[Ace Attorney: Phoenix Wright] Dead man tells no tales [0/4]

Titolo: Dead man tells no tales
Fandom: Ace Attorney: Phoenix Wright
Personaggi: Miles Edgeworth, Phoenix Wright, altri
Parte: 0/4
Rating: R-ish?
Conteggio Parole: 16376 totali, 1007 in questo (LibreOffice)
Note: omosessualità, per quanto accennata, AU, violenza. Fu la mia storia per il Big Bang Italia 2011.

Dead man tells no tales

Prologo

Fuori dalla finestra, Phoenix osservò i due calzini grigi che, solitari, sventolavano sulla corda del bucato: il pensiero corse, inesorabile, al carico di panni da strofinare nell’angusto lavandino del bagno. Le filippiche di sua sorella Maya sul vivere all’avanguardia potevano aspettare, dato che, a quanto pareva, due detective non venivano pagati abbastanza per permettersi una lavatrice, anche se doveva ammettere che una di quelle diavolerie ben valeva il salasso di due o tre mesi di lavoro.
A proposito di lavoro, oltretutto, rimettere a posto quelle cartelle gli stava togliendo vent’anni di vita, pensò, mentre infilava in una grossa busta gialla le informazioni dell’ultimo caso (May, April, ventitré anni, prostituta, trovata morta venerdì scorso in un canale di scolo della periferia). Ovviamente, nessuno si era degnato di pagarli, in barba alle scadenze, e già Phoenix piangeva all’idea di dover negoziare i termini del pagamento dell’affitto con la signora Oldbag. Fra sé e sé, si chiese perché diavolo Edgeworth non facesse lo sforzo di andare a contrattare con la megera, ogni tanto, visto e considerato che bastava una sua parola perché lei cominciasse a fargli gli occhi dolci.
«Mah,» concluse, sbuffando, e lasciò le scartoffie sul tavolo, nella speranza di rassegnarsi a fare il bucato e cambiare le lenzuola – oggi era il suo turno, il che significava che le scartoffie toccavano a Edgeworth. Lanciò impermeabile e giacca sul tavolo, e, strusciando mestamente gli scarponi sulla vecchia moquette macchiata di caffè, si incamminò verso il bagno in compagnia della biancheria sporca e di un sorriso indulgente all’intonaco un po’ frusto steso sul muro.
Beh, l’Ufficio Investigativo Wright & Edgeworth non sorgeva certo in un quartiere di lusso, senza contare che, per quanto l’abito non facesse il monaco, i portafogli di entrambi potevano a stento permettersi un saio decente. La vecchia plafoniera avvitata sulla lampada illuminava di luce opaca una decina di mobili spartani e male assortiti; accanto alla porta, un esile attaccapanni di ferro sembrava poggiarsi pigramente al muro. Dalla parte opposta, l’unico vero tocco di lusso dell’ufficio, un divanetto a due posti, rivestito di cachemire grigio, su cui facevano bella mostra due cuscini dal ricamo lievemente ingiallito. A voler interpretare ciò che era riuscito a estorcere a spizzichi e bocconi dalle labbra di Edgeworth, si trattava di tutto ciò che era riuscito a recuperare del proprio favoloso patrimonio dopo essere stato diseredato: nessuno, in una famiglia di ricchi magnati, aveva visto di buon occhio un rampollo che aveva deciso di diventare ispettore di polizia. A posteriori, anche Phoenix, che l’ottimismo non lo perdeva mai, doveva ammettere che non era stata esattamente l’idea più brillante del mondo. Se non altro, sospirò, avevano anche loro un dignitoso gruzzolo di casi alle spalle. Ridacchiando, spostò lo sguardo dal piccolo schedario di metallo dietro la sua scrivania – quello vero, con la sua brava dose di cartelle – a quello a sei file addossato alla parete più ampia – quello finto, che nascondeva la branda a due piazze che lui ed Edgeworth dividevano da molto più tempo di quanto a Phoenix facesse piacere ricordare, dato che, per recuperare il nome della sua ultima ragazza, doveva andare molto indietro nel tempo.
