[RG Veda] Diamonds and rust

Titolo: Diamonds and rust
Fandom: RG Veda
Personaggi: Taishakuten, Ashura-ou
Parte: 1/1
Rating: NC17
Conteggio Parole: 3787 (LibreOffice)
Note: omosessualità, nsfw, spoiler sul finale del manga, prompt da 52flavours. Voi non avete idea, a prescindere da quanto possa essere invecchiata male questa fanfiction, di quanto mi sia piaciuto scriverla. Le voglio un bene che nclpf.

DIAMONDS AND RUST
52. To the last syllable of recorded time
You left the sweetest taste in my mouth
You’re a silver lining the clouds
Oh and I
Oh and I
I wonder what it’s all about
(Coldplay –
The Hardest Part)

*

Aveva sinceramente pensato, in quel momento, che una sfrontatezza del genere fosse, allo stesso tempo, inaudita e degna della sua più profonda ammirazione.
Scostò il velo leggero del baldacchino con una mano, e la vetrata gli rimandò una veduta del palazzo di Zenmi da togliere il fiato: la notte nerissima, punteggiata di quelle stelle d’argento, e gli imponenti pinnacoli che torreggiavano su di loro.
Richiuse la tenda con un sospiro più preoccupato di quel che voleva dare a sentire, guardando la piazza del letto (vuota, sì, ma per quanto tempo ancora?) dall’altro lato.
Si girò su un fianco, senza nemmeno tentare di nascondere un irritante scatto di nervosismo.
Oh sì, Taishakuten era davvero un uomo pericoloso.
Fortunatamente per lui, Ashura-ou non si considerava tipo da tornare indietro sui propri passi. Questo, tuttavia, non stava a significare che quel passo fosse particolarmente… ortodosso.
La prossima volta – pur dubitando del fatto che ce ne sarebbe stata una – avrebbe fatto in modo di riconsiderare i propri calcoli.
Certo, si disse, con un sarcasmo che suonava terribilmente insolito anche a se stesso, come se prendere in considerazione simili eventualità fosse ordinaria amministrazione.
Si spostò i capelli dietro l’orecchio.
Voleva lui. Perché lui?
Anche a voler provare a speculare sulla suddetta richiesta in maniera razionale, non riusciva a trovare un nesso logico fra quel comandante supponente che non si faceva scrupoli a intraprendere un duello con il più potente guerriero del Regno Celeste – era un dato di fatto – e l’uomo che aveva detto, chiaro e coinciso, che lo desiderava, con una mano fra i suoi capelli, un gesto sorprendentemente intimo che Ashura-ou non avrebbe mai permesso ad anima viva, men che meno a lui.
C’era da aggiungere, inoltre, che, mentre la sua richiesta si era avvalsa di un tono decisamente pacato, la risposta che ne era seguita era calata su di lui con un tono così perentorio che sconfinava nell’assurdo.
Fece, suo malgrado, un mezzo sorriso.
A pensarci meglio, la supponenza era quella di sempre, ed era tanta.
Aveva immaginato che gli avrebbe chiesto di camminare in ginocchio lungo tutta la sala principale e di cedergli il titolo di dio della guerra, ma lui aveva avuto addirittura il coraggio di chiedere il suo corpo.
Poche persone, a seguito di una simile richiesta, sarebbero arrivate indenni dall’altra parte del corridoio. Taishakuten doveva ringraziare il suo stesso spirito ambizioso, in cui Ashura-ou riponeva grandi speranze, pur riconoscendone l’insindacabile pericolosità.
Simili mire, ridacchiò, meritavano a pieni voti lo scranno imperiale.
Così come, allo stesso modo, la nascita di Ashura e la salvezza del Cielo che derivavano da essa valevano bene l’acconsentire a quel… a quella… beh, a quel favore.
Poste queste premesse, poteva quasi dire di sentirsi tranquillo e rilassato.
Quasi.
Oh beh, almeno lo era abbastanza da apparire tale.
E stava pensando anche troppo a Taishakuten.
Non che comportarsi altrimenti fosse semplice.
Il dio della guerra vittima della tensione: un bel problema.
