[RG Veda] I don’t feel so well

Titolo: I don’t feel so well
Fandom: RG Veda
Personaggi: Ten-ou, Kendappa-ou
Parte: 1/1
Rating: G
Conteggio Parole: ~3572 (LibreOffice)
Note: songfic, spoiler sul finale del manga scritta per il mio set su 10_clamp. Questa è un’altra di quelle fanfic che ammetto mi piacciono ancora, nonostante tutto ♥.

I DON’T FEEL SO WELL
(31) 6. Figures dancing gracefully

Il fatto che Ten-ou non amasse i ricevimenti di palazzo non sembrava pregiudicare per nulla i suoi atteggiamenti quando vi si trovava di fatto invischiato. Riusciva a mantenere un contegno distante e regale al suo ingresso in sala, e ad occultare con altrettanta maestria l’imbarazzo che gli procurava l’essere il perno dell’attenzione delle centinaia di nobili che si erano riversati a Zenmi-jou nel frivolo tentativo di entrare nelle grazie della Famiglia Reale, o, almeno, del solo Tentei. Trovava ironico – beffardo, anzi – che suo padre non lo considerasse degno del suo interesse, e che l’attenzione di molti fosse calamitata proprio su di lui solo in sua funzione.
Eppure, per quanto suo padre fosse la principale mira di tutti gli astanti, Ten-ou non poteva dimenticare che si sarebbero comunque posti a giudici di ogni minimo movimento di chiunque gli fosse stato vicino, primo fra tutti suo figlio. Certo, nessuno avrebbe azzardato un sibilo per non attirarsi la letale ira dell’Imperatore – figurarsi, nemmeno lui aveva mai avuto l’ardire di farlo – ma l’avere tutti quegli occhi puntati addosso era una ragione sufficiente per farlo sentire in tremenda soggezione.
La verità era che lui non era sua madre, né tantomeno suo padre. O meglio… pur avendo ereditato il sangue di entrambi, Ten-ou sentiva che la Natura gli aveva fatto un gran torto a non dotarlo di almeno un pizzico della loro disinvoltura e della loro alterigia, requisiti indispensabili per sapere orchestrare sciami di signorotti accorsi da ogni parte del Tenkai.
Quel tipo di feste non sembravano mai suscitare l’interesse paterno: l’Imperatore se ne stava pigramente assiso sul proprio scranno, con un guizzo di luce – doveva ammetterlo, nonostante fosse suo figlio – crudele negli occhi: lo svantaggio di conoscere poco il genitore in sé, e di conoscere invece a menadito i suoi terribili scatti di ira non gli permetteva mai di capire se quello che leggeva nel suo sguardo in tali occasioni fosse noia, scetticismo o follia omicida. Magari – si ritrovò a considerare amaramente – si trattava di tutte e tre le cose, e nessuno si rendeva mai pienamente conto di cosa trattenesse il loro sovrano dal far terminare tutto quel civettuolo brusio con una carneficina.
Sua madre, invece, era innamorata delle feste che venivano date a palazzo più di quanto fosse innamorata dello stesso Imperatore. Amava mostrarsi alla folla di nobili sudditi con il maggior sfarzo possibile, tutta luccicante d’oro e d’argento, carica di stoffe pregiate e gemme preziose, in un sonoro tintinnio di monili, come a voler richiamare su di sé tutta l’ammirazione degli invitati. Ovviamente, non mancava mai di riuscire nel proprio scopo. Era naturale anche per lui sospettare che tutti l’avrebbero acclamata anche se fosse stata una vecchia col volto butterato, dato il suo rango, ma la bellezza di sua madre era assolutamente innegabile. Lui stesso era in grado, in qualità di figlio, di dire che era algida e regale. Perfetta. Tanto squisita d’aspetto quanto fredda d’animo.
In merito a questo, a voler dire proprio tutta la verità, Ten-ou non aveva mai avuto granché di cui lamentarsi: l’Imperatrice l’aveva trattato, fin dalla sua nascita, con tutti i riguardi, e con una dolcezza che lui non era sicuro di aver mai visto quando si rivolgeva a chiunque non fosse lui o suo padre.
Non per questo Ten-ou si sentiva rassicurato: più passavano gli anni e più diventava consapevole di quanto sua madre assomigliasse a una fiera in agguato, per la quale nessuna forma di calore umano o di affetto sembrava importante. Più di una volta aveva avuto la sensazione che tutto, per lei, potesse diventare calpestabile, e che la sua morbidezza nei suoi confronti non fosse altro che un diversivo per ingraziarsi il futuro Tentei.
Un pensiero orribile, già.
Ten-ou lo ricacciava sempre indietro, ogniqualvolta gli si presentava alla mente.
L’Imperatrice aveva la fama di essere una donna spietata, subdola, senza scrupoli, una meretrice macchiatasi del crimine di aver tradito il clan di cui era regina per allearsi con l’uomo che avrebbe usurpato il trono e, allo scopo di ottenere sempre più potere, avrebbe commesso i peccati più disumani.
Eppure Ten-ou amava sua madre, nonostante la temesse, nonostante quelle affermazioni le avesse udite così tante volte. Suo padre sembrava considerarlo alla stregua degli arredi di Zenmi-jou, e l’amore che Ten-ou continuava a nutrire per lui altro non era se non un’affannosa e continua corsa per guadagnarne, se non il rispetto, almeno un’occhiata che desse segno di un minimo di attenzione.
Invece sua madre – nonostante quel che si bisbigliava di lei – si preoccupava che lui le fosse sempre accanto, che le raccontasse le sue giornate quando veniva convocato nelle sue stanze.
Avrebbe anche potuto scaraventarlo giù da una rupe dopo averlo fatto nascere, ma non l’aveva fatto, avrebbe potuto disprezzarlo così come disprezzava il resto delle persone che le stavano intorno, ma così non era stato.
Non era una garanzia, essendo lui l’erede al trono, ma era già qualcosa di diverso dall’ostinata indifferenza di suo padre, e andava bene.
Andava bene così.
E anche in quel momento, mentre la guardava irrompere in una risata melodiosa e altezzosa al fianco di Kisshouten, vide la punta di gelo inumano nei suoi occhi.
E gli venne naturale chiedersi cosa ci facesse lui in quel posto, pressato fra gli invitati, nel mormorio lezioso e insulso delle loro chiacchiere, preda del suo stesso imbarazzo e della scialba musica dell’orchestra, e si voltò avanti e indietro col capo per scorgere qualche viso davvero conosciuto.
Era colpa sua: aveva indugiato troppo nella propria timidezza, fino a diventare incapace di disfarsene, si era chiuso nel suo mondo tranquillo, nei suoi libri e nel suo silenzio.
Che gli sembravano sempre migliori di tutto quel che aveva attorno, in quel mondo impregnato della dittatura repressiva di suo padre, a cui Ten-ou ancora faticava a trovare una vera e propria ragione. Si girò di nuovo, e la stanza si svolse ancora davanti ai suoi occhi come un lungo filo da un rocchetto.
Zouchouten, Komokuten, Kisshouten, sua madre, suo padre, Bishamounten. Le dame impegnate in una danza, qualche principessa di chissà che regno di periferia, accompagnata dal suo cavaliere. Tamara.
Kendappa-ou.
Kendappa-ou che, con la mano a ravviare dietro le spalle gli infiniti capelli neri, si alzava dal posto accanto al quale Tamara la stava sicuramente riempiendo di velate frecciatine per raggiungere quello ai piedi del trono, sotto invito dell’Imperatore, portandosi dietro la propria massiccia arpa.
Portava grandi fiori celesti intricati nella chioma, e le frange del suo immenso sari azzurro oscillavano in un fievole tintinnio. Un velo le annebbiava il corpetto e le luccicava sulle spalle, e sulle gambe snelle si gonfiavano i pantaloni che terminavano sulle sue preziose cavigliere.
Avrebbe suonato.
Era ovvio, nessuno avrebbe dichiarato ad alta voce un dato di fatto di quella portata.
L’annuncio, però, si percepì nel brivido emozionato che attraversò gli ospiti, e che fece calare il silenzio nella sala come la brezza sull’acqua di un lago.
Si accoccolò elegantemente con il proprio strumento, i lunghi capelli avvolti attorno all’agile grazia del suo corpo bianco.
Le sue dita inanellate presero a pizzicare le corde dell’arpa, e a tirarne fuori un suono talmente straziante e meraviglioso che la sua tristezza ruzzolò su tutti come un’onda incontrastabile, ma la sua raffinatezza impedì alla commozione di cedere il passo alla meraviglia.
Ten-ou rimase a fissarla a lungo, con il cuore piegato in due dall’intensità della melodia, i suoi polpastrelli che accarezzavano quasi con tenerezza le corde dell’arpa, i brillanti occhi blu che le percorrevano in tutta la loro lunghezza e, di tanto in tanto, si alzavano per una frazione di secondo sul suo pubblico.
