ipotesi, nonostante potesse ritenere, con orgoglio vagamente vilipeso, che la sua colpa fosse almeno di carattere squisitamente morale…
«Oh beh, io—»
Al-Cid sorrise, un sorriso cordiale, velato di tristezza.
«Non prendetela come un’accusa, né come un rimbrotto d’alcun genere, ma vi assicuro che è più colpa vostra di quanto possiate immaginare.»
«Dovrebbe farmi sentire meglio?» indagò Basch, sorpreso.
«Uhm… no. Ma fa certamente sentire meglio lei, ve lo garantisco.»
«Dite?»
«Sicuro.»
Praticamente è come se andasse a letto con te ogni notte.
Quando Ashe urlò di nuovo, Al-Cid sentì un brivido prendergli a morsi la nuca, e Basch perse il poco colore che ancora possedeva. Non era decisamente il clima giusto per intraprendere una conversazione, così preferirono restare ognuno rigido sul proprio lato del divano, ad aspettare lei.
Come avevano fatto sempre, negli ultimi tempi.

*

Il pianto congestionato di un bambino fece a pezzi quel silenzio guardingo solo parecchie ore dopo, facendo sobbalzare entrambi. Come un unico corpo, Al-Cid e Basch schizzarono giù dal divano per avvicinarsi alla porta.
«Possiamo vederli?» chiese Al-Cid, tradendo tutta la sua agitazione. Lo sguardo di Basch, che non si sentiva esattamente in possesso di voce in capitolo, era una muta eco della sua domanda.
«No, signori,» si dispiacque l’inserviente che aveva fatto capolino da uno spiraglio «non ancora.»
Chiuse di nuovo la porta, ma nessuno di loro tornò a sedere – si lanciarono occhiate preoccupate, consci del fatto che il personale avesse deciso di non fornir loro alcuna informazione.
Al-Cid si coprì il volto con le mani, per strofinarlo stancamente, mentre Basch cercò qualcosa su cui fissare gli occhi, nel tentativo di non far sovvenire alla mente i peggiori scenari. Nel giro di qualche minuto, l’inserviente apparve di nuovo.
«Ha un’emorragia e un po’ di febbre. Sua Maestà ha dovuto far fronte a un parto molto difficile. L’ha praticamente sfinita.»
La menzione del sangue fece rabbrividire di terrore tutti e due: agli occhi della giovane donna, quegli uomini normalmente così distinti e sicuri sembravano due spettri.
«Quando potremo—»
«Non adesso, Maestà,» l’inserviente interruppe il suo signore con un cenno del capo, in segno di scusa «stiamo cercando di fermare il flusso.»
«Cosa?! Ancora?!» esclamarono i due in coro.
«Purtroppo sì, anche se la quantità non è drastica…»
Malgrado le circostanze, si ritrovarono a sospirare di relativo sollievo.
«E il bambino?» s’informò Al-Cid, ansioso di sapere.
«Sebbene sia arrivato con un mese d’anticipo, è sano e vispo. Non è esattamente la creatura più robusta di questo mondo, ma le premesse perché lo diventi sono ottime. Non temete.»
Ringraziarono.

*

«Potete entrare. Uno alla volta.»
Al-Cid guardò Basch, ma Basch lo esortò con un cenno della mano, e il regale consorte, sbarazzandosi degli occhiali da sole, si avviò verso l’interno della camera da letto.
Ashe era stata lavata e rivestita, così come il fagottino di lana stretto fra le sue braccia. Aveva gli occhi socchiusi, lucidi di febbre, e il loro brillio risaltava ferocemente sul pallore della sua pelle. Era palesemente esausta.
Quasi con timore, Al-Cid si avvicinò al letto e si sedette sul bordo. Ashe sbirciò la minuscola sagoma di suo figlio dal lembo della copertina, e lui la imitò, aspirando il tenue odore di talco e morbidezza che il piccolo emanava.
Era – immodestamente parlando, com’era ovvio – semplicemente bellissimo. La pelle era la sua, la sfumatura bruna di Rozaria. Le labbra e le fattezze graziose, invece, sembravano quelle di Ashe. Una di quelle mani grinzose era preda di una piccola boccuccia sdentata, impegnata nel tentativo di succhiare con una certa compiaciuta alacrità, con le palpebre sottili strizzate sugli occhi. Al-Cid si accorse, non senza una nota di orgoglio, che presentava già folti e aggrovigliati capelli neri.
«Ehi. Ciao, piccolino» mormorò, sfiorando la curva del pugnetto con un dito.
Alzò gli occhi verso Ashe.
«Sei arrabbiata con me?»
«No.»
«Bene.»
Lei esitò un attimo, prima di aggiungere qualcos’altro.
«Dove—»
«Gli Urutan-Yensa» la precedette suo marito «Sembra proprio che in realtà avessero qualcosa in contrario al nostro passaggio…»
Tacquero. L’imbarazzo era palpabile.
«Beh, sì. Insomma… ero preoccupata per te.»
Quasi lusingato, Al-Cid le sorrise con una dolcezza priva di qualsivoglia millanteria.
«Anch’io lo ero, per te.»
Ashe sorrise a sua volta.
«Ero al sicuro.»
Senza volerlo realmente, lui si volse con il capo verso la porta socchiusa.
«Lo so,» le disse «lo so.»
Silenzio, di nuovo. Fu lui a romperlo eroicamente.
«Beh, lui allora è—»
«Sì, Darian. Te l’avevo scritto.»
«Bene. Darian.»
«Rasler» eruppe Ashe, come in un moto di sorpresa.
«Cosa?» fece lui, confuso.
«Ma sì, Darian Rasler» puntualizzò la regina, rabbrividendo dentro al pensiero di quell’uomo di cui non rimanevano che un anello e uno stupendo viso nei suoi pensieri, che la riempiva ancora di struggente, innamorata nostalgia.
«Darian Rasler» sussurrò Al-Cid, accarezzandole la guancia e ricoprendo il principino di sguardi deliziati e curiosi.
«Al-Cid… fallo entrare, ti prego.»
Lui annuì, accarezzandole i capelli, e si alzò.
Aveva letto un accento di supplica, ben nascosto fra le pieghe della sua voce. Uscendo, scosse la testa.
Benedetta ragazza, sapeva che non gliel’avrebbe mai negato.

*

Darian Rasler Margrace-Dalmasca sonnecchiava beato nella sua culla, quando Basch si fece avanti.
«Mi avete fatto mor—»
«Di paura. Lo so, Basch» lo anticipò la regina con un sorriso – una morbida virgola arcuata sotto al naso.
Lui ricambiò con dimessa arrendevolezza – lei gli sembrava troppo diafana e provata anche per il più blando rimprovero, il che lo spinse ad affrettarsi vicino al letto.
«E lui?» chiese, guardandola negli occhi con una scintilla di raggiante ammirazione.
«Lui dorme lì» rispose la regina, indicando la culla alla quale Basch si era già affacciato.
«Darian Rasler Margrace-Dalmasca» ridacchiò Ashe – il nome era più grande di lui. Doveva pensarlo anche Basch, perché liberò un accenno di risa prima di andarsi a sedere al suo fianco.
Lo spazio per lui era finito, esaurito tutto fra la culla e il limitare del materasso e di un matrimonio e di un impero.
«Come state?»
«Sono stata peggio.»
Non gli importava davvero di cosa stesse dicendo, della banalità disarmante delle sue parole mentre Basch si complimentava con lei per la bellezza del bambino accucciato nel lettino, la mano timorosamente vicina alla sua – avrebbe voluto toccarla come aveva sempre osato fare nel corso di quei mesi, ma le carte si erano rimescolate di nuovo: toccarla ora avrebbe significato non potersene separare mai più.
Sì, come se ci avesse mai provato.
Non le rispose, e lei sostenne il suo sguardo, prima di tossicchiare.
«Mi dispiace di avervi fatto penare così, in tutti questi mesi…» si scusò, con aria evidentemente imbarazzata. Aveva le dita ghiacciate. Fece per appoggiarle su quelle di Basch, ma lui si ritrasse come se l’avessero bruciato.
Ashe non distolse gli occhi da lui, ma qualcosa, dentro di lei, arretrò a larghe falcate, e Basch lo vide chiaramente, sulla superficie cerulea del suo sguardo. Represse una smorfia amara e sorrise.
«No, milady…»
Non sta bene.
Non è una cosa da farsi.
Non fa per me. Ho giurato di proteggervi, e non sono nella condizione di poter fare altro…

«Sempre il solito indulgente…» sorrise Ashe, ma in lei non brillava la minima traccia di allegria.
«Non sarete mai un peso per me…»
Vi limiterete a restare un desiderio del quale non potrò mai recidere lo stelo.
«Resterò un dovere?» rise, ma c’era una punta di rabbia sulla sua lingua.
«Credete di esserlo mai stata?»
La frase scattò prima che Basch potesse terminare di pensarla a dovere, e rimase sospesa fra i loro visi come nebbia dannatamente visibile.
Ashe fece per aprire bocca, ma vi rinunciò velocemente. Si mordicchiò il labbro, distolse gli occhi da lui, lo fissò ancora.
Poi, sconfitta, si chinò in avanti e gli appoggiò un bacio sull’angolo della bocca, pungendosi con la barba che, a quanto pareva, non aveva tagliato.
Basch ricambiò l’occhiata, con tutta l’aria di un uomo convinto del fatto che tutta la sua vita fosse dal lato sbagliato della barricata.
E si alzò.
«I miei rispetti, Maestà… È ora che vada.»
«Ossequi, Giudice Gabranth» rispose la regina, chinando appena la testa.
Si sorridevano, ma chi ci credeva più.

*

Ashe odiava la lontananza.
La percepiva – da un punto di vista scientemente irrazionale, di cui aveva tuttavia il pieno controllo – come un diretto attentato alle sue radici. Non le piacque affatto che Darian fosse messo a balia, sotto le pressioni di tutta quella rete di relazioni che riteneva che vent’anni fossero pochi per governare con criterio. I suoi rinnovati impegni, nonché la rigida scansione della placida esistenza da neonato regale di suo figlio, le permettevano di trascorrere in sua compagnia solamente qualche ora al giorno – una cosa che sarebbe stata senza precedenti, nel caso avesse fatto parte della sua infanzia: Ashe le ricordava nitidamente, le facce dei suoi genitori che, nel tempo per la ragion di Stato, avevano ritagliato anche quello per rendersi partecipi dei suoi giochi e della sua formazione.
Al-Cid – che evidentemente aveva vissuto altrimenti – l’aveva immediatamente rassicurata: nessun principe aveva sofferto in gran misura della presenza o meno dei genitori. Ad ogni modo, Rabanastre era a conti fatti divenuta la sua residenza principale – perché aveva comunque intenzione di essere presente nella vita di Darian, e perché era certo che, se si fosse allontanato a Rozaria per troppi mesi di seguito, la madre del bambino suddetto sarebbe impazzita.
Usava scherzare spesso, con lei, del problema che aveva con le più alte cariche dell’impero di Archadia, ma nulla delle sue salaci considerazioni riusciva ad orientare gli ingranaggi verso una qualche direzione, giusta o sbagliata che fosse.
Questo perché, fondamentalmente, non c’era molto che Ashe potesse fare.
Non c’era stato nulla, fra le cose che si erano detti, che suonasse come un addio – o qualcosa di simile – ma i capitani non parlano, un po’ come i morti.
Sorvegliano.
Di norma, sorvegliano che tutto vada nel verso giusto. Nel verso lecito.
Nel verso che Basch aveva scelto.
Si era allontanato, insomma, come avevano promesso tutti i gentili rimbrotti che avevano seguito tutti i suoi baci, e Ashe si stupiva sinceramente di come potessero ancora guardarsi in faccia con aperta affabilità.
Perché sì, c’erano ancora i sorrisi, le passeggiate e le parole, ma non c’era nulla che potesse riempire il vuoto di cui erano costituite ora.

