[Moulin Rouge] One missed step

Titolo: One missed step
Fandom: Moulin Rouge
Personaggi: Satine, Christian, il Duca
Parte: 1/5 | 2 | 3 | 4 | 5
Rating: PG13
Conteggio Parole: 12687 totali (LibreOffice)
Note: what if. Dai, ognuno di noi, almeno una volta nella vita, si è fatto il filmino nella testa so come avrebbe voluto veder finire quel film. Questo è il mio quando avevo sedici anni. I link ai capitoli dopo il primo si aprono in un’altra finestra, con link al vecchio archivio manuale, così non intaso la categoria con post multipli di fic vecchissime E FACCIO MENO FATICA DI CONSEGUENZA

One missed step
I.

(…)And the storm keeps on twisting
You keep on building the lies
That you make up for all that you lack(…).

Suppongo che al momento sia alquanto difficile mettersi nei miei panni. Io sono sempre stata abituata a manipolare e a rigirare gli uomini a mio piacimento e adesso mi trovo manipolata a mia volta, per quanto non sia il termine giusto da usare. Stanotte ho sognato cortigiane, maharajah e suonatori di sitar, rimescolati insieme come un mazzo di carte, ho sognato stralci di canzoni e di storie che lui mi ha raccontato. Fra le coperte sono sparse le pagine di un copione battuto da una macchina da scrivere svogliata, credo che l’inchiostro sia quasi finito. Ieri sera ho recitato qualche riga che aveva buttato giù, meditando sulle parole che leggevo, quasi sottovoce, fino a che le dita di Christian non si sono interrotte sui tasti. Si è alzato e mi ha avvolto le braccia attorno al corpo, mi ha premuta sul letto e io non ho più sentito la mia voce.
Lui dorme ancora della grossa, scomposto e arruffato, stravaccato sul materasso molle e cigolante. Le coperte lo coprono appena, perché le ho prese quasi tutte io: il letto è un po’ troppo piccolo per tutti e due e io ho sempre l’abitudine di girarmi e rigirarmi troppo mentre dormo, solo che in un letto a tre piazze è più facile…
Guardando il sole che filtra da una fessura nelle imposte, mi chiedo come diavolo farà a sopportare l’inverno qui a Parigi, con due coperte di lana ispida e scadente e un vecchio lenzuolo rammendato.
Lascio correre una mano nei suoi capelli come una ladra mentre guardo la carta da parati muffita e il tavolo di legno consumato su cui lui scrive, mangia e si strugge.
Ho come la sensazione che qualcosa mi sia sfuggito di mano… Non so, io ho aspettato un duca da una vita e tre quarti, per smettere di essere una semplice soubrette da bordello con una discreta propensione a recitare. E ieri sera ho visto Christian di spalle che mi lasciava accomodare su questo letto e cominciava a battere febbrilmente frasi che… come ha detto? Fossero modellate su di me. Ha voluto che io camminassi, parlassi e cantassi, prima che lui si mettesse all’opera. Mano a mano, sillabava il frutto del suo lavoro, trascinato dalla sua immaginazione, dipingendo davanti ai miei occhi scenari esotici e favolosi creati per ruotare attorno a me, come tutto, al Moulin Rouge.
Non sono mai stata guardata dagli occhi di uno scrittore. Lo osservavo scrivere da dietro le spalle, lui tutto concentrato ad ordinare le lettere in parole, in concetti, in frasi, e mi accorgevo di essere una donna senza fantasia che diventa il fulcro della fantasia altrui.
E Dio, mi piace. Sono spettinata, nuda e discinta nel letto di un uomo che non mi potrà offrire mai niente di quel che ho sempre chiesto prima di incontrarlo. E se l’avessi davanti adesso, mi terrei lui e l’imposta rotta e le copertacce e il tavolo bisunto e la macchina da scrivere senza inchiostro, sì, al diavolo i duchi. Perché Christian ha le parole giuste e potrebbe passare la notte intera a mormorartele mentre fai l’amore con lui, guidando le sue carezze timorose mentre – caso unico nelle mie esperienze – ti si affida completamente. E non hai bisogno di fingere niente, perché l’ingenuità del suo desiderio ti investe e ti coinvolge in un picco di piacere che è tenerezza infiammabile. Mi viene da ridere, lui l’amore è fatto per raccontarlo. E sottolineo, per raccontarlo a me che so farlo, l’amore.
Mi rigiro fra le lenzuola, con un movimento che ha poco di elegante e molto di ridicolo, ma, ora come ora, non me ne importa.
Sono solo scioccamente, infantilmente, semplicemente felice. Qualcosa di liquido e frizzante mi riempie le vene, e avrei voglia di saltellare e di coprire Christian di baci.
Saltellare.
Non è una cosa molto da signora.
Rido ad alta voce, ma cerco di essere il meno rumorosa possibile. Mi distendo di nuovo, prona, i gomiti sul cuscino, ma vado a sbattere contro di lui. Sono sempre stata così maldestra? Provo ad alzar—
«Ahia!»
Finito il letto. Questo sì che è comportarsi da sapiente cortigiana.
Dopo il tonfo, Christian riemerge dal bozzolo disfatto di coperte con un sobbalzo.
«Satine?»
Si sporge lentamente oltre il bordo del letto con aria incerta, con un’adorabile faccia da bambino sconvolto.
«S… sì?» ridacchio, mentre lui mi tende la mano
«Ti sei fatta male?»
«Sono tutta intera.» mormoro, rimettendomi a sedere sul materasso «Il tuo letto aveva fretta di farmi scendere.»
«Il mio letto ti ama.» rettifica lui, serafico. Mi porge i vestiti appoggiati sulla sedia, ma io mi avvolgo nel lenzuolo e mi siedo al tavolo. Lui preferisce rivestirsi alla meglio, cantando a squarciagola.
«Colazione all’inglese?» suggerisce, tutto contento.
Perché no.
«Colazione all’inglese!»
«Aggiudicato.»

*

Mentigli. Hai la tisi. Niente da perdere. Lo ucciderà se non lo fai. Lo ha giurato.

La sua mente continuava a sciorinare sempre gli stessi brandelli di frasi, parole che le spolpavano i polmoni più della malattia. Non poteva smettere di chiedersi a quale prezzo avrebbe salvato Christian.
«La verità è che io sono la cortigiana indiana. E ho scelto il maharajah.»
Qualcuno le aveva sempre insegnato a recitare una parte.
Solo Christian le aveva chiesto di fare quel che voleva.
E non era quello.
Negli occhi di lui balenò un lampo di sbigottita delusione.
Bastava così poco per distruggere l’uomo che amava?

Dimmi che mi ami. Dimmi che non ci credi.
Chiedimi la verità.

«Di che stai parlando?»
Satine si voltò, serrando i pugni per frenare le mani che le tremavano.
«Mi stai mentendo, lo so che c’è dell’altro. Satine. Satine!»

Non lasciarmi andare.

«Voglio la verità!»
Le trattenne i polsi e la spinse contro la porta, in un moto di disperazione, più che di rabbia.
A Satine sfuggì un singhiozzo.
«Che ti è successo, Satine?»
«Ha detto che ti ucciderà. Ha… detto che non dovrò più avvicinarmi a te. O ti ucciderà.»
«Allora ti porto via.»
«No.» lo lapidò lei, sfuggendo alla sua presa
«Perché!» esclamò Christian, frustrato e sempre più confuso

Perché sto morendo. Perché ti illuderei. Perché ti darei il tempo di vedermi morire, e nient’altro.
Non esiste un futuro, Christian.

