[Ace Attorney: Phoenix Wright] Dead man tells no tales [2/4]

Titolo: Dead man tells no tales
Fandom: Ace Attorney: Phoenix Wright
Personaggi: Miles Edgeworth, Phoenix Wright, altri
Parte: 2/4 | prologo | 1
Rating: R-ish?
Conteggio Parole: 16376 totali, 3564 in questo (LibreOffice)
Note: omosessualità, per quanto accennata, AU, violenza. Fu la mia storia per il Big Bang Italia 2011.

Dead man tells no tales

II.

Nel corso di quei due anni, Franziska non aveva disatteso nessuna delle aspettative del fratello nei suoi confronti: procuratore fresco di accademia a ventun anni, viveva sola in un piccolo, lussuoso appartamento nel più signorile quartiere della città, il che, a dispetto della circostanza, attirava senza scampo le lunghe e intente occhiate di Phoenix. Un gruppo di poliziotti infreddoliti li aspettava sui gradini dell’ingresso, con le facce scure e le mani in tasca. Edgeworth era teso come una fionda pronta al lancio: guardandolo trottare davanti a lui con la chiara intenzione di raggiungerli in due o tre falcate, Phoenix scosse la testa. Non era assolutamente convinto che potesse mascherare la preoccupazione trincerandosi come suo solito, così lo segui promettendo a se stesso che non avrebbe fiatato più del necessario.
«Ispettore Gumshoe, buonasera» Edgeworth salutò il proprio successore con una vigorosa stretta di mano e un tono di voce esausto.
«Oh! D-Detective Edgeworth, signore!» scattò lui, stritolandogli praticamente quattro dita con la sua manona e trattenendosi con sforzo evidente per non fargli il saluto militare.
Edgeworth sbuffò in una mezza risatina.
«Non c’è bisogno di tutte queste cerimonie, ispettore… non sono più un suo superiore, solo un familiare in apprensione, stavolta»
«Certo, Detective» tossicchiò «ha perfettamente ragione» e Phoenix giurò di averlo visto arrossire di imbarazzo.
«Le presento il mio collega, il Detective Phoenix Wright» aggiunse Edgeworth, spingendolo in avanti, nella morsa della stretta di Gumshoe «Per il resto, cosa sapete dirmi di mia sorella? Novità?»
Desolato, Gumshoe scosse la testa.
«Mi dispiace,» disse, varcando la soglia «tutto quello che possiamo dirle è che il procuratore von Karma è stata rapita mentre apriva la porta di casa, e che, data l’ora, non siamo certi di poter rintracciare dei testimoni.»
«Capisco» annuì Edgeworth con aria tesa. Accese la luce ed ispezionò il piccolo salotto misurandolo a passi lenti «Sembra non manchi niente» ponderò, esaminando le altre stanze «Possiamo escludere anche il tentativo di rapina andato male.»
«Quindi, in pratica, non abbiamo nulla che possa aiutarci» commentò Phoenix, strofinando le mani intirizzite fra loro.
«Grazie, Wright. Il tuo lato positivo si nasconde sempre quando mi serve.»
«Scusami» sussurrò lui, mordendosi le labbra. Edgeworth lo ignorò, e Gumshoe si decise a tenerlo fermo con una tazza di caffè mentre gli agenti sottoponevano entrambi all’interrogatorio di routine. Dopodiché, l’ispettore fu costretto ad allontanarli a spallate dalla scena del crimine, sordo a tutte le proteste che Edgeworth sibilava fra i denti.
«Mi dispiace, Detective… se il vice-prefetto scopre che ho lasciato un familiare piantato qui tutto il tempo vorrà la mia testa, e se scopre che voi due avete analizzato la scena del crimine senza le scartoffie appresso vorrà anche le vostre. Mi servirà fresco e riposato se dovessi farle vedere delle facce, o delle prove.»