*

E le notti di Dalmasca ripresero a scottare.
Mai come allora Ashe fu lieta di aver sposato un uomo discreto, galante e di arguta, spiccata intelligenza. Non le chiese nulla, quando Ashe smise di piegarsi alle sue carezze, senza fornirsi, oltretutto, di una scusa sufficientemente valida per farlo. Si limitò ad osservare lo svolgersi degli eventi con un sorriso – sua moglie non aveva una semplice scusa, ma un’intera ragione che, così come l’aveva spinta a viva forza fra le sue lenzuola, ve la stava tirando fuori senza fare troppo chiasso.
Più o meno.
Negli ultimi tempi, su Rabanastre gravava un’umidità rovente, insolita. Soffocante. Dormivano tutti e due seminudi, con il lenzuolo abbassato attorno alla vita – perché certo Ashe non poteva dire che la sottoveste cortissima e semitrasparente con cui usava coprirsi svolgesse il suo lavoro.
Se lei non ci fosse stata, avrebbe davvero creduto di essere immerso nella calura appiccicosa di Rozaria, sbuffò lui una sera, la schiena nuda inondata di sudore.
Ma lei c’era. Oh, se c’era.
Stroncava nella federa di seta del cuscino qualche minuscolo singhiozzo di cui si vergognava da morire, strusciandosi sul lenzuolo, sperando di non fare troppo rumore, e pregando soprattutto che gli occhi di Al-Cid restassero chiusi.
Non voleva che la vedesse così.
Con le mani che accarezzavano dolcemente l’eccitazione che pulsava sotto il pizzo delle mutandine, la pelle scivolosa e le labbra che a stento si trattenevano dal sussurrare il nome di un altro uomo.
Paonazza di vergogna, si leccò le labbra e le chiuse fra i denti mentre la pelle si increspava in un brivido e lei affondava col viso nel guanciale per distogliere gli occhi da suo marito.
Non respirava, però, e decise di dargli le spalle.
Si perse un suo impercettibile sorriso.
«Beh? Non si chiede più aiuto?» rise la voce profonda e suadente di Al-Cid, mentre si appoggiava sui suoi fianchi e si strusciava contro la stoffa leggera della camicia da notte attaccata alla pelle.
Non dormiva, il fedifrago!
Ashe ricacciò un suono strozzato dal fondo della gola: la pressione calda e pesante della sua erezione scorreva lungo il solco delle natiche, e il cuore le rimbombò nella testa per un secondo.
Al-Cid sorrise quando la sentì emettere un altro suono meravigliato nel momento in cui la sua mano sollevò sulla sua schiena la camicia da notte e scivolò sotto la sua biancheria.
«Oh, Ashe…»
La carezza era morbida e scura come le sue dita, così bollente che le natiche sembravano gelate – Ashe si morse il labbro quando lui si accorse di quanto esattamente fosse bagnato l’interno delle sue cosce, e rise, un fruscio dolce e sensuale come il lieve richiamo di poco prima.
«Io—»
«Miei dèi, il tuo capitano è un disastro» decretò, vezzeggiandola con due dita e godendo nel vedere – e sentire – come lei si inarcasse contro di lui, pregustando il resto del movimento. Fece scendere delicatamente gli slip attorno alle ginocchia.
L’altra mano tracciò i muscoli del ventre, alzando la stoffa al suo passaggio, a ritmo con le sue carezze, finché non sentì Ashe lasciarsi andare con un sospiro sulla punta dei suoi polpastrelli. Non si fermò.
«Mi chiedo come faccia a rimanere così stoico…» proseguì.
Se fosse stata abbastanza lucida, Ashe sarebbe stata perfettamente d’accordo, ma tutta la sua bella presenza si era ridotta a una terrificante scossa elettrica fra il suo desiderio e le dita che lo incendiavano.
Non voleva pensare a lui.
Al-Cid, incoraggiato da un suo fievole gemito, si chinò a baciarle il collo, il cespuglio di capelli scuri che le solleticava la pelle e il braccio di lui che l’attirava contro di sé.
