[Fullmetal Alchemist] Fields of Gold

Titolo: Fields of Gold
Fandom: Fullmetal Alchemist
Personaggi: Roy Mustang, Riza Hawkeye
Parte: 1/1
Rating: NC17
Conteggio Parole: 2920 (LibreOffice)
Note: mah, nsfw, aka l’unica volta che ho ceduto al desk!sex XD

Fields of Gold

Un giugno terso e assolato filtrava dalla grande finestra dell’ufficio del Colonnello Mustang. Il sole gli batteva sulla nuca mentre era chino a firmare scartoffie. Si arrestò, lasciando la penna per allentare un bottone della divisa e per sfilare i guanti di seta. Il caldo era davvero insopportabile, non sapeva se fosse preferibile al rumore delle esercitazioni che i suoi commilitoni stavano facendo proprio sotto la sua finestra. Si sarebbe unito volentieri a loro – anche se, a pensarci, usare i suoi poteri con un simile clima non era esattamente qualcosa di refrigerante -, ma i suoi… doveri burocratici lo tenevano inchiodato al suo posto. Beh, pensò che quello fosse un buon momento per prendere una boccata d’a—
«Colonnello!»
La porta dell’ufficio si spalancò proprio sul suo tentativo di fuga, e il tenente Hawkeye lo squadrò con aria severa mentre Roy tornava a sedere
«Ecco, bene. Se non finisce tutto questo lavoro, dubito che avrà la forza di sbrigare quello che la attende ancora!» e lo guardò annuire meccanicamente.
«In ogni caso… le ho portato qualcosa da bere, immagino che la sua divisa non sia meno pesante della mia.» fece il tenente, con un leggero e gentile sorriso che ben si addiceva ai suoi lineamenti delicati.
Solo allora Roy si accorse che Hawkeye reggeva un bicchiere di the in cui galleggiavano tre cubetti di ghiaccio.
«Grazie, tenente.» si illuminò mentre la donna appoggiava il bicchiere sulla scrivania.
Aveva dita affusolate, unghie lunghe e ben curate, senza traccia di lucido o smalto, un collo sottile e armonioso (spuntava appena dalla giacca) su cui si reggeva l’ovale grazioso del suo viso. Nemmeno sulle labbra si poteva notare alcun tipo di trucco: erano sottili e proporzionate, la loro sfumatura corallo era palesemente naturale. Sopra i grandi occhi castani vi era la rada peluria bionda delle sopracciglia, parzialmente coperta dalla folta frangia di capelli d’oro lucente che, come al solito, Riza portava raccolti sulla testa in maniera alquanto spartana. Scostava continuamente la ciocche dalla fronte lucida di sudore, con aria infastidita. Era evidente che il caldo le dava noia più di quanto lei volesse dare a vedere. Non era cosa comune che Hawkeye lasciasse intravedere qualche sua particolare emozione o disagio. Roy le fece cenno di sedersi, indicando la sedia accanto alla sua con un’espressione un po’ intenerita. Per la prima volta vide Riza Hawkeye intrappolata nella sua pesante divisa blu, insofferente al caldo e che, probabilmente, pensava che il colore limpido del cielo fosse preferibile a quello smunto dell’intonaco sulle loro teste.
Riza obbedì e si sedette accanto al superiore che, nel frattempo, prendeva un rumoroso, assetato sorso dal suo the, il pomo d’Adamo che andava su e giu.
«Vuole un sorso?»
«Grazie, signore.» mormorò lei, prendendo il bicchiere dalla mano del colonnello. Appoggiò le labbra sul bordo opposto a quello di lui e bevve, in silenzio, un piccolo sorso. In seguito, si spinse contro lo schienale, la testa reclinata all’indietro e il sole che le illuminava le palpebre abbassate.
«Caldo, eh?» chiese Roy, accomodatosi nella stessa posizione.
«Mh.»
Lui la guardò con la coda dell’occhio e si raddrizzò
«Perchè non è giù con gli altri?»
«Se lo fossi stata, sicuramente lei sarebbe riuscito a farla franca con quelle carte.» sentenziò il tenente, storcendo appena le labbra in un sorriso sarcastico.
Roy ridacchiò.
«Beh, a modo mio ci sono riuscito… grazie del the.»
«Oh, nulla.»
«Se le chiedessi di rimanere un altro po’ qui, non mi punterà una pistola alla testa, vero?»
«Non credo, signore.» rispose Riza, addolcendo la propria espressione.
«Bene, allora resti.»
«Si sente solo, signore?» rise lei
«No, mi fa semplicemente piacere la sua compagnia, tenente.»
«Bene.»
«Bene.»
Roy contemplò i ciuffi biondi e bagnati di luce di lei. Le ricadevano sulle orecchie.
Non aveva buchi.
Il lobo era intonso, una curva morbida, seducente, nivea. Esattamente come quando l’aveva incