[Clover] Rainy Day

Titolo: Rainy Day
Fandom: Clover
Personaggi: Ran, Gingetsu
Parte: 1/1
Rating: R
Conteggio Parole: 705 (LibreOffice)
Note: omosessualità, nsfw qui di anni ne avevo forse meno di quattordici e comunque tutto ciò è presente qua sopra per puro valore sentimentale, NON LEGGETE VI PREGO ABORT ABORT

Rainy Day

Le sue dita pallide e sottili premute contro il vetro della finestra su cui una pioggia fredda e acuminata lasciava la propria umida traccia.
«Ran?»
«Mh?» rispose questi, stancamente.
«Che hai?»
«Sai, Gingetsu… cinque anni qui sono stati come cinque gocce di una pioggia come questa…»
«Così… triste?» azzardò il bel tenente, lo sguardo fattosi attento mentre, attraverso gli occhiali da sole, scrutava la splendida malinconia negli occhi del ragazzo. Non c’era alcuna traccia della sua allegria adolescenziale, solo quella notte in cui continuare ad affondare, da cui non sarebbe stato più possibile uscire fuori, oramai. «No. Così perfetta, così… vera, così irripetibile, così effimera… ma triste no. La pioggia non lo è mai.».
Ran vide Gingetsu accennare uno di quei suoi sporadici sorrisi tiepidi e melanconici che aveva imparato a riconoscere come nient’altro: quando assumeva un simile cipiglio era triste. Lo osservò mentre stava per sederglisi di fronte.
«Gi… Gingetsu…» mormorò, prendendogli il viso fra le mani
«Eh?»
«Non ho mai visto i tuoi occhi» e le sue dita si arrestarono sulle stecche degli occhiali per sfilarglieli delicatamente.
Guardò quei liquidi smeraldi quasi a bocca aperta, con uno stupore infantile, la pioggia che s’abbatteva a catinelle sulla vetrata in un’unica voce.
«Posso… Posso abbracciarti un attimo?» chiese precipitosamente, allacciando le braccia attorno al collo del soldato
«Tutto il tempo che vuoi» acconsentì con tenerezza quest’ultimo, avviluppando la giovane schiena fasciata dalla maglietta nera.
«Ho paura» seppe trovare il coraggio di confessargli Ran, la cervice sepolta nell’incavo fra spalla e collo dell’uomo, il quale non poté fare altro se non stringerlo con maggior accoramento, respirando il profumo di quei capelli sottili e corvini. Il ragazzo, sorpreso del volto di Gingetsu così appassionatamente abbandonato fra le sue ciocche, dell’intensità del suo abbraccio, decise di interrompere quel contatto, ma, subito dopo, non poté fare a meno di soffermarsi su quel volto ancora così vicino.
Sporse goffamente la testa in avanti per premere candidamente le sue fresche, morbide labbra di ragazzino contro quelle del tenente, chiudendo gli occhi ed evitando di azzardare qualsiasi altro movimento. Qualche secondo di felicità, poi il giovane trifoglio si allontanò piano.
«Ti amo!» proferì l’altro, ginocchioni sulle mattonelle, stringendolo nuovamente, accarezzando la bocca del ragazzo con la propria, innocentemente, milioni di volte «Ti amo ti amo ti amo ti amo ti amo…» e le sue mani lo schiacciarono contro la gelida, traslucida superficie della finestra, le ginocchia sdrucciolarono un po’.
Ran, gettando il capo all’indietro con un sospiro, lasciò che Gingetsu approfondisse il bacio, rabbrividendo piacevolmente per il contrasto fra la diaccia consistenza del vetro e il bollore dei loro due corpi.
«Promettimi» tremò poi «… che… quando morirò non piangerai…» e le sue mani liberarono l’altro della pesante giacca dell’uniforme e della camicia di cotone
«No, Ran…» negò questi, disegnando una linea di baci sul pallido collo dell’adolescente e afferrandogli con i denti il bordo inferiore della maglietta per tirarla su
«… voglio…» gli baciò il torace, ogni centimetro, stordito dalle esortazioni del ragazzo, poi gli tolse finalmente la T-shirt. Ran, di rimando, lo avviluppò per far scorrere i polpastrelli, i palmi, le labbra sul tronco statuario del militare
«… venire…» articolò quest’ultimo, seguendo il ragazzino che, irrigiditosi nell’avvertire il desiderio dell’altro, si era lasciato scivolare totalmente sul pavimento per dare a Gingetsu la possibilità di spogliarlo degli altri indumenti. Gemette nell’accorgersi di una mano di lui che gli scompigliava con passione i capelli e, svelto, si affrettò a denudarlo a sua volta,. Non senza un velo di virgineo rossore
«… con te!» e, in quell’intimo abbraccio l’uomo fece in modo che il giovane trifoglio divenisse, in un gemito di piacere e dolore, completamente suo.
«Gingetsu!!!!» Ran strinse le dita attorno alla nuca di lui, che, abbandonato sulla sua spalla, non tardò a muoversi con cautela. Venne chiamato ancora e ancora, fra tremiti e balbettii sconnessi.
Con gentilezza, scusandosi, Gingetsu non esitò a baciargli una guancia umida e poi le labbra, fino allo sfinimento che li indusse a crollare insieme, intrecciati.
«…»
«…»
«Stai bene, Ran?»
«Sì, sto…» gli sorrise, ad occhi chiusi, il giovane amante «…bene…», le ciglia ora serenamente abbassate.
Gingetsu gli si stese accanto, con una calma che lo sorprese.
Eppure non riusciva a smettere di piangere.

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