Lei era l’unica, si disse il principe, con una sfumatura di tristezza, il cui sorriso gli appariva davvero genuino. La risata d’argento che illuminava il suo viso già cesellato aveva per lui una luce inestimabile. Quando ne veniva investito, sentiva che tutte le sue sensazioni divenivano appena più intense. E si sentiva un po’ più felice, un po’ più sciocco e un po’ più imbarazzato di quanto soleva essere. Mentre lui taceva, Kendappa-ou parlava senza fermarsi, coinvolgendolo nei suoi scherzi e nelle sue argute chiacchiere.
Mentre lui cercava di fissarla dritta in viso, lei faceva di tutto per distrarre il suo sguardo.
E chissà perché la causa della sua allegria e del suo profondo impaccio era la stessa di quella sinfonia talmente struggente.
Attorno a lei si intrecciava una magia che Ten-ou non sapeva spiegarsi.
E quell’incanto ne produceva un altro che oramai conosceva molto bene, e col quale non aveva ancora imparato a convivere.
Gli bastava scorgerla fra i corridoi affollati del palazzo perché il suo cuore si concedesse il lusso di fermarsi un momento e tutte le parole galanti che aveva imparato fra le pagine dei suoi libri divenissero un inutile balbettio.
Ma, più di ogni altra cosa, sentiva il proprio cuore sprofondare quando intravedeva quel riflesso di profonda malinconia appena sotto l’allegra superficie dei suoi occhi, e avrebbe volto prendersi abbastanza libertà da chiedergliene il motivo, e avrebbe voluto essere lui quello a cui Kendappa-ou avrebbe concesso di dissipare la sua angoscia.
Anche adesso, mentre deliziava gli invitati con la sua musica.
Non appena i suoi occhi si sollevavano dalle corde della sua arpa, Ten-ou vedeva chiaramente come fossero illividiti da un qualche tormento che Kendappa-ou aveva deciso di vivere in silenzio.
Se solo fosse riuscito a parlarle una volta per tutte, se solo si fosse ritenuto in grado di provarci senza sentirsi annegare nel proprio disagio, se solo tutti non fossero stati lì, pronti ad avventarsi come avvoltoi sui suoi errori, se solo questo non l’avesse inibito così tanto, e se solo Kendappa-ou avesse smesso di indossare la sua maschera radiosa, e l’avesse guardato mostrandogli i suoi veri sentimenti…
Ten-ou fece un profondo respiro, e afferrò le opulente pieghe del suo mantello per farsi avanti nel mezzo della calca di dame e damerini che, rapiti da ciò che ascoltavano, sussultarono quando lui passò loro vicino per scavalcarli, fino a che non si trovò al cospetto del trono, ai piedi del quale Kendappa-ou si era adagiata, su una morbida corolla di cuscini.
Qualcuno alle spalle del principe mormorò qualcosa, suo padre si permise un’occhiata di sarcastico divertimento. Sua madre ridusse gli occhi a fessure, ma Ten-ou si chinò davanti all’arpista, tendendole la mano e accompagnando il gesto con un caloroso sorriso.
La melodia si arrestò all’istante.
«Kendappa-ou.».
La giovane donna sgranò gli occhi in una delicata esibizione di stupore.
«Vostra Altezza?».
«Sarei oltremodo felice se mi riservaste la prossima danza.» bisbigliò, gli occhi scuri splendenti di una tenerezza di cui lui stesso non mancò di meravigliarsi.
«Ma… la musica…» protestò debolmente lei, contraendo le dita attorno all’affilata cassa di risonanza del proprio strumento, quando già la mano di lui era pronta a insinuarsi sotto la sua.
Ten-ou la alleggerì gentilmente di quel peso per lei così familiare, e tornò indietro, laddove Tamara stava seduta a fissare la scena.
Quando lui le fu di fronte, con l’arpa fra le mani, la ragazzina, sepolta dai fiori rosati della sua acconciatura, lo guardò con la chiara intenzione di dominare la rabbia e la delusione che l’avevano assalita, e continuò a masticarsi furiosamente il labbro inferiore anche mentre il principe, depositato il proprio carico sul suo grembo, le disse:
«Tamara? Suonate qualcosa per me, ve ne prego.».
Lei abbassò lo sguardo. Che umiliazione! Lei era una cantante! E poi… con l’arpa di quella musicista!
Non ebbe il tempo di riferire a Sua Altezza il proprio rifiuto, che lui le aveva già voltato le spalle per dirigersi da Kendappa-ou, ancora seduta, per poi afferrare con grazia la sua mano e condurla al centro della sala, con un braccio stretto attorno alla sua vita, fra le pieghe azzurre delle sue vesti.
Tutti i musicanti, tranne Tamara e il suo orgoglio offeso che le bruciava come un fuoco, intesero quel gesto come un invito.