La domanda sorgeva spontanea: c’erano momenti in cui anche Phoenix arrivava a chiedersi quale fosse il suo ruolo in tutto questo. Edgeworth era una di quelle costanti della sua vita, di quelle che entravano dalla porta sul retro per rimanervici aggrappati come vecchi gatti. Se lo ricordava bambino e imbronciato nel banco in fondo, con le dita macchiate di inchiostro. Se lo ricordava mentre, vestito come un piccolo lord, gli diceva che avrebbe cambiato casa e chissà se sarebbero più andati a scuola insieme perché in fondo non sei male, Wright. E poi se lo ricordava tredicenne smilzo e arrabbiato e fissato con l’accademia… poi, ancora, ricordava le lettere che gli aveva scritto per anni, con quella grafia minuta e ordinata, le parole pacate come se avesse potuto sentirle pronunciare dalla sua voce. Mai, però, avrebbe detto che, un giorno, lui ed Edgeworth sarebbero andati a sbattersi addosso per diventare soci e coinquilini. Avevano ricominciato a incrociarsi quando Phoenix si era trovato a dover chiedere autorizzazioni in Centrale, avevano fraternamente diviso considerevoli dosi di caffè e si erano alternativamente urlati addosso, nella misura in cui un tipo compassato come Edgeworth poteva davvero gonfiare i polmoni.
Bei tempi, quelli, si disse, mentre strofinava i panni sulla tavolozza. Tuttavia, anche se Edgeworth non era l’uomo più facile di questo mondo, la sua era una presenza piacevole: soprattutto, era u maniaco dell’ordine (il che non guastava mai, in cinquanta metri quadri di spazio abitabile), e la sua linguaccia sardonica e affilata era un’arma che gli aveva procurato svariati infarti in passato. Troppi, in effetti, nel giro di due anni. Il più delle volte, come se non bastasse, Phoenix ne era il bersaglio prediletto.
Proprio in quell’istante, un tonfo terrificante scosse il vetro smerigliato della porta, costringendolo a un sobbalzo spaventato. Phoenix lasciò cadere la biancheria nell’acqua saponata, rimpiangendo di aver lasciato la pistola nel cassetto della scrivania, e si voltò verso la porta socchiusa come per effetto di una frustata. Appoggiato allo stipite della porta, con il fiatone che gli sconquassava il petto a respiri disordinati e i capelli arruffati come mai in vita sua, Miles Edgeworth stava fissando Phoenix negli occhi senza vederlo davvero.
«Hanno rapito Franziska» disse, con la faccia congestionata di chi lo annunciava con il proprio ultimo respiro.
Phoenix impallidì. In un gesto automatico, scrollò seccamente l’acqua dalle mani e lo afferrò per una manica della giacca. Un attimo dopo, aveva fatto calare la vecchia branda con una mano sola e un grosso tonfo per farlo sedere sul bordo e gli si era seduto accanto pieno di aspettative. Il suo socio, però, sembrava boccheggiare in cerca di qualche parola sensata, il che costrinse Phoenix a una pacca sulla spalla.
«Non preoccuparti, Edgeworth. Andrà tutto bene» aggiunse soltanto. Nel passargli una mano umida fra i capelli, non gli disse, però, che c’era stata una sola occasione, da quando l’aveva conosciuto, in cui l’aveva visto così atterrito.

~

A/N 14 luglio 2011, ore 22:23. E che vi devo dire, spero solo di finirla – e di finirla in tempo – anche solo per la soddisfazione di portare in tavola un plot che ho potuto dirimere all’ultimo, con immenso piacere e gratitudine (grazie Crim!). Dovremmo essere verso la fine degli anni Cinquanta, ma non aspettatevi troppa precisione, anche se farò del mio meglio per ricostruire il giusto feel XD. Un bacio a chi indovina da dove ho preso lo schedario a branda XD. Ah, e il titolo deriva dall’omonima poesia di tale Haniel Long.

Juuhachi Go.

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