«Non essere sciocco. Lui è un uomo potente.».
Christian scosse appena la testa, Satine si lasciò sfuggire un sospiro esasperato, gli occhi al cielo. Erano questi i momenti in cui le sembrava di parlare con un bambino.
«Ci scoverà.»
«Ma—»
«Lo farà. E quando ci sarà riuscito, ci distruggerà. Non ti voglio morto.» lo interruppe, stropicciando il fazzoletto che teneva in mano, con la voce che si andava alzando.
«No, Satine. Al massimo, ti distruggerai da sola.»
«Tu sei pazzo.» mormorò lei, sgomenta
«Non mi salvi, così.»
«Oh, andiamo.»
«Così mi uccidi prima tu. Non puoi chiedermi una cosa del genere.»
«Avresti dovuto saperlo fin dall’inizio, invece. Te l’avevo detto io, che non posso appartenere a nessuno. Lo vedi anche tu, penso. Il sentimento in cui tu poni così tanta fiducia è solo deleterio, in un posto come il Moulin Rouge. Qui esiste solo chi paga di più. Noi ci abbiamo provato e ne abbiamo avuto la conferma. Non possiamo andare avanti con il rischio che tu possa rimetterci la vita. Non voglio. Non ti succederà qualcosa di male solo perché io non mi sono resa conto della sciocchezza che ho fatto quando tu mi hai chiesto una cosa così… così… assurda.»
«Satine, non capisco.» balbettò Christian, stordito da quel flusso ininterrotto di parole.
«Vorrei solo non averti mai incontrato.» scandì Satine, scoppiando in singhiozzi. Allontanò la mano di un Christian affranto e deluso, poi scostò nervosamente una ciocca di riccioli ramati per portarsela dietro l’orecchio, oramai incapace di nascondere il fremito che le faceva vacillare le dita.
«Mi hai fatto conoscere cose che io non pensavo potessero essere davvero… così. L’amore è sempre stato un’invenzione buona per i romanzi e le fantasticherie, per quanto mi riguarda. È sempre stato fuori dalle pareti del Moulin Rouge, della mia vita. Poi, quando ho pensato di avere un sogno, sei arrivato tu, con i tuoi versi, le tue parole, tutta la tua fede nell’amore.».
Christian continuava a guardarla tenendo le mani lungo i fianchi. Satine sollevò le sue fino a toccargli il viso, con un sorriso nostalgico e, in un certo senso, amaro.
«Per la prima volta, potevo essere chi volevo, e non perché qualcuno mi pagava, ma perché qualcuno mi amava.»
Silenzio, mentre Satine si asciugava gli occhi.
«Ma non fa per me. E tu sei troppo… meraviglioso, per finire rovinato da uno stupido Duca, solo perché ti sei preso qualcosa che lui ha pagato. Christian.»
«Sì?» scattò lui,cupo.
«Guardami.»
L’aria si era fatta spessa come un panno di velluto. Christian si costrinse a fare un respiro prima di guardare Satine.
«Io voglio che tu faccia qualcosa di bello della tua vita. Impiega il tuo talento perché il mondo si possa accorgere di quanto vali. Se il prezzo da pagare è lasciarti andare, lo faccio senza…» esitò «… rimpianti.»
Il giovane sembrò meditare un momento, cercando di scrutare negli occhi irrequieti. Sorprendentemente, si scoprì quasi irritato dalle sue parole. Con un’occhiata triste, prese a passeggiare nervosamente per la stanza. Parlava con voce bassa e fin troppo controllata.
«Perché credi nel mio talento e non nella mia capacità di portarti lontano da questo posto?»
Satine rimase nell’angolo, a tormentarsi le mani, ma senza abbassare lo sguardo.
«Perché mi dici ti amo e poi, quando sono io a dirlo, non è mai abbastanza?».
Nonostante la calma che Christian tentava di infondere alla sua domanda, tradiva un’acredine che, per quanto lecita fosse, non faceva che aumentare il peso della situazione.
Quando anche Satine prese a seguire i suoi passi, entrambi ebbero la sensazione che quel loro muoversi guardingo li stesse stringendo in un cerchio invisibile.
«Devo sempre incassare le bugie più amare e tutte le sconfitte. A te vanno bene le adulazioni e le poesie, ma non i progetti concreti per cambiare la tua vita. Non posso riuscirci, da solo. Perché dici di poter essere chiunque vuoi con me, quando preferisci rimanere a recitare sul palcoscenico di un bordello, piuttosto che fidarti di me, maledizione!»
«Perché non possiamo farcela!» schizzò in alto la voce di Satine
Era impossibile cercare di inculcare a un uomo libero e responsabile della propria vita il concetto di fondo su cui si basava il Moulin Rouge.
Recitare.
Recitare un piacere, un sentimento, un’attrazione.
Non come vocazione, ma come istinto di sopravvivenza.
Avrebbero potuto sfuggire senza problemi a questo stato di cose, ma per andare dove? Per fare cosa? Non avevano tempo, e non ne avrebbero mai avuto. Preferiva passare per una codarda, piuttosto che morire sotto i suoi occhi.
«Sei tu che non vuoi!» sbottò Christian, con forza «Credi che io non sia abbastanza uomo da prendere una pistola e far fuori quel cicisbeo effeminato come lui ha intenzione di fare con me? Beh, mi dispiace, Satine. Aveva ragione l’Argentino. Quando l’amore si dà al miglior offerente, non può esserci fiducia, né tantomeno amore.»
«Bene, sembra che tu mi abbia risparmiato la fatica.»
«Perfetto.»
«Fantastico.» ribatté lei, glaciale. «Vattene, Christian. Immediatamente.»
Christian si voltò, il viso che si era fatto di pietra per nascondere una lacrima che scivolava lungo la guancia come un liquido filo di ragnatela.
Satine non tornò indietro sulla sua decisione. Quando fu sicura che l’uomo fosse lontano, percorse il corridoio a passi eleganti, le ciglia lucide di pianto.
Recitare, recitare.
Colpo di tosse.
Fazzoletto, raddrizza le gambe, Satine.
Ce l’hai fatta.
Brava ragazza.