I don’t feel so well.
I thought that you should know before you fall.

«Non avreste dovuto farlo.». Kendappa-ou si permise una risatina quando altre coppie di danzatori ebbero seguito il loro esempio ed ebbero distratto l’attenzione generale. Ten-ou rispose con un sorriso contrito: nonostante le parole non fossero esattamente un incoraggiamento, la loro sfumatura scherzosa lo faceva ben sperare.
Era vero, la musica non raggiungeva certo gli ottimi livelli di quando era lei a orchestrarla, e sì, lui era un pessimo ballerino che non aveva neanche tenuto in conto il fatto che non aveva mai visto la sua compagna unirsi alle danze fino ad allora.
Però…
«Mi spiace.» si precipitò a sussurrarle «Mi è parso di capire che non amiate particolarmente ballare. Come me, del resto…».
«Oh, no, Altezza, apprezzo il vostro sforzo perché so bene quanto poco vi siano graditi simili ricevimenti, solo che non vedo perché condividere una simile mole di impegno con una musicista come me …» cinguettò lei, illuminando l’espressione appena rabbuiata del giovane principe, che le strinse le mani con un vigore impercettibilmente maggiore rispetto al necessario, e si sentì forte di un coraggio che il tenerla fra le braccia gli ispirava, quella sera. Lottando con l’imbarazzato rossore che minacciava di sommergergli le guance, sembrò animarsi all’improvviso di un fiero impeto.
«Questo mai, perché voi siete… siete la mia unica…».
Il riso discreto di lei prosciugò tutta la sua volontà di terminare degnamente la frase.
Kendappa-ou si lisciò i capelli che ricadevano a coprirle l’orecchio destro e, mentre Ten-ou abbassava il capo, avvertì che lei si era voltata altrove per un attimo.
«Voi siete» riprese, e Kendappa-ou tornò a guardarlo «l’unica persona a cui non importa chi io sia.».
Ed era così, pensò Kendappa-ou, senza ironia. Non le interessava davvero.
«Suvvia, non adulatemi troppo…» sorrise. Dopotutto era la dolcezza, quel che Ten-ou scorgeva in lei.
«Non è mia intenzione.».
«Non credo che la piccola Tamara sia dello stesso avviso…» ribatté lei, serafica.
«La figlia di Komokuten?» si stupì Ten-ou, guidando la sua compagna in una giravolta. Kendappa-ou annuì, in mezzo al sonoro scampanellio dei suoi pendagli.
«Non credete di essere stato troppo crudele con lei?» incalzò. Lui non le rispose, ma rifletté per un attimo.
«Dite che la sua improvvisa indisposizione è da imputarsi alla mia richiesta di poco prima?» chiese, il suo mantello intrecciato al sari di lei nella loro danza.
«Sapete,» la giovane donna si risistemò il drappo azzurro «a volte non rendersi conto dei sentimenti di una persona equivale a ferirla più di quanto non faremmo intenzionalmente.».
E adesso avrebbe potuto svanire in un serico fruscio, e lasciarlo solo lì, e smettere di fingersi partecipe all’ingenuità disarmante del suo amore, sparire fra i suoi cuscini ricamati ed essere, ciononostante, l’unica a cui i presenti avrebbero prestato occhio.

I don’t call them back.
I thought that you should know before you fall.

Ma non lo avrebbe fatto.
Sarebbe stato come strappare il sorriso a un bambino, e tranciare i fili che la tenevano sospesa fra la fiducia dell’Imperatore e la sua profonda diffidenza.
Ten-ou stesso era un bambino, il bambino che non era mai stato. Il suo spontaneo candore e la sua impacciata simpatia erano ciò che Kendappa-ou avrebbe detestato in un uomo di cui avrebbe dovuto servire la volontà, ma lui lasciava in lei abbastanza spazio per un po’ di indulgente tenerezza verso quel cuore di vetro che era cresciuto arrancando, imbrigliato fra gli sterili fasti di una Corte troppo bella per essere vera e troppo crudele per essere una Corte.
Era riuscito a trincerarsi e a salvarsi.
Ma lei avrebbe avuto troppi frammenti da raccogliere quando lei non sarebbe mai tornata, e non avrebbe certo potuto occuparsi di quelli di un animo troppo sottile.
«E indossare una maschera per coprire qualunque genere di sentimento non è un peccato ancora più grave?».
Kendappa-ou osservò Ten-ou con insolita intensità, prima di replicare.
«Dipende dai sentimenti.».
L’aveva appena condannato a morte.