«Non è il caso di fare quella faccia, Ashura-ou.» sorrise lievemente Taishakuten, spuntando all’altra estremità del letto, con aria palesemente divertita.
L’uomo si mise a sedere compostamente e rispose con un sorriso molto più rilassato.
«Vi assicuro che la causa non siete voi.».
«Bene, questo sarà di buon auspicio per la serata, suppongo.» lo punzecchiò, armeggiando con l’incensiere. L’altro tossicchiò imbarazzato.
«… Il prossimo Ashura-ou distruggerà il mondo, le profezie di Kuyo sono infallibili.» disse, fissando a testa alta gli occhi del comandante. Erano di un azzurro gelido e penetrante, come sempre, ma quella sera avevano qualcosa di diverso. Mancava quella sfumatura di alterigia con cui Taishakuten era solito guardare il resto del Regno Celeste. Ashura-ou era sempre stato un attento osservatore, e aveva osservato a sufficienza quell’uomo per capire di poterci parlare con tranquillità.
Una tranquillità che venne meno nel momento in cui Taishakuten decise di andarsi a sedere sul bordo dell’altra piazza del letto, per stringergli di nuovo una ciocca di capelli nel pugno, con una naturalezza a cui Ashura-ou decise di non reagire: in caso contrario, non avrebbe avuto il coraggio di guardarlo. Non per timidezza, ma perché il modo in cui li aveva accarezzati gli aveva dato l’impressione che lo avesse fatto da sempre, quando, in realtà, non si era mai azzardato prima di quel giorno.
Non capì perché il pensiero lo facesse rabbrividire.
«E io sento di star commettendo un crimine della peggior specie.» si rabbuiò «Cambiare il destino, col rischio di rendere questo mondo un inferno e desiderare, nonostante tutto, che mio figlio nasca ugualmente.».
«Se è questo il vostro desiderio, vi prometto solennemente che farò tutto quel che è in mio potere per esaudirlo.».
Ashura-ou percepì l’ombra di una risata nella sua voce. Era animata da una sfumatura di calore così inusuale. Si ritrovò a voltarsi verso Taishakuten in un gesto automatico, la sorpresa dipinta sul viso.
E sì, sorrideva.
In modo morbido e accondiscendente, con il volto liscio e rilassato e i suoi capelli vicini alle labbra.
«Anche se dovessero soffrire milioni di persone e questo mondo dovesse tramutarsi in un inferno, manterrò la promessa che vi ho fatto. Non permetterò che Ashura si risvegli nelle vesti di dio della distruzione.».
Adesso lo sentiva davvero.
Le sue parole vibravano di intensità, erano sentite, dette non in fretta, ma con quella determinazione e quella fede che non permettevano a una sola briciola di fiato di andare sprecata.
Non avrebbe mai pensato che l’usuale tracotanza di Taishakuten fosse solo il lato penoso di un cuore fatto di rigore e follia, e si era ritrovato con le mani allargate sul suo petto, senza aver avuto il tempo di accorgersi che l’uomo si era delicatamente appoggiato su di lui.
«Taishakuten…».
Si accorse di non avere più il fiato.
«Ho incontrato Yasha-ou, oggi.» e sentì il bisogno spasmodico di dire qualcosa che potesse ridargli l’ossigeno, con la voce che traballava.
«Colui che è destinato a risvegliare vostro figlio?».
A Taishakuten questo non interessava di certo, ma aveva bisogno di rompere la tensione che aveva percepito in lui.
«È un ragazzo con degli occhi molto belli.».
«Allora, io… per voi… diventerò imperatore.».
Quello che Ashura-ou gli aveva sussurrato poco prima non era mai esistito.
La frase era solenne. Piena.
Aveva un ginocchio premuto fra le sue gambe, il capo chino sul suo viso, i capelli d’argento a incorniciare entrambi.
«Fermerò la profezia che risveglierà vostro figlio con una dittatura così repressiva da impedire alle sei stelle di radunarsi.» e l’aveva detto con un’appassionata dedizione, tanto da smuovere Ashura-ou, che era rimasto inerme, ad occhi sgranati, nel proprio stupore.
«Ashura-ou.».