*

Le prove di Spettacolo Spettacolare si svuotarono, improvvisamente, della palpitante aspettativa che le aveva pervase fino a quel momento. La complicità fra Christian e Satine donava all’avvenimento un’allegria che univa tutti gli artisti insieme, come in difesa di qualcosa in comune. Magari era un’illusione, o magari no. Fatto stava che, una volta percepita la spaccatura, tutto il cast artistico e lo staff sembrò quasi andare alla deriva, privo di quello slancio che l’aveva animato quando i sorrisi della cortigiana e dello scrittore squattrinato si facevano silenziosamente beffe di quell’ingenuo del Duca. Ma adesso che anche quel fragile incantesimo era garantito da una finzione, gli intrighi dei due amanti a discapito del maharajah avevano perso la loro forza scoppiettante, per quanto il sorriso sfolgorante di Satine sapesse imporsi su tutto con consumata bravura. L’appassionata partecipazione di Christian era diventata una supervisione distaccata e cortese, nella quale Satine era l’unico elemento che evitava accuratamente.
In tutta risposta, lei lo degnava di un sorriso smagliante e altezzoso, prima di volgere gli occhi altrove, in modo che Christian non ne scorgesse la tristezza. Adesso le sue occhiate più civettuole erano tutte per il Duca.
Christian aveva adottato una distanza quasi surreale nei confronti di quelle moine. La gelosia continuava a corroderlo come vetriolo, in un lento, lento supplizio, ma la lontananza di Satine era un anestetico potente, che sopiva il suo furore, almeno fino a quando non era costretto ad osservarla da sotto al palco, abbacinante con i grappoli di brillanti ricamati nei capelli e le gonne di seta. Tutto ciò che riusciva a scuoterlo in quei momenti era una collera senza voce, che si sfogava nel suo sangue come una malattia.
Quella donna era proprietà di un ometto bilioso e maniacale, che poteva amarla solo per i diamanti che poteva regalarle.
Quella donna aveva il suo cuore fra le dita.
L’aveva educatamente ammonita un paio di volte perché continuava a sbagliare le battute. Lei si era portata una mano alla testa, compressa dal pesante diadema. Era stanca e intorpidita.
Mise un piede in fallo e per poco non inciampò nei propri tacchi.
Christian sapeva riconoscere una farsa da un vero malessere. Incurante del proprio risentimento, con due falcate era già sul palco a sorreggerla, prima che battesse la testa sul pavimento. Il Duca si distrasse dalla propria infervorata conversazione con Zidler e cacciò un urlo alla vista di Satine riversa a terra, rorida di un velo di sudore.
Trafelato, si precipitò a farle vento.
«Mademoiselle Satine, cosa avete?» tremò il ragazzo, liberandole la fronte, il rosso lucente dei suoi capelli sparso sul palco in lunghe, morbide volute.
Esalò un respiro sofferto, castigato dal corsetto. Christian le aveva parlato con la solita timorosa dolcezza, con i soliti occhi pieni di tutte le parole del mondo.
Stupido ragazzo, e stupida lei.
Le sue forze non glielo permettevano, ma tentò comunque di rialzarsi dal pavimento, il petto ostruito dal corsetto che sembrava in procinto di esplodere da un momento all’altro. Inghiottì.