I saw it begin to dawn on us both,
and somehow it wasn’t surprising.

Le sue mani si chiusero sulle sue con attenzione, come a non voler farle male, quando invece – Kendappa-ou ci avrebbe scommesso – Ten-ou stava cercando di tenere a freno un impulso tale da fargli infrangere le sue dita come gingilli di cristallo.
Forse, l’unica forza in suo possesso era quest’infatuazione viscerale, che la trascinava in un valzer che non avrebbe mai voluto ballare.
«Ma se solo voi mi faceste vedere anche solo per un attimo la vostra opinione su di me, se…».
Inutile; Kendappa-ou sorrise, sperando di celare il pizzico di derisione che luccicava da dietro il velo della sua allegria: il vortice di quei ‘se’ e di quei ‘ma’ era troppo inarrestabile perché una sua parola potesse metterlo a tacere, e la luce che splendeva prepotente da tutti quei propositi era troppo intensa per far sì che il principe non ne venisse accecato.
Era prevedibile. Pericoloso.
Che Ten-ou amasse in maniera così puerile e immensa, senza lasciare niente a se stesso, senza che il suo cuore acerbo sapesse dirgli cosa significasse chiudersi nelle proprie promesse senza uscirne più.
Come aveva fatto lei.
«… e se gli amori senza confini facessero male, Altezza?».
Ten-ou fissò la curva deliziosa delle sue labbra. Non disse niente.
«Perché lo dite ridendo?»
«Perché non ho la vostra dolcezza.».
«Non è un sorriso che fa la dolcezza di una persona.».
«È per questo che non ho mai avuto l’ardire di mostrarvi cosa giace dietro di esso.».

And so you’re preparing
to swear every oath.

«Potremmo portarlo insieme. Potrei portarlo io. Potrei togliervi il peso. Di quello… di quello che c’è dietro.».
La risatina di Kendappa-ou giunse alle sue orecchie come un garbato squittio.
Ten-ou le lanciò uno sguardo di un’intensità quasi dolorosa.
Kendappa-ou non glielo restituì.
Che poteva saperne, un ragazzino come lui? Che altro avrebbe detto, nel tentativo di persuaderla?
Parole di cui non conosceva il peso, promesse per le quali in Kendappa-ou non ci sarebbe mai stato spazio.
Il braccio del principe le cinse nuovamente la vita, e l’attirò a sé con cauta delicatezza, agitando il mare di seta con cui lei si era sapientemente drappeggiata, e ancora una volta la stanza prese a girare attorno alla loro danza, e Kendappa-ou sembrò incredibilmente piccola contro il suo petto, con i fiori scintillanti fra i capelli che sembravano un po’ più sgualciti rispetto a prima, come i suoi occhi, da cui il sorriso stava cadendo inesorabilmente, quasi fosse stato una foglia avvizzita sulla punta di un ramo.
Sollevò lo sguardo, e Ten-ou vide quanto apparisse grande, e lucente, in quel viso sottile e luminoso come una perla, le labbra sfumate di rosa, e il manto nero dei suoi capelli che circondava tutto in un contrasto violento e meraviglioso.
«Non è un peso. È una scelta.».
«Non posso scegliere insieme a voi?».
Era il tono supplice di un ragazzo in bilico sul bordo fatato dei suoi sogni.
Kendappa-ou sospirò impercettibilmente. La mano che aveva appoggiato lievemente sul petto del principe si sollevò per scivolare fra i capelli che le nascondevano l’orecchio destro, e stringere qualcosa che fece un rumore sottile, d’argento.
Un orecchino.
Pieno di una sorta di reverenziale timore, il giovane avvicinò le dita alle lustre ciocche corvine e gliele spostò dietro l’orecchio in una carezza.

But all the while,
I’m realizing:

Sì, era un orecchino.
Fissò a lungo le sue piccole dita, che stringevano con amorevole devozione il pesante monile di giada che le pendeva dal lobo, cullandolo, quasi, avvolgendone le curve massicce con una cura minuziosa e disperata.

I can’t love you there.