Phoenix fece una smorfia. Aveva conosciuto Gumshoe, e la sua fama di imbranato era leggendaria in tutto il distretto. Di certo non era stato appostato in attesa del momento in cui qualcuno avrebbe tolto la sedia da sotto al sedere di Edgeworth, ma stava facendo di tutto per tenerla ben salda sotto al proprio: quelle parole sembravano un copione da buttare fuori tutto d’un fiato al cospetto di eventuali familiari sconvolti. Il fatto era che, oltre a essere un familiare, Edgeworth era prima di tutto un ex-piedipiatti con la pazienza corta, la faccia di un cadavere, un travaso di bile imminente e una sorella in meno, laddove per ‘ex-piedipiatti’ si intendeva ‘l’ispettore di polizia più inflessibile a memoria d’uomo’. Phoenix stava solo aspettando l’attimo in cui l’avrebbe visto saltare alla gola di Gumshoe per azzannarlo, ma ci volle una buona dose di autocontrollo – e una sgranata d’occhi che passò inosservata – per nascondere la delusione, quando la faccia del collega si indurì senza ribattere. Incredulo, lo osservò girare i tacchi in punta di gradino.
«Andiamo, Wright. Lasciamo l’ispettore Gumshoe a fare il proprio lavoro» disse freddamente, scendendo le scale senza guardarsi indietro. Lui fece spallucce all’ispettore a mo’ di scusa, e Gumshoe li salutò con un cenno poco entusiasta, fissandoli mentre, senza dirsi una parola, si appostavano ad aspettare un taxi.
«Detective Edgeworth!»
Phoenix osservò il collega storcere la faccia in una smorfia livida. Spianò la fronte per raggiungere i requisiti minimi di convivenza civile, e Phoenix sospirò profondamente, seguendo con lo sguardo il vocione che li aveva richiamati indietro.
Sotto la luce spettrale dei lampioni, il vice-prefetto Gant in persona venne loro incontro con il sorriso più accecante che avessero mai visto, accentuato ulteriormente dall’abbronzatura impossibile che gli bruciava la faccia e dal completo più maledettamente magenta che mai. Avrebbe benissimo potuto rivaleggiare con alcuni fra i peggiori assortimenti dell’armadio di Edgeworth, pensò Phoenix spassionatamente. Dopo due anni, però, Phoenix notava con piacere che i massicci (nonché orrendi, e perciò assolutamente degni della memoria dei posteri) occhiali con la montatura di corno avevano lasciato il posto a una snella montatura nera.
«Vice-prefetto,» lo salutò Edgeworth, asciutto, scuotendo la grossa mano in una salda stretta. Gant tese la mano anche a Phoenix, che ricambiò con un pizzico di energia in meno.
«E questo giovanotto deve essere–»
«Phoenix Wright, il mio socio,» lo interruppe bruscamente Edgeworth, fissando il sorriso sottile che aveva acceso gli occhi del vice-prefetto per un secondo.
«Sono corso appena ho saputo» disse, trafelato. Adesso guardava Edgeworth con aria grave, quasi solenne «e l’Ispettore Gumshoe mi ha detto che per adesso non possiamo fare granché.»
«No, signore,» replicò Edgeworth, senza battere ciglio mentre si stringeva nel soprabito. Gant sorrise e gli poggiò una mano sulla spalla.
«Come ho detto tanti anni or sono, Detective… Faremo del nostro meglio per aiutarla. Lei è stato il migliore» e si allontanò con un altro, simpatetico cenno di saluto.
Phoenix lo guardò allontanarsi per qualche secondo, prima di tornare a concentrarsi su Edgeworth, che, a labbra strette, aspettava quel taxi come in agonia.
Alle loro spalle, il vice-prefetto si infilava in fretta e furia in un’auto di servizio, ma non Gumshoe – Edgeworth quasi sfilò la pistola dalla fondina quando l’Ispettore, con passo incredibilmente felpato per un tipo così goffo, ripeteva il gesto di Gant con una pacca da camerata un po’ priva della stessa nonchalance aristocratica.
«Ispettore!»
«V-volevo solo dirle di non preoccuparsi, sign—Detective. So che il vice-prefetto, se vuole fare una cosa… beh, la fa, ecco! E poi a capo delle indagini ci sono io! Niente di cui preoccuparsi!»

*

«Fino a qualche settimana fa l’avresti ucciso» osservò Phoenix, sistemandosi meglio sul sedile.
«E chi ti dice che non l’avrei fatto? È stato il pensiero di Franziska a fermarmi… senza l’aiuto di quei piantagrane siamo inutili. La maledizione del libero professionista, insomma» e storse le labbra in un guizzo di ironia amara che sembrò avvelenargli il palato.
Sempre più preoccupato, Phoenix cercò di guardarlo negli occhi, ma lui si voltò verso il finestrino rigato dalle prime gocce di pioggia.
«Troveremo qualcosa, e troveremo anche lei.»
«Puoi giurarci» disse lui seccamente.
Nessuno parlò più fino a casa.

*

«Allora,» gesticolò Phoenix, seduto sulla branda con una tazza di caffè debitamente corretto in una mano «tua sorella fa parte di quella categoria di persone che varia gente vestita a strisce prenderebbe a sassate per sport, ad essere franchi. Non ti viene in mente nessuno di particolare a cui possa aver pestato i piedi?»
«Non credo proprio che Franziska abbia una lista di casi chilometrici, e non credo che affiderebbero tizi davvero loschi a una novellina» considerò lui, tetro.
«… Ma potrebbero, giusto?» chiese. Lo vide sospirare.
«Non lo so. Mia sorella è tremendamente gelosa dei propri casi. Quello che so è quello che sa tutto il distretto: chiunque sia al banco degli imputati, Franziska non demorde finché non vince.»
«Un metodo rapido per inimicarsi il mondo intero, insomma.»
«Non sai quante volte gliel’ho detto» commentò Edgeworth.
«… Direi che la vendetta personale non possiamo lasciarla da parte.»
«No, ma… ceffi del genere non ci mettono molto a piantare una palla in testa a una ragazzina. Perché rapirla?»
«Beh… soldi?» azzardò Phoenix, nel più ovvio dei tentativi. Edgeworth scosse la testa con forza.
«I gioielli erano tutti al loro posto, e avrebbero potuto valere quattro riscatti, da soli.»
«Giusto. Se l’hanno lasciata viva, abbiamo un’opzione interessante, e potremmo testarla solo quando e se ci chiameranno. Un rapimento di questo genere non può essere un messaggio?»
«Forte e chiaro, direi.»
«Io scommetto che tua sorella ha pestato un intero campo di calli… ma c’è qualcuno che ne ha pestati decine di settimana in settimana.»
«Non ho mai pestato calli di quella grandezza, che io ricordi» gli rispose lui, dopo un attimo di pausa.
«E adesso scommetto mi dirai che ricordi nel dettaglio tre anni da ispettore capo in Centrale, e non esistono facce che possano esserti sfuggite, vero?»
«Da dove arriva questo tono saccente?» scattò Edgeworth, inviperito. Phoenix sembrò rabbuiarsi ancora di più.
«Non dovresti prenderla come un’offesa personale. Non in questo caso, almeno. È a tua sorella che dobbiamo pensare, no?»
«Wright, ti assicuro che dei delinquenti che ho preso a calci non ce n’è uno che non stia marcendo in galera. E so cosa stai pensando, ma mi spiace deluderti. Sono famoso per aver ripulito la città della stragrande maggioranza di professionisti e lacchè che uno di quei tizi potrebbe assoldare anche da dentro. Perciò no, non mi viene in mente niente di importante. Non fare il ridicolo e fammi aspettare questa dannata telefonata in santa pace!»
Phoenix si umettò le labbra, stupito. Edgeworth, irritato come nei suoi momenti peggiori, si alzò per versarsi il terzo caffè dalla caraffa di vetro ormai tiepida, e si risedette vicino a lui nel silenzio più assoluto, con la sua faccia più tetra.
«Non eri leggendario pure per non aver mai perso le staffe come un ragazzino di dieci anni?» sibilò Phoenix, facendo attenzione a non far trapelare quanto il suo atteggiamento l’avesse offeso «O per essere quello che non aspettava mai direttive da una banda di criminali?»
«Wright, per favore.»
Stavolta Edgeworth aveva parlato con quella voce sconsolata e stanca di cui solo le quattro pareti dell’ufficio erano mai state testimoni. «In nessuno di quei casi un criminale aveva mia sorella fra le mani. Se perdessi lei-»
Phoenix gli impedì di continuare con un buffetto su una guancia.
«Lascia perdere, socio» disse, con voce un po’ dimessa «Ti capisco, non fa niente.»
In silenzio, Edgeworth si lasciò scappare un sorriso, e si stese a fissare il soffitto con le braccia incrociate dietro la nuca.

*

Il mattino dopo, Phoenix si svegliò con il borbottio ovattato della voce di Edgeworth che, in piedi, parlava a telefono appoggiato contro la sua scrivania, strofinandosi una palpebra con la mano libera e biascicando assensi di tanto in tanto.
Aprendo un occhio a fessura, Phoenix lo guardò con apprensione, e, subito dopo, realizzò che si erano addormentati con le mappe della città accartocciate fra le coperte, in cerca di un possibile percorso che collegasse la zona di Franziska ad aree particolarmente sospette. Si erano appisolati sul far dell’alba, riconoscendo di star compiendo uno sforzo inutile. Dai rapitori nessuna notizia, dalla Centrale nientemeno. Mentre tracciavano frecce alla rinfusa sulle cartine, sia lui che Edgeworth si rendevano perfettamente conto che, senza informazioni o supposizioni più specifiche, le loro teorie non avevano maggiore utilità di una partita a poker a un funerale. Se non altro, sembravano a dare a Edgeworth un palliativo per non restare con le mani in mano. Anche alla luce opaca del lampadario, Phoenix non poteva fare a meno di notare che sembrava un fantasma fatto e finito, e che la prospettiva di affidare la parte più consistente delle loro speranze a uno come Gumshoe non serviva certo a fare meglio.
Tornando al presente, Phoenix spostò le lenzuola e strascicò i piedi per andarsi a sedere al proprio posto. Edgeworth, ancora immerso nella telefonata, gli diede le spalle e prese a tamburellare con una mano su una coscia. Il suo muso lungo gli faceva capire, fondamentalmente, che non si trattava di notizie dalla Centrale.
Phoenix si grattò la testa.
Fra le tante, c’era una cosa in particolare che non capiva, e che lo infastidiva terribilmente. Nonostante la situazione, Edgeworth era abbottonato come un panciotto. Per quanto la situazione fosse comprensibile, non riusciva a capire perché il suo collega cercasse di fare lo slalom fra le sue domande. Aveva ripulito la città da un buon numero di malavitosi e pesci delle più varie misure, e, alla sua età, faceva parlare il distretto come nessun ispettore col doppio della sua esperienza era riuscito a fare. Eppure, era stato buttato fuori senza troppi complimenti. In tutto questo, Phoenix era seriamente convinto che Edgeworth dovesse ritenerlo veramente un imbecille, se davvero credeva che non avrebbe dato alcun peso a coincidenze di grandezza così imbarazzante.
Quasi sobbalzò, nel momento in cui Edgeworth riattaccò il ricevitore.
«Era il vice-prefetto Gant.» bofonchiò «Non ha fatto altro che ripetere quello che ci ha detto ieri sera. Sembrava una vecchia zitella che mi faceva le condoglianze.»
«Uhm, deduco che una mano dalle alte sfere non ti faccia per nulla piacere.»
«Bah,» sbottò lui, così rigido che Phoenix si sarebbe aspettato che la faccia gli si sarebbe riempita di crepe da un momento all’altro «più che un aiuto, questa mi sembra la classica telefonata da impiccione, e le risorse che Gant mi ha messo a disposizione sono un gruppo di divise blu che passeggiano aspettando che qualcuno chiami, e l’Ispettore Capo che è un uomo di buon cuore… e nulla di più.»
Phoenix annuì, comprensivo.
«Vado a fare due passi in Centrale» aggiunse, cupo, avvolgendosi l’immancabile fazzoletto attorno al collo.
«Vengo con t-» sgambettò il socio, ma, prima che potesse finire, Edgeworth aveva già chiuso la porta a vetri tranciandogli le parole sul nascere.

*

«Andiamo, Celeste,» sorrise Miles, con un gomito sul bordo della scrivania «in nome dei vecchi tempi. Ti prego.»
«Miles, spero che tu ti renda conto di non potermi far smontare mezza Procura pretendendo di non far rumore. Sappiamo bene che mettere la faccia direttamente in questo caso significa prendersi una grossa scarpata dal vice-prefetto.»
«Ma davvero» commentò lui con una smorfia «Sembra che lei abbia una visione molto chiara delle cose, signor Procuratore Capo. Mentre tutto il distretto brancola nel buio, per giunta.»
Celeste strinse le labbra, serrando le dita sulla penna che teneva a mezz’aria.
«Perché adesso immagino cercherai di convincermi di essere ignaro come un neonato» lo rintuzzò, con la stessa freddezza.
«Scommettiamo?» disse lui fra i denti, puntandole addosso un’occhiata fissa e ostinata.
«Miles,» Celeste alzò gli occhi al cielo per un secondo, tamburellando due centimetri di unghie rosse e laccate sul mogano lucido della scrivania «lo sai che se fossi Dick Gumshoe ti avrei fatto avere tutti i documenti – e anche più – su un piatto d’argento. Ma sei un investigatore privato, e sono costretta a chiederti delle carte prima di fare un bel falò di tutta la mia carriera.»
«Bene, se è questo il problema» sbottò, scattando in piedi con una forza tale da spingere indietro la sedia «non mi prenderò neanche il disturbo di chiederti i fascicoli o una copia, ti chiederò di darci un’occhiata, dato che ho come la vaga impressione di essere l’unico a voler impedire che mia sorella venga ammazzata. Quindi,» e riprese fiato «te lo chiederò per l’ultima volta, con tutta la diplomazia che riesco a cavar fuori dalla circostanza: il procuratore von Karma ha consultato qualcosa di particolare negli ultimi giorni?»
Nel sospiro di Celeste, stavolta, c’era ben poco di affranto: si alzò dalla poltrona con le chiavi dello schedario inanellate all’indice, e le bastarono pochi secondi per sbattere un’esile cartellina sulla scrivania.
Miles sollevò la piega di cartoncino quasi in punta di dita, consultando l’elenco con calma.
«Se guardi più in basso» scandì lentamente la donna «vedrai che Franziska ha chiesto di consultare i dati sul caso SL-2, ma con scarso successo.»
«Oh.»
Miles sollevò la testa per scrutarla per un lungo istante. Celeste sostenne il suo sguardo in silenzio, senza battere ciglio, e l’investigatore rimise insieme i fogli per consegnarli nelle sue mani.
«Molto bene,» sentenziò, dandole le spalle mentre infilava il soprabito «vedo che la gentilezza fa miracoli, anche di questi tempi. Ti ringrazio.»
Guardò Celeste alzare la mano nel riflesso un po’ concavo del vetro della porta, fra le lettere del cognome.
Non rispose.