No, non aveva potuto sollevarsi. Una mano di Taishakuten gli si era posata sul petto, senza esercitare forza, quando aveva avvicinato il viso al suo e aveva appoggiato le labbra sulle sue.
E tutto si era fermato in un impensabile stato di quiete. Non aveva preteso nulla al di fuori della pressione sulla sua bocca, come se in quel bacio si fosse disciolta la pace. Aveva visto i suoi occhi chiusi e la carezza del suo palmo.
L’aveva trovato incredibilmente dolce. Di una dolcezza totale, irragionevole, rinfrancante. Se n’era sentito invaso a tal punto che aveva sfiorato i suoi capelli sottili con le dita.
«Ashura-ou, alzatevi in piedi.».
Gli riuscì più facile sentire il suo respiro che le sue parole, con le labbra vicinissime al suo orecchio.
Ebbe la sensazione che quel calore non avrebbe più lasciato quella voce. Almeno per quella notte.
E non sapeva assolutamente dire cosa quel pensiero gli suscitasse. Si aggrappò a lui, ancora stordito, per farsi tirare su. Prima che riacquistasse l’equilibrio, Taishakuten scrutò il suo sguardo, abbozzando qualcosa fra un sogghigno e una risata più sincera.
Ashura-ou non evitò i suoi occhi, seppur fosse conscio di star facendo una ben magra figura in quanto a contegno: si sentiva così confuso da non avere più la minima difesa, e non era affatto sicuro che questo fosse un bene, davanti a Taishakuten. Ad un tratto, sentì un suo dito scivolare lungo la sua guancia in una carezza leggera e compiaciuta.
«Non temete, non ho alcuna intenzione di prendermi gioco di voi.» e fece per baciarlo ancora, ma Ashura-ou si ritrasse impercettibilmente.
«Voi dite? È ben strano che me lo assicuriate proprio ora.».
L’uomo rise di gusto. Non ricordava che il sarcasmo fosse una dote particolarmente manifesta in Ashura-ou.
Lo voltò in modo che avesse il letto di fronte a sé. Ashura-ou non obiettò, né diede segno di essere granché nervoso. In realtà, tutti i suoi muscoli erano diventati di una rigidezza insopportabile. Tese le orecchie: dietro di lui, il morbido fruscio della stoffa che scivolava via dal corpo di Taishakuten. Non passò un attimo e già le braccia di lui erano incrociate sul suo petto.
«Posso spogliarvi?» chiese, a voce bassa contro il suo collo.
Lo stava evidentemente prendendo in giro.
Ashura-ou sogghignò, voltando appena il capo.
«Che senso avrà mai domandarmelo, se sapete bene di poter disporre di me come meglio vi aggrada? Mi avete appena detto che non è vostra intenzione prendervi gioco di me.».
«Mi sarei aspettato qualunque cosa,» sussurrò Taishakuten, baciandogli la base del collo «ma non una simile confessione dalle vostre labbra.».
Ancora paralizzato dal brivido che l’aveva attraversato, Ashura-ou non osò muoversi, dando così modo all’altro di accostarsi al suo orecchio.
«So perfettamente che i vostri occhi già vedono vostro figlio e null’altro, ma so anche che non potete immaginare quanto io vi abbia desiderato fino ad ora… è singolare: siete mio, adesso, ma, al contempo, non lo siete affatto; anzi, oserei dire che siete a migliaia di chilometri da qui.».
Eppure Ashura-ou aveva la certezza che Taishakuten si stesse sbagliando: da parte sua, non si era mai sentito talmente incapace di fuggire. A dirla tutta, non sapeva nemmeno se, in caso contrario, sarebbe stato in grado di farlo. Quando vide le mani di Taishakuten che svolgevano delicatamente i lembi di lino della tunica, non poté fare a meno di rabbrividire. Per una manciata di secondi, avvertì distintamente, dietro la nuca, il peso di quello sguardo e dei sentimenti che si portava dietro. E di cui lui era l’immeritevole fulcro. Il che rendeva la faccenda una vera e propria questione di onore. Per quanto onori e camere da letto fossero agli antipodi dall’alba dei tempi.