«Non sempre le scelte fatte per amore seguono la stessa direzione, Altezza.».
Ten-ou sorrise. Era un sorriso ampio, nonostante Kendappa-ou potesse vedere le lacrime che baluginavano nei suoi occhi.
«A volte—».
«A volte c’è chi preferisce lasciarti con un pegno in mano, spinto dal desiderio di creare un mondo migliore, un mondo più giusto, un mondo in cui vivere felice con la persona amata… e chi resta ha invece la certezza di non rivedere mai più chi è partito, e, ancora peggio, di non poterlo amare come meriterebbe.».
«Kendappa-ou…».
Lei prese la mano del principe come a voler consolarlo, e abbozzò un’espressione serena.
«Ma nonostante tutto… ciò non significa che smetterò di aspettare.».
Lui non pianse, anzi. Allungò di nuovo la mano verso la sua, e la condusse in un’ultima giravolta, al termine della quale lasciò andare le sue dita.
Di fronte a quel gesto, la musica sfumò, e tutti gli invitati si lanciarono occhiate perplesse, dopo la sequela di complicità e lievi carezze di cui quel ballo li aveva resi testimoni.
Né Ten-ou né Kendappa-ou decisero di curarsene.

I thought that you should know before you fall.

Con un rispettoso inchino, la musicista mosse un passo indietro, senza voltare le spalle al principe.
«Mi auguro—» e Ten-ou si interruppe, in cerca delle parole giuste.
«Sì?» lei lo incoraggiò, sebbene vedesse chiaramente quanto il salmastro brillio nei suoi occhi sarebbe presto divenuto incontenibile.
«… che avrete, anche in futuro, il desiderio di suonare per i miei ospiti.».
«Oh.» Kendappa-ou nascose un sorriso con il palmo della mano «Naturalmente, Vostra Altezza.».
Non era quel che avrebbe voluto dire.
Pareva che Kendappa-ou si stesse allontanando di chilometri e chilometri, mentre stava solo arretrando verso i propri cuscini, e riprendendo fra le mani la propria arpa, e pizzicandone le corde per suonare di un amore che – adesso Ten-ou lo sapeva – non era il suo, con una musica ricca, struggente, che raggiunse il cuore di tutti a ondate violente.
Chiunque avrebbe potuto dire che Sua Altezza stava piangendo per la commozione.

~

A/N 30 luglio 2007, ore 17:03. Ebbene sì, anche stavolta ho scelto RG Veda e – questo l’ho realizzato dopo aver buttato giù tutto – il tema della danza, come per “Due”, nonostante questo non sia il tema ricorrente del mio set su 10_clamp. Per il resto, questa è dedicata a Shu, Harriet, Wren e Michiru, perché sì XD. Con un bacio speciale a Wren :*. Ho sempre adorato il sentimento senza speranza che Ten-ou, impacciato e tenerissimo, nutre nei confronti di una Kendappa-ou a cui è meno che indifferente, sul versante sentimentale, e ho quasi tifato per lui. Gran parte di questa storia è stata scritta un paio di giorni prima che io partissi per le mie due settimane in Inghilterra, ne consegue che prima lo schema era molto più compatto. Lo sarebbe rimasto, se non avessi dimenticato un… uhm… processo psicologico X°D. Di conseguenza, è un po’ diversa dalla sua concezione iniziane, ma mantiene pur sempre il concetto del “Ten-ou, questo è un due di picche grosso così”. XD. E meno male che pian piano sono riuscita a riallacciare i fili, per cui alla fine lo schema si è mantenuto, in un certo qual mondo. La canzone da cui è scaturito il tutto è “I don’t feel so well” di Vienna Teng.

Juuhachi Go.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Credits & Disclaimer

Layout e contenuti © Juuhachi Go 2004-2019; Seishiro e Subaru © CLAMP; brushes & textures © 77words, Ewanism & Cryingforest.net, che pare sia ormai inattivo. Love is Blindness e relativo testo sono © U2 e aventi diritto. Dusk Shard nella sua versione definitiva (si spera *cough*) è reso possibile da Wordpress e, per quanto riguarda il suo scheletro tematico, Underscores. Tuttavia, il vero ringraziamento va a Mrbalkanophile che ha fornito il mio piccolo archivio di alcuni snippet deliziosi per farvelo fruire meglio, e che, SOPRATTUTTO, sopporta con infinita pazienza i miei scleri e i miei pasticci. E grazie a tutti voi, per essere ancora qui a sorbirmi!