*

Phoenix era consapevole della magra figura che avrebbe fatto se fosse passato in Centrale alla ricerca di Edgeworth sapendo di non trovarcelo affatto. Cose di questo genere, tuttavia, non l’avevano mai fermato in passato, e certo non l’avrebbero fermato adesso, con un procuratore scomparso e un collega isterico fra capo e collo. Tornò a casa gelato fino all’osso, masticando rabbia e sospetto come grossi blocchi di tabacco, sbirciando il vecchio orologio da polso per farsi un’idea di quanto ancora Edgeworth avesse seriamente intenzione di correre da una parte all’altra della città come un’anima in pena mentre lui esaminava carte stradali e foto della scena del crimine con un pugno di mosche in mano.
Alla fine, Edgeworth si decise a tornare – a notte fonda, sgocciolando pioggia e maledizioni sullo zerbino, con una certa voglia di sfogare la rabbia sull’arredo.
Almeno a se stesso, Phoenix poteva ammettere che era molto difficile fare il poliziotto cattivo a muso duro, in sua presenza, quando tutto quello che avrebbe voluto fare era abbracciarlo stretto come un bambino, solo a guardare il modo sperduto con cui fissava la scrivania.
Per non cedere alla tentazione – fondamentalmente perché non era certo che sarebbe sopravvissuto per raccontarlo – lo lasciò tirare pugni e calci al muro, ascoltandone il rimbombo dallo spazio minuscolo del bagno. I ragguagli di Gumshoe erano stati inutili, le ricostruzioni che Phoenix aveva tentato di fare altrettanto. Alla sgradevole sensazione che al tutto mancasse qualche pezzo importante, si aggiungeva il fatto che ogni indizio – o assenza di indizio – portava contro una svariata serie di muri. In Centrale si respirava un’atmosfera da cimitero – e il vice-prefetto sembrava il primo fantasma, in barba alle sue belle parole – e Franziska von Karma sembrava una foto attaccata al muro e dimenticata lì.
Esaurita la propria collera, Edgeworth si buttò sul divano, mezzo stordito dalla stanchezza e dal freddo, il soprabito zuppo afflosciato sul pavimento.
Osservò Phoenix trascinarsi dal bagno all’angolo cottura, e una fitta di colpevolezza gli attraversò una costola. Probabilmente, ipotesi molto più prosaica, si trattava di un accesso di reumatismi. Morse un sorrisetto fra le labbra, sentendo Phoenix trafficare con la caraffa di caffè caldo, e si tirò da un lato per fargli posto. L’umidità stava filtrando fino ai cuscini del divanetto – addio prestigio, si disse, sbottonando giacca e camicia e lasciandoli accanto al soprabito. Phoenix lo guardò gonfiando le guance, due tazze in mano e dei fascicoli sotto a un braccio.
«Sei indecente. E poi,» disse, indicando il mucchio di vestiti «ti avevo scelto perché saresti stato un coinquilino ordinato!»
Miles sorrise, prendendo la sua tazza bollente con gratitudine.
«Bene… Ora, io non ti chiederò perché non ti ho visto in Centrale, e mi limiterò a dirti che Gumshoe mi ha lasciato questi,» e gli mostrò le cartelle «e mi ha detto che è tutto quello che poteva darmi. E forse è più di quello che pensa, dato che siamo ancora al punto di partenza…»
Edgeworth cominciò a leggere lentamente, con un sopracciglio inarcato e gli occhi incollati sul foglio.
«A quanto pare, il procuratore von Karma ha mosso grandi somme di denaro, ultimamente… e la polizia è riuscita a tracciare il flusso fino ai Redd White Law Offices
Edgeworth poté quasi sentire il colore scivolargli via dalla faccia, sotto l’occhio inquisitorio di Phoenix. Strinse la presa attorno alla tazza, ma rimase in silenzio per un paio di istanti.
«Redd White non ha la fama di uno stinco di santo, e non c’è procuratore al mondo che verserebbe dei soldi a un avvocato per spirito di carità. Franziska non aveva neppure un caso fra le mani. Questo è un ricatto, Wright, messo nero su bianco.»
Phoenix continuava a guardarlo con gli occhi fuori dalle orbite: Edgeworth faticava a stare fermo, e la deduzione era una recita balbettata in fretta; il pallore, poi, diceva troppe cose di per sé, e Phoenix, tremendamente tentato di incalzarlo in ogni modo – soprattutto a scarpate – stava per aprire bocca, sperando di dire qualcosa che lo tenesse incollato al divano e gli facesse guadagnare qualche minuto per capire che diavolo avesse in mente.
«Edgeworth, noi dobbiam–»
A salvarlo, stavolta, ci pensò il telefono. Edgeworth si alzò dal divano e artigliò il ricevitore come un gatto inferocito. Phoenix si piazzò dietro di lui con un balzo, per accorgersi, con un certo orrore, che Edgeworth non rispondeva a una parola del brusio che arrivava dall’altro capo del filo. Lo vide annuire brevemente.
«D’accordo, ho capito.»
Riagganciò.
«Erano loro,» disse, aprendo un cassetto della scrivania e tirando fuori una camicia a caso «devo andare.»
Si fiondò fuori dalla porta e lungo il corridoio mentre stava ancora infilando i bottoni nelle asole sbagliate. Phoenix cercò di agguantarlo alle spalle, lanciandosi dietro di lui sotto la pioggia battente. Ricevette in sorte una gomitata.
«Va bene, Giustiziere Solitario!» urlò, la voce che rimbombava fra le pareti strette del vicolo «vediamo cosa ci guadagni a fare l’eroe!»
Se davvero Edgeworth aveva intenzione di fare il geloso con un’indagine, Phoenix non poteva certo impedirgli di farlo, a meno che non facesse niente di legalmente perseguibile.
Sospirò.
Sentiva decisamente puzza di bruciato.

~

A/N 17 agosto 2011, ore 12:26. Questa storia mi sta uccidendo – si sente che di noir non ne ho mai scritti, eh? E se questo mi ha uccisa, col prossimo suderò sangue XD.

Juuhachi Go.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Credits & Disclaimer

Layout e contenuti © Juuhachi Go 2004-2019; Seishiro e Subaru © CLAMP; brushes & textures © 77words, Ewanism & Cryingforest.net, che pare sia ormai inattivo. Love is Blindness e relativo testo sono © U2 e aventi diritto. Dusk Shard nella sua versione definitiva (si spera *cough*) è reso possibile da Wordpress e, per quanto riguarda il suo scheletro tematico, Underscores. Tuttavia, il vero ringraziamento va a Mrbalkanophile che ha fornito il mio piccolo archivio di alcuni snippet deliziosi per farvelo fruire meglio, e che, SOPRATTUTTO, sopporta con infinita pazienza i miei scleri e i miei pasticci. E grazie a tutti voi, per essere ancora qui a sorbirmi!