Ashe cercò di prendere aria – si arrese quando la bocca di lui scostò la spallina inconsistente del negligé e coprì la sua pelle in una carezza più arroventata dell’aria che era loro attorno. Sua moglie si mosse contro di lui in uno spasmo, esasperando l’eccitazione che languiva sotto le pieghe leggere del pigiama, e Al-Cid uscì rapidamente da lei, che riprese fiato quel tanto che bastava per voltare la testa e lasciarsi baciare, le dita aggrovigliate fra i suoi capelli. Di solito, lui adorava essere padrone di sé, di fronte a simili piacevolezze, ma stavolta, mentre Ashe gli schiudeva le labbra accarezzandole con la lingua, si permise un gemito gutturale, incalzandola in un sensuale inseguirsi di bocche, sempre più affamato. Ashe si voltò verso suo marito per schiacciarsi contro il suo petto e approfondirlo ancora di più, mentre lui faceva scorrere le dita sotto la stoffa, sulla schiena nuda, cosparso di brividi nell’accorgersi di come lei fremesse contro la sua erezione, senza niente addosso – nessuna barriera se non il pigiama di seta che lo intralciava. Sentiva il desiderio di lei allargarsi sulla stoffa, e tremò anche lui, senza interrompere il bacio, ogni briciola di Ashe cozzava letteralmente contro il suo corpo, gemendo e lamentandosi come non aveva mai fatto, le spalline scese sul seno, e Al-Cid si sentì letteralmente morire. La afferrò per una spalla, ma lei sembrò non avere intenzione di lasciarlo andare, mentre con una mano sollevava il lembo della camicia da notte e si muoveva di nuovo, sospirando.
Soffocò un urlo.
Lo stava facendo apposta!
In un attimo di risolutezza di cui nemmeno lui riuscì a farsi capace, salì su di lei e le inchiodò un braccio al materasso, staccandosi di forza dalla sua bocca.
A cavalcioni su di lei, la osservò per un tempo che gli sembrò non passare mai, quei capelli appiccicati alla fronte, gli occhi brillanti e socchiusi, le labbra gonfie che spingevano fuori dai polmoni un respiro accaldato e pesante, il petto che si gonfiava sotto il loro ritmo, teso sotto la stoffa fradicia, la pelle completamente madida e la gonna sollevata fin sopra la vita. E lui a contatto diretto sulla pelle.
Non l’aveva mai vista così.
Nemmeno quando avevano fatto l’amore nella fontana, fra le ninfee, e lui non era riuscito a capire dove finisse l’acqua e dove cominciasse lei.
E si rese conto che, se Ashe l’aveva mai voluto, di certo non l’aveva mai voluto così.
Lasciò la presa, e la mano di lei si avventurò sul suo petto, scorrendo nel mezzo, afferrandogli il respiro, tracciando i suoi muscoli fino al ventre. Esitò sull’elastico dei calzoni – il fiato si dileguò – e decise di passarvi al disopra, con attenzione, quasi studiandolo, con due dita, strappandogli un sibilo.
Tutto teso sotto la sua carezza.
Ashe lo vide mordersi il labbro così forte da lasciarvi il segno dei denti, e quasi si spaventò quando lui la scostò bruscamente e la baciò di nuovo, in fretta, in piccoli sospiri spezzati, sfilandosi tutto quel che aveva addosso.
«Mi sei mancata da morire…» gli uscì, senza che potesse pensarci troppo, mentre afferrava i suoi vestiti e la baciava e accarezzava attraverso di essi, scivolando sui seni con le labbra – non ricordava fossero così, non ricordava una punta di zucchero, poi rammentò Darian.
Parlò ridendo e singhiozzando con la bocca sulla sua pelle, fino a baciarla fra le gambe, il bacino di lei sotto le sue mani.
«A-Ah-Al-Cid…»
«Shh.»
Ashe seguì il ritmo che la bocca di lui le imponeva, muovendosi a scatti e brividi, le mani fra i suoi capelli, gli occhi chiusi, fino a sentire una scarica elettrica nel basso ventre.
Lui non si fermò quando Ashe afferrò il lenzuolo fra le mani e si tirò a sedere, supplicandolo quasi, il che lo convinse a prenderle le spalle e a bloccarla contro la testiera del letto con un ginocchio.