«Sto benissimo, Monsieur Christian—» replicò, ma le parole le uscivano tossicchianti e affannose. Afferrando le mani di entrambi i suoi contendenti, si rimise in piedi e scappò dietro le quinte, lasciando il Duca frastornato e paralizzato. Non stava bene, non era nemmeno in grado di camminare. Ci voleva ben altro per far desistere Christian, che si lanciò al suo inseguimento. Fu una corsa di breve durata: la trovò di spalle, con una mano appoggiata al muro, spossata e tremante. Intuiva il pesante susseguirsi dei suoi respiri. Poi, un colpo di tosse lacerante, che non sembrava quasi provenire da un corpo così esile.
Impietrito, Christian tese una mano, quasi con l’illusione che Satine potesse voltarsi e prenderla. In realtà, non osava toccarla, per paura di venire bruscamente respinto, o di farle male, o di chissà che altro.
«Che cos’hai?» bisbigliò, in modo che né Zidler né il Duca potessero sentirlo. Satine, però, non si voltava. Tossì ancora nel fazzoletto, un altro colpo violento, poi asciugò in fretta una vischiosa traccia di sangue dalle labbra.
«Non ti avvicinare,» gorgogliò, sfinita, una mano sul petto per calmare il dolore dello sforzo «non mi toccare, non ho niente, vattene… Vattene, Christian, vattene subito, vattene, sto bene!» ansimò, supplicandolo quasi e ricacciando indietro quell’incrinatura in mezzo alla voce, senza successo.
Era Christian, quando parlavano sottovoce. Era ancora Christian.
«Non stai affatto bene. Nemmeno chi è stressato rischia di svenire tanto spesso, avanti! È questa una delle tante cose che cerchi di nascondermi?» sibilò lui con impeto, avvicinandosi e cercando di prenderla per mano.
«Satine…» mormorò, in mezzo ai suoi capelli, le dita sul suo polso. Terrorizzata all’idea che potesse scoprirle il fazzoletto insanguinato, si divincolò con uno scatto iroso e corse lontano da lui. Si fermò, di nuovo con la mano sulla fronte. Aveva la febbre. Sentì il sudore scenderle dietro la nuca in un fastidioso brivido di freddo.
«Sono stanca, è meglio se sospendiamo le prove, oggi…»
«Sì.» convenne lui, sconsolato. Poi, Satine infilò il fazzoletto nella scollatura e si appoggiò a uno scaffale, con un tintinnio. Con la sensazione che potesse perdere di nuovo l’equilibrio, il ragazzo la prese per il braccio senza aspettarsi proteste.
«Vieni, ti accompagno di là.».
Lei si sentiva troppo intontita ed esaurita per rispondergli alcunché, e gli si abbandonò contro.
Christian si irrigidì.
«Mademoiselle ha un po’ di febbre.» spiegò, arrivati che furono di fronte ai due uomini, accigliati e sospettosi per l’eccessiva vicinanza fra loro «Probabilmente delle sedute di prove così intense l’hanno stancata, io le consiglierei di starsene a letto finché non si sentirà pronta a ricominciare.»
Per la prima volta dall’inizio della sua permanenza, l’imprenditore e il Duca sembrarono dargli ascolto. Quest’ultimo prese Satine sottobraccio con una smorfia di odio e l’accompagnò nelle sue stanze, seguito da uno Zidler decisamente scuro in volto, cosa che non sfuggì allo spirito di scrittore del giovane uomo.
Una volta rimasto solo assieme a qualche sparuto attore, si gettò sulla sedia con un respiro esausto.
Niente poteva andar peggio di così, anche se sapeva perfettamente di sbagliarsi.
Quella notte la passò insonne, con le orecchie piene di quei cavernosi colpi di tosse, scanditi dal lamentoso ritmo di quei vattene disperati.

