[Final Fantasy XII] When they hold your soul once you sign the deed

Titolo: When they hold your soul once you sign the deed
Fandom: Final Fantasy XII
Personaggi: Ashelia B’Nargin Dalmasca, Vossler York Azelas
Parte: 1/1
Rating: NC17
Conteggio Parole: 1629 (LibreOffice)
Note: nsfw, per il P0rn Fest #2 @ fanfic_italia. questa a modo suo mi garba ancora

When they hold your soul once you sign the deed
[Italian P0rn Fest #2 @ fanfic_italia] Vossler/Ashe – “Per Dalmasca”

«Amalia?»
L’acqua sporca della Città Bassa ronza sotto i loro piedi – Vossler si concentra sul suo lercio gocciolio continuo mentre lei arranca a fatica sul suo lato grigio e bisunto del letto, cercando di ignorare lo schiamazzo degli avventori al piano di sotto.
Non ha trovato soluzione migliore per passare inosservati nel groviglio di sporchi disperati che affollano Rabanastre come scarafaggi impazziti.
La coperta punge, i suoi occhi anche. Luccicano duri e metallici, tanto che riesce a vederli nel buio – la candela si è spenta smoccolando sulle assi del pavimento.
Lei non ha altri vestiti; strappa la coperta dalle sue dita per supplire a quello che poche strisce di cuoio conciato non celano, e resta lì, astiosa e incartocciata con un ginocchio che quasi gli tocca il petto.
Non ha tolto gli stivali: si sente a disagio a mostrargli le gambe.
«Non mi porterete a Bhujerba.»
L’alone secco e preciso del suo sibilo attraversa le irsute rientranze del pezzo di lana.
«Per favore. Ne abbiamo già parlato.»
«Non ho intenzione di fungere da ninnolo decorativo mentre mio zio raccatta truppe per restituire un regno nelle mie mani.»
«Voi no, io sì» la voce di Vossler scatta con la durezza di un osso rotto, è un tono freddo e coriaceo, sgradevole persino all’ostinata sgradevolezza con cui lei ha deciso di permeare il suo ruolo di leader della Resistenza.
«Avete un ruolo di primo piano in tutto questo» mastica il capitano, mal sopportando il nervoso irrigidirsi dei muscoli di lei.
«Certo, quello della ciliegina sulla torta!» ma il suo sarcasmo si infrange inascoltato da qualche parte sulla sua mascella.
Vossler sospira, avvolgendosi in un lembo di lenzuolo per darle volutamente le spalle e non permetterle di puntargli gli occhi addosso – si sente in dovere di risponderle con asprezza, ma non di guardarla mentre lo fa.
«Cosa volete che faccia, allora?»
«Il vostro dovere.»
«Non ho alcuna intenzione di mettere in pericolo Dalmasca per amor di un vostro capriccio» sentenzia Vossler con atono rispetto.
«Se davvero avessi voluto fare i capricci, capitano, mi sarei limitata a farmi catturare dagli archadiani in barba a tutte le vostre simulazioni di suicidio!» la rabbia fischia nel suo respiro, un respiro dal sapore sorprendentemente pulito in mezzo all’odore rancido della stanza, e Vossler, stavolta, è più che determinato ad eluderlo e a non sentire una sola delle sue parole – una ragazzina non sa cosa sia meglio fare, e questa in particolare è una ragazzina riottosa, incorruttibile, limpida.
«Non ci avreste pensato nemmeno per sbaglio» le dice infatti «Avrebbe significato dichiarare la vostra sconfitta.»
Quella rabbia che Vossler ha sentito scorrere fino ad ora nel ginocchio poggiato sulla corazza è diventata elettricità – lei preme la rotula sul metallo scabro e si issa su di lui in un fruscio di coperte.
Adesso la vede bene.
È arrabbiatissima. Le sue unghie si stanno scheggiando sulle scanalature della corazza.
«Non trattatemi come una bambina.»
«Non—»
«E non trattatemi per quel che rappresento. Sono quello che vedete. E sono anche molto di più.»
Lui tace. Lei ride. Una risata amara e carica di risentimento.
«Anche se temo di non essere scambiabile nemmeno per quel che solevo rappresentare prima» prosegue, senza dare al capitano la possibilità di ribattere «dato che il Marchese ha deciso di fare di me un manichino, spacciandomi per una donna ragionevole che sa stare al suo posto!»
«Mi state praticamente chiedendo di mandarvi a farvi ammazzare!»
«E anche se fosse?»
Stavolta, il respiro di Vossler tradisce un pizzico di esasperata agitazione.
«Siete troppo pura, per questo genere di cose.»
«Lo siamo tutti, capitano.»
«Non posso darvi in pasto ai lupi.»
«Non siete un filantropo, capitano. Siete uno stratega.»
«E voi un politico, non un partigiano!» la riprende lui, con la stessa acidità.
«Se continuiamo così, finirò per diventare meno di me stessa.»
«… Non andrà meglio, se ci perdiamo in simili sofismi.»
«Se solo voi—»
«No, Altezza, se solo voi!» Vossler alza la voce più di quel che dovrebbe, ma ottiene almeno un attimo di annichilito silenzio.
Si è lavata con del sapone alla cenere – ne prende una boccata, ed è selvaggia e spiacevole come lei.
Lei rimane caparbiamente salda sul suo petto, e Vossler rinuncia a scrollarsela di dosso perché sa bene che, se davvero ne avesse l’intenzione, potrebbe farle male.
Le sue unghie cincischiano rumorosamente contro la corazza e la sua bocca piomba sulla sua quasi di prepotenza – annulla tutti gli odori e lo schifo che li sommergono. Le molle del letto gemono quando lui si fa schiacciare su di esse, lasciando che lei si arrampichi meglio su di lui, senza interrompere quel bacio feroce, quel tentativo irragionevole e brusco di farlo tacere.
E Vossler tace.
Getta da un lato le coperte in cui lei è ancora ravvolta e fa scorrere le mani rovinate sul corpetto di cuoio, scavando la linea delle sue spalle, divorando il suo bacio con un desiderio che forse non esiste, ma è appena un po’ più vero dello squallore e della rabbia in cui si trovano adesso – e si chiede se sia stato Lord Rasler a insegnarle a sbullonare l’armatura di un soldato mentre le mani di lei scivolano lisce e impazienti sul suo petto nudo, e lui tira via il corpetto in un paio di gesti, affondando i denti e la lingua e la bocca nel suo collo.
Lei emette un gemito che sembra quello di un animaletto ferito, ma, prima che Vossler possa accertarsene, le gambe di lei – il taglio d’acciaio degli stivali che sprofonda dolorosamente nelle cosce bianche – sono ai lati delle sue.
Lui arretra.
«A-Amalia.»
Fermo contro lo schienale del letto, Vossler osserva le ginocchia ora ripiegate con le sue nel mezzo.
Fa scattare le chiusure degli stivali e li getta di lato.
«Potreste farvi male.»
«Sembra la vostra unica preoccupazione» lo rimbecca con durezza, slacciando il resto dell’armatura che cade accanto agli stivali. Si aggrappa alle sue ginocchia e lascia che Vossler la guardi – il seno piccolo e agile sotto un raggio di luna verde – verde perché il vetro è sporco da far schifo.
«Vi indispone?» domanda lui senza fiato, facendola chinare con il petto sul suo, i capezzoli tesi e scuri che toccano i suoi.
«Ho detto che sembra.»
«Vi indispone» capitola Vossler con un sospiro, le mani che allargano le gambe di lei negli stretti confini della gonna di cuoio – provvede ad allentare la cintura e scivola ad accarezzarla fra le cosce, sfilando un fine triangolo di stoffa. Lei tace all’improvviso, la guancia contro la sua spalla mentre il capitano lascia affondare due dita dentro di lei, facendo frantumare la sua voce in due secchi ansiti spezzati.
«Vo… Vossler.»
Lui alza gli occhi. Cerca di ricatturare il gocciolio dell’acqua di prima, ma non osa guardare davanti a sé, adesso che l’odore caldo di lei avvolge la sua pelle e le lenzuola sporche. Serra le palpebre quando lei gli abbraccia il collo e le sue dita si spingono più a fondo, strappandole un fremito nervoso – in un arco di colpevolezza riflessa, Vossler le ritira immediatamente e la bacia quasi mordendola, la mano fra i suoi capelli che tiene la testa di lei contro la sua. Si vergogna anche solo a realizzare, adesso, che l’unica cosa a cui riconduce lo scorrere dell’acqua è lo stillare silenzioso di lei sotto le dita, e che lei sia a un centimetro dalla sua erezione – che pure non dovrebbe esserci, ma c’è.
E non gli resta poi molto da fare, mentre chiude gli occhi e stringe forte le ginocchia di lei attorno al bacino, la carne stretta e bollente che chiude la sua – comanda lei anche così – scivolosa e indissolubile fra le coperte sozze. La sua bocca trema, Vossler la morde mentre si spinge di più dentro di lei, facendosi graffiare e schiacciare dal suo peso esile contro la testiera del letto, i fianchi che cozzano contro i suoi – fingono di imporgli un ritmo, ma non lo reggono: Vossler si scava la strada a spinte poderose e affamate. Lei gliele restituisce in un rombo di sospiri, singhiozzi, frasi a pezzi, le mani affondate nei muscoli della sua schiena, spingendo, gemendo, respirando fra i suoi capelli bagnati, la lana frusta impigliata fra le unghie e tutto il resto impigliato in una rete di cose che non esistono più.
Da qualche parte, sotto le assi del pavimento, il taverniere urla qualcosa, e Vossler ricade su di lei in silenzio, la luna sporca continua a passare verdognola dal vetro unto, il respiro di Amalia continua a sgusciare accelerato fuori dai polmoni.
L’acqua si sente di nuovo.
«Non sarò la bambola di nessuno.»
Fuori, Dalmasca scorre con il fiotto terrorizzato di un torrente in piena – una fiumana di gente senza avvenire, che vuole risposte.
Stavolta lei non ne ha.
«Bisogna pensare come bambole, per poterlo diventare, Maestà.»
Allontanandosi appena da lui – la pelle si raffredda appena ci prova – lei si stende sul ventre e lo fissa a lungo.
«Vedete bene di riferirlo al Marchese, allora.»
Vossler si siede a gambe incrociate sul letto, strofinandosi il viso con un gesto stanco. Sospira, e stringe le dita attorno alla coperta che gli viene tesa da una piccola mano bianca. Non può rifiutarla.
La stende sul corpo di lei, che si volta con la testa dall’altro lato – la lana punge, Vossler non più, può sentire le mani che esitano mentre infila nuovamente l’armatura, seduto sul lato cigolante e angusto del materasso.
Per un attimo, lei confessa a se stessa di aver paura.
Ma lui si distende di nuovo dove ha lasciato la forma del suo peso, chiudendo appena le palpebre, sferragliando mentre si sistema al suo fianco.
«Dormite. Veglio io.»
«Come volete» risponde Amalia, scrollando le spalle.
No, obietta Vossler cupamente, come volete voi.
Dalmasca non gli è mai sembrata tanto buia, di notte.

~

A/N 28 gennaio 2008, ore 16:30. Dio mio. Questa storia mi piace da morire. Titolo e ispirazione vengono da “Jesus for the Jugular” dei The Veils, ed è una fic poco romantica e poco piacevole, nonché – per semplici questioni di scadenza – quella che sospetto sia l’ultima mia entry per la seconda edizione del P0rn Fest. Peccato ç______ç mi mancavano tre prompt, forse due riesco a finirli. Ma parliamo di questa fic *___* una bella scena cruda e arrabbiata in cui Ashe non sa nemmeno quali sono le giuste maniere per sedurre un uomo con grazia XD, ma va bene così: volevo dare proprio la sensazione di una cosa sporca, tesa e sostanzialmente acida XD. La scena di sesso è così brusca e anti-romantica che scriverla è stato un attimo di pura felicità <3, perché se loro facessero cosacce penso proprio le farebbero così, perché Vossler è un soldataccio e Ashe una principessaccia che sa essere bisbetica spesso e volentieri… e li lovviamo per questo <3. Dopotutto qui non era solo questione di sesso, si trattava anche di supremazia… forse.

Juuhachi Go.

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Layout e contenuti © Juuhachi Go 2004-2019; Seishiro e Subaru © CLAMP; brushes & textures © 77words, Ewanism & Cryingforest.net, che pare sia ormai inattivo. Love is Blindness e relativo testo sono © U2 e aventi diritto. Dusk Shard nella sua versione definitiva (si spera *cough*) è reso possibile da Wordpress e, per quanto riguarda il suo scheletro tematico, Underscores. Tuttavia, il vero ringraziamento va a Mrbalkanophile che ha fornito il mio piccolo archivio di alcuni snippet deliziosi per farvelo fruire meglio, e che, SOPRATTUTTO, sopporta con infinita pazienza i miei scleri e i miei pasticci. E grazie a tutti voi, per essere ancora qui a sorbirmi!