Senza volerlo, si lasciò sfuggire un pesante sospiro. Poi realizzò che Taishakuten si era allontanato e stava rimestando con le dita in una ciotola d’argento. Ashura-ou non azzardò una parola; solo quando sentì di nuovo i suoi palmi allargati alla base del collo prese il coraggio a quattro mani – com’era strano doversi costringere a farlo! – e si voltò verso di lui con un’occhiata perplessa non appena si accorse che c’era qualcosa di diverso, questa volta, nella carezza studiata che scivolava lungo le sue spalle.
«Cosa—».
«Shh, è del semplice olio profumato.» sentenziò l’uomo, tracciando una linea invisibile fra le sue scapole con la punta di un dito.
«È del semplice cosa?!» replicò l’altro, inarcandosi istintivamente per sfuggire all’altra mano, che stava applicando l’unguento decisamente troppo in là.
Taishakuten rise, fermandolo contro di sé con un braccio attorno al collo. Vedendosi senza vie d’uscita, Ashura-ou prese a picchiettare nervosamente con le dita contro una coscia.
«Dèi del cielo, siete di un ingenuo irrecuperabile!» sghignazzò l’altro, del tutto disinteressato alla sua apprensione, sfiorandogli il lobo dell’orecchio con le labbra.
Forse lo era, sbuffò Ashura-ou fra sé e sé, ma una simile constatazione non lo avrebbe certo aiutato a cogliere il nesso fra un miscuglio di oli e… beh, tutto il resto.
Dalla temperatura che le sue guance stavano assumendo, Taishakuten dedusse che l’ingenuità di Ashura-ou era tragicamente genuina, cosa che lo fece ridere ancora di pìù, fino a che non sprofondò col viso nei suoi capelli. Con la più sfacciata nonchalance del mondo, gli lasciò un minuscolo bacio su una tempia, che ricordò immediatamente ad Ashura-ou l’inspiegabile sensazione di tenerezza di poco prima.
Infastidito, chiuse gli occhi per un attimo.
«Beh, mio stoico re degli Ashura,» lo raggiunse la voce di Taishakuten, venata di una sfumatura di giocosa derisione «se è vostra intenzione farvi male, liberissimo… Ma, se Vostra Grazia mi permette, il processo arrecherebbe dolore anche al sottoscritto, ragion per cui voltatevi e tacete.».
L’interessato trattenne a bruciapelo una rispostaccia che sarebbe stata perfetta per l’evenienza, se non si fosse sentito talmente inibito dal fatto di essere svestito davanti a lui.
«Rilassate i muscoli.» gli ordinò Taishakuten, con gentilezza, lungi dal voler infierire ancora su di lui «Non potrà che giovarvi.».
«È facile parlare, per voi…» protestò debolmente l’altro, oramai rassegnato, bene o male, alle dita che scivolavano sulla sua pelle.
«Non lo è affatto.» tagliò corto lui, inducendolo, con una mano, a sollevare la testa. «Se non avessi un briciolo di buonsenso, vi prenderei immediatamente.»
Gli passò due dita sulle palpebre e Ashura-ou, obbediente ma in procinto di soffocare per quanto aveva udito, le abbassò, mentre Taishakuten spariva nuovamente con il capo dietro le sue spalle.
«Avete delle bellissime spalle.» disse, fissandole a lungo. La cicatrice di una ferita vertiginosamente profonda partiva da quella destra per arrivare fino alla base della colonna vertebrale, e residui di sfregi simili a piccoli buchi costellavano gran parte di quel che l’enorme squarcio aveva risparmiato.
Dovevano essere, comunque, pallide tracce di scontri vecchi di secoli, perché, nonostante tutto, i muscoli di Ashura-ou apparivano nel pieno del loro vigore.
Taishakuten si chinò lentamente, e Ashura-ou non seppe perché avesse sobbalzato quando le sue labbra si furono chiuse sui resti della gigantesca ferita in un bacio leggerissimo, da bambino. Aveva sentito le sue dita aggrapparglisi alle spalle, e la bocca che sfiorava ogni piccolo segno che secoli di battaglie gli avevano impresso addosso.
E quel qualcosa che lo aveva assalito ogniqualvolta Taishakuten l’aveva toccato con quella delicatezza si ripresentò di nuovo alla bocca dello stomaco.