Ashe gemette, piantando le unghie nelle sue spalle, faticando quasi a tenersi aggrappata, ma le dita di Al-Cid la tenevano saldamente contro i suoi fianchi.
Quando sentì la schiena aderire al legno, sorrise: la prima volta che l’avevano fatto così – la prima volta che l’avevano fatto e basta – le aveva messo una benda sugli occhi per gentilezza, perché il suo desiderio le dicesse cosa fare.
Adesso sapeva come provocarlo e come domandare.
Mentre i denti di lui affondavano nella sua spalla, Ashe si sollevò contro di lui e finse di ripensarci, ma lui la strinse fino a farsi diventare bianche le nocche, e lei gli permise di sprofondare fino in fondo, agguantando le sue labbra in un bacio, assecondando i suoi gemiti e le sue spinte con qualcosa di più simile alla testardaggine che alla passione.
Non si fece problemi a stringere i suoi capelli fra le dita, stretta attorno alle sue anche, strusciandogli il suo stesso nome sulla lingua con una spudoratezza di cui non si sarebbe mai ritenuta capace, mentre Al-Cid la attirava tutta contro di sé in un vortice di spinte una più imperiosa dell’altra.
E quando Ashe cadde con la testa all’indietro contro lo schienale, Al-Cid la seguì, appoggiandosi al suo petto con la vita circondata dal lenzuolo e dalle sue gambe.
Con un’occhiata al giardino, fuori dalla finestra, Ashe gli pettinò pigramente i capelli in disordine con le dita, respirando ad occhi chiusi.
Poco più di un anno prima, non avrebbe mai pensato di potersi permettere simili desideri, figuriamoci assecondarli con tale serietà d’intenti – i suoi problemi erano altri, e il suo corpo non esisteva: non era suo, era uno strumento con cui scappare e rotolarsi nella polvere, nel tentativo disperato di riprendere legittimo possesso della vita che le apparteneva. La carne che lo materiava era la stessa del suo cuore – qualcosa di alto che non poteva percepire nulla che non fossero onore, vendetta, responsabilità.
Era strano – per non dire liberatorio e destabilizzante – pensare che il suo stesso corpo, adesso, potesse infiammarla così, e che il suo cuore potesse battere al ritmo di qualcosa di così umano e normale come il desiderio, portandosi dentro dei sentimenti liberi dalla greve ombra azzurra delle illusioni che gli Occuria avevano intessuto per lei. Il rimpianto che avevano cercato di fomentare – quello che una lieve dose di dolore era bene in grado di risvegliare – se ne stava stretto, ora, fra due blocchi a cui non riusciva a dare un nome. Aveva sposato Al-Cid in nome di cosa, esattamente? E Basch? Imbrigliati com’erano nella situazione attuale, non potevano certo dire di poter aspirare a una qualche ragionevole soluzione.
Appoggiò pensosamente le labbra fra i capelli di suo marito, e una mano di lui accorse a sfiorarle la guancia con il giocoso buffetto che si assestava a una bambina in vena di broncio.
«Non pensare troppo, mia cara. Non ne vale la pena.»
Lei sbuffò in un mezzo sorriso.
«Smettila di essere così premuroso con me.»
Al-Cid nascose il proprio, di sorriso, rilassandosi su di lei.
Sto già pensando io troppo per entrambi.
E non ebbe il benché minimo coraggio di ammettere anche solo a se stesso che il famigerato guaio che sua moglie rappresentava, all’interno della sua vita, fosse addirittura più esteso di quel che aveva creduto in principio.
Sì, stava decisamente invecchiando.

~

A/N 3 marzo 2009, ore 23:40. Mio Dio, ma ci ho messo mesi, e tutto questo è lunghissimo! Quello che mi ha dato più problemi è stata la riflessione finale, mi ha impantanata per settimane, e l’ho risolta solo oggi. La scena di sesso mi ha divertita, e il parto altrettanto. E Basch… Basch in questa storia è l’eroe e il povero diavolo.
L’ho già detto che questo capitolo è di una lunghezza impressionante XD?

Juuhachi Go.

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