*

Quello fu l’ultimo episodio in cui poté dire di aver sentito Satine nuovamente vicina. Per il resto, nulla cambiò nelle settimane precedenti alla prima.
Cosa importante, Satine non si rimise del tutto, sempre logorata dalla fatica e sofferente. Avrebbe dovuto mostrare un po’ di debita noncuranza, ma Christian non faceva altro che impensierirsi di più. Questo non significava affatto che la incrociasse spesso. Si muovevano su linee perennemente parallele, secondo un accordo mai stipulato.
Il dolore che si trascinavano dietro servì, magra consolazione, a raffinare ancora di più le doti artistiche di lei, che mostrò, una volta entrata in scena la sera della prima, una serenità che non possedeva per nulla. La sua tecnica si mostrò, comunque, talmente brillante da rendere Spettacolo Spettacolare una rappresentazione degna del proprio nome. Aveva destato scrosci di applausi da parte del pubblico, passando dal pianto al riso con la disinvoltura di una veterana. Nessuno intuì che avrebbe solamente voluto disperarsi.
Come seconda nota positiva, a Christian fu economicamente riconosciuta la potenza del proprio
estro creativo. Magari non era abbastanza denaro per strappare – folle sogno – Satine dalle braccia del Duca, ma era sufficiente per condurre una vita dignitosa, almeno per un po’. La tanto agognata stabilità economica non fu tuttavia in grado di scacciargli da davanti agli occhi la visione di lei a letto con il Duca, perché il sangue diveniva amaro al solo pensiero. Quando si costrinse a realizzarlo, sentì delle lacrime impotenti lungo le guance. Impotenti come lo fu Satine, quella notte, impegnata a subire il piacere e il desiderio di un uomo che destava in lei solo ribrezzo.
Prima dell’arrivo di Christian, aveva aspettato anni perché qualcosa di simile le accadesse. Adesso, invece, con il cuore sconvolto da qualcosa di totalmente spontaneo e inaspettato, sentiva più che mai che quell’antico obiettivo era null’altro se non una compravendita uguale – e possibilmente ancora più squallida – delle altre.
E lei era la merce di scambio.
E adesso era una star.
E quella, nel bene e nel male, era una mastodontica svolta.

*

Il primo passo per renderla effettiva prese il nome di Inghilterra, con sommo compiacimento del Duca, irremovibile nella sua decisione, in contrapposizione al disappunto di Zidler e della stessa Satine, che al nome di Londra ne collegava un altro, confinato, al momento, nella prigione in cui lei era stata segregata.
La sua voce in capitolo era, di fatto, inesistente. In ogni caso, aveva perso Christian. Tanto valeva, si disse, concentrarsi sul suo vecchio sogno, almeno per il tempo che le restava da vivere. Tempo che lei sentiva accorciarsi di giorno in giorno. Ignaro al riguardo, il Duca non riusciva a capacitarsi del suo scarso entusiasmo a così pochi giorni dalla partenza.
Quando si decise a chiederle il perché, senza aver tuttavia intenzione di un repentino cambio di programma, avevano appena finito di cenare. Lei era in piedi, vicino alla finestra, Parigi ai suoi piedi. Il Duca le si era avvicinato, domandandole se per caso le dispiacesse lasciarla. Satine si era limitata a scuotere il capo, tossicchiando.
Silenzio.
Il lieve colpetto si ripeté più volte, finche il Duca non vide che la sua protegée estraeva un fazzoletto dalla borsetta, attanagliata dal terrore. Un altro accesso la sorprese prima che potesse nascondersi.
Il fazzoletto si intrise di rosso.
Il Duca sentì le proprie labbra tremare.
«Ma voi siete… malata!»

*

Note… 16 luglio 2006, ore 4:22. Io l’ho detto a Micchan di fermarmi, lei non l’ha fatto e adesso vi beccate una nuova fic a capitoli, la mia prima su un film che, fra l’altro (non si capiva XD) mi ha stregata: Moulin Rouge. Satine a Christian non doveva mentire, cacchio ç_ç! In quella scena del film mi è pigliato un coccolone, se devi morire a maggior ragione fai quel che ti pare, no? Ma la Ju sistemerà tutto, bwah X°°°D. All’inizio lo stile non mi convinceva, adesso pare che io abbia ingranato… Bah, vedremo. Dimenticavo, la citazione è da Angel di Sarah McLachlan.^^

A presto col secondo!

Juuhachi Go.

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Layout e contenuti © Juuhachi Go 2004-2019; Seishiro e Subaru © CLAMP; brushes & textures © 77words, Ewanism & Cryingforest.net, che pare sia ormai inattivo. Love is Blindness e relativo testo sono © U2 e aventi diritto. Dusk Shard nella sua versione definitiva (si spera *cough*) è reso possibile da Wordpress e, per quanto riguarda il suo scheletro tematico, Underscores. Tuttavia, il vero ringraziamento va a Mrbalkanophile che ha fornito il mio piccolo archivio di alcuni snippet deliziosi per farvelo fruire meglio, e che, SOPRATTUTTO, sopporta con infinita pazienza i miei scleri e i miei pasticci. E grazie a tutti voi, per essere ancora qui a sorbirmi!