«State tranquillo, non potrei mai obbligarvi a fare lo stesso.» gli sussurrò lui, allo scopo di allentare l’ansia che palpitava sotto ogni suo bacio.
Se Ashura-ou gli avesse detto che non si trattava di una questione di riluttanza, Taishakuten gli avrebbe dato del pazzo.
Ma era proprio sapere che, probabilmente, avrebbe continuato ad accarezzarlo con quella dolcezza, con buona pace di una sua eventuale follia, a farlo sentire così.
All’improvviso, la stretta di Taishakuten si fece imperiosa, e Ashura-ou si ritrovò ad aderire contro di lui. Arrossì violentemente nel prendere coscienza del suo desiderio, e si voltò come per ricevere un’alzata di sopracciglia, un’occhiata in tralice, qualcosa, santo Cielo! Tese una mano, ma Taishakuten si limitò a far scivolare la piccola ciotola sotto di essa. Grosse gocce odorose gli rotolarono sul petto quando Ashura-ou vi appoggiò il palmo. Avvertì distintamente il brivido che lo divorò in quel momento.
Socchiudendo lentamente gli occhi, Taishakuten posò la propria mano sulla sua, guidandola piano verso il basso. Incurante del suo profondo imbarazzo, si spinse contro di essa quando la sentì contro la propria virilità.
«Ashura-ou…» boccheggiò, per poi stringere le labbra, ancora incapace di credere che lui lo stesse davvero accarezzando.
Suo malgrado, Ashura-ou, spiazzato e impacciato, aprì il palmo, e il respiro di Taishakuten sembrò addensarsi. Un momento dopo, lo stava squadrando con i suoi occhi raggelanti, il viso arrossato, le labbra dischiuse appena.
L’attimo dopo ancora, con una mano sulla nuca, l’aveva sospinto con le labbra sulle sue.
Non fu affatto simile al bacio morbido e infantile con cui l’aveva confuso all’inizio: Taishakuten riversò in quell’attimo tutta la bramosia di cui era rimasto preda fino a quel momento, gli occhi serrati e la bocca caparbiamente premuta su quella di Ashura-ou, che, colto di sorpresa, lasciò che l’altro eludesse le sue difese. Rimase letteralmente paralizzato quando, finalmente, la lingua di Taishakuten avvolse la sua: a prescindere da tutto il resto, sentì una scarica elettrica irradiarsi fino alla colonna vertebrale, tanto era il desiderio che sentiva sulla pelle di lui.
Salato, tangibile.
Ogni singolo nervo, Taishakuten lo stava sfregando contro di lui, la stretta sul suo polso che era diventata inamovibile.
Con un ginocchio, lo spinse sul letto e lo inchiodò sul materasso con entrambe le mani, issandosi su di lui e continuando a baciarlo fino a che non sentì l’aria mancargli, fino a che non senti l’aria mancare ad Ashura-ou, che nel frattempo era rimasto letteralmente travolto e aveva addirittura ricambiato i suoi baci. Senza pensare.
A niente.
Gli sfiorò una ciocca di capelli scuri, appoggiando un gomito sul materasso e puntando lo sguardo nel suo, e non vi lesse sfida, non vi lesse trasporto, solo…
No, non stava pensando neanche a lui.
Con un fremito, dominò la rabbia e ingoiò la sconfitta, chiudendo gli occhi e appoggiando la fronte contro la sua, gli occhi di Ashura-ou chiusi anch’essi e il suo respiro irregolare che gli sfiorava le labbra.
Taishakuten le baciò un’altra volta, e un’altra volta Ashura-ou non oppose resistenza, ma lo lasciò scivolare nella sua bocca, ascoltando il suo respiro spezzarsi mentre, da parte sua, lui tentava di ricambiare, una mano che ghermiva le scapole di Taishakuten e si allargava su di esse in una carezza bollente che si fermò appena sopra il coccige.
«Ashura-ou.» Taishakuten glielo mormorò quasi sulla lingua, stravolto, i capelli che piovevano su di lui, gli occhi semichiusi «Voi non sapete cosa state facendo.».
«Ma voi sì.» sussurrò lui, senza scomporsi. «Voi sì.».
«Voltatevi.» gli intimò, con la stessa freddezza.
Lentamente, Ashura-ou fece quanto gli era stato chiesto, il petto adagiato sulle lenzuola accaldate e Taishakuten che gli scostava delicatamente i capelli da dietro la nuca e vi appoggiava un bacio e gli pungeva il cuore perché nonostante tutto era attento e delicato, nonostante lo sentisse strusciarsi disperatamente su di lui, nonostante potesse immaginarne le labbra serrate.
«Perché non mi state chiedendo di pensare ad altro?» gli sfuggì, in un respiro tremante.
Nemmeno l’aria attorno a Taishakuten osò muoversi.
«Perché per voi non è né una questione di sesso, né una questione di onore.».
Si lasciò ricadere pesantemente al suo fianco, e Ashura-ou avvertì l’insoffribile desiderio di contestarlo con violenza, ma si sentiva totalmente raggelato, il che era abbastanza perché Taishakuten si sentisse in diritto di proseguire.
«Non siete qui con me per dovere – non nei miei confronti, perlomeno –, non siete qui perché mi trovate attraente, non siete niente di quel che avrei voluto. Se neanche il vostro pensiero fosse qui, cos’è che mi resterebbe, su questo materasso?».
Da Ashura-ou provenne solo un pesante sospiro.
«Voglio voi.» sussurrò Taishakuten al suo orecchio «Voglio che i vostri pensieri siano pieni di me fino a scoppiare, almeno per una notte.».
«… ah.»
«No, state fermo e rilassate i muscoli.» inspirò Taishakuten, spingendosi in lui e mordendosi con veemenza il labbro.
Ashura-ou non rispose. Taishakuten sentì il suo respiro spezzarsi mentre afferrava il lenzuolo nel pugno, e si sentì sospeso fino a che non vide un cenno di rilassamento da parte sua. Solo allora si lasciò sfuggire un gemito, senza osare aprire gli occhi.
«… e adesso…?»
«Adesso state fermo, maledizione.» sussurrò l’uomo, che gli appoggiò le mani sulle spalle per muoversi appena. Ashura-ou sussultò bruscamente, ben deciso, però, a non permettere a nessun gemito di dolore di lasciare le sue labbra. Sobbalzò nuovamente, e in maniera più violenta, quando Taishakuten osò muoversi di nuovo. La vibrazione della tensione di Ashura-ou attraversò l’uomo da parte a parte.
«… mio Dio… Ashura-ou…» ansimò, mentre, a poco a poco, avvertiva la resistenza di lui affievolirsi. Senza pensarci troppo, avvolse le spalle di lui fra le braccia, accostando la testa alla sua, le palpebre abbassate e un abbozzo di sorriso sulle labbra nel notare che, adesso, la rigidezza di Ashura-ou era del tutto svanita.
«… se volete… potete muovervi, adesso…».
Eccola lì, Ashura-ou riconobbe nuovamente la sfumatura calda, morbida e voluttuosa della sua voce, che sembrava supplicarlo quasi senza rendersi conto di essere lui a condurre il gioco. Il pensiero gli strappò un sorriso, mentre, con una lentezza esasperante, prendeva a seguire il suo ritmo ad occhi chiusi, fino a che non sentì il respiro di lui che si rompeva in un singhiozzo fra i suoi capelli.
«… Dio, è così che vi ho sempre desiderato…» bisbigliò.
«Taishakuten…» mormorò Ashura-ou, il suo nome che gli scivolava fra le labbra con sensuale naturalezza in quell’arroventato groviglio di fianchi e capelli, in cui Taishakuten si premeva contro di lui con esasperante urgenza, togliendogli fino all’ultima briciola di ragione e di fiato con un’ultima spinta.
Taishakuten si lasciò completamente andare sulle sue spalle, ansimando pesantemente, i capelli disordinatamente sparsi su di lui, illuminati dal chiarore della luna che bagnava le tende.
Mentre lui chiudeva gli occhi nel tentativo di calmare il battito irruente del cuore, Ashura-ou, invece, se ne stette per un istante ad occhi sgranati nel buio, con la spossatezza che lo irretiva a piccoli morsi. Sentì le palpebre farsi grevi sotto quel peso e, quando si voltò su un fianco, non si sarebbe mai aspettato di vedersi crollare Taishakuten sul petto, abbandonato e pesante come un bambino. Ne distingueva, socchiudendo appena gli occhi, le sfumature chiare delle iridi e dei capelli.
«Io vi amo.».
Ashura-ou aveva trattenuto il respiro, sbirciandolo attraverso gli occhi semichiusi, senza sottrarsi alle labbra di Taishakuten che sfioravano a malapena le sue. Poi si erano spostate sulla fronte e sui capelli.
«Io vi amo, Ashura-ou. Non sarei disposto a incendiare il Cielo intero, se voi non foste l’unico che io abbia mai amato.».
Il suo stesso nome aveva un suono diverso, se qualcuno con l’intenzione di baciarlo glielo sussurrava proprio sulla bocca.
«Puoi…» sussurrò, quando già poteva sentirne il sapore «… puoi anche darmi del tu, per dirmelo.».
Taishakuten lo fissò con un curioso sguardo da ragazzino confuso.
E Ashura-ou sentì di vergognarsi come un ladro, al cospetto di quell’espressione.
Questo, fino a che Taishakuten non esplose in una fragorosa risata.
«Devo interpretarlo come un assenso?» mormorò, sensuale, sollevandogli il mento con due dita.
Lui guardò verso il basso. Non sapeva rispondergli, perché aveva detto una cosa così immensa, e così folle, che sentiva solo il cuore pieno di quelle parole, di quella lucida pazzia che Taishakuten aveva deciso di caricarsi sulle spalle.
Gliene era immensamente grato.
Il che costituiva una motivazione più che sufficiente per non essere scappato, per adesso.
Si limitò a guardarlo negli occhi con un sorriso, le dita appoggiate sul suo polso.
«Domani sarà una giornata pesante. Riposati.».
Taishakuten sospirò, armato di un mezzo sogghigno.
«Che questa sia una di quelle affermazioni che fanno da preludio alla fine del mondo?» non poté risparmiarsi di chiedere, con malcelato sarcasmo.
«Non esattamente.» sentenziò Ashura-ou, con un accenno di indecifrabile malinconia, lasciandosi scivolare fra i cuscini.
Taishakuten si arrese. Si spostò sul proprio lato del letto.
Non disse niente, si limitò a poggiargli un braccio sulla spalla.
Ashura-ou, finalmente, si concesse di chiudere gli occhi.
Mancava ancora molto tempo, allo spuntar del sole.

~

A/N 10 giugno 2007, ore 0:59. Dio benedica le vacanze estive, le riletture di RG Veda e la mia ispirazione, che finalmente, dopo che il pensiero di una oneshot su questi due mi ha bellamente assillata a partire da novembre, si è decisa a funzionare. Che dire, grazie a liz, Harriet, Michiru e Hota per la sopportazione, senza contare “The Hardest Part” dei Coldplay, “Before the Dawn” degli Evanescence e “Twenty-five Years” dei Blackmore’s Night, nonché la loro cover di Joan Baez, “Diamonds and Rust”. È stata ispirata fino a un certo punto, poi è diventata impegnativa proprio per esposizione di concetti, ma non mi lamento: Ashura-ou è consapevole di essere lì per un qualche motivo più profondo e c’è il “vi amo” che ho voluto mettere da sempre. Notare, inoltre, la schizofrenia di Taishakuten sempre meno latente.

Juuhachi Go.

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Layout e contenuti © Juuhachi Go 2004-2019; Seishiro e Subaru © CLAMP; brushes & textures © 77words, Ewanism & Cryingforest.net, che pare sia ormai inattivo. Love is Blindness e relativo testo sono © U2 e aventi diritto. Dusk Shard nella sua versione definitiva (si spera *cough*) è reso possibile da Wordpress e, per quanto riguarda il suo scheletro tematico, Underscores. Tuttavia, il vero ringraziamento va a Mrbalkanophile che ha fornito il mio piccolo archivio di alcuni snippet deliziosi per farvelo fruire meglio, e che, SOPRATTUTTO, sopporta con infinita pazienza i miei scleri e i miei pasticci. E grazie a tutti voi, per essere ancora qui a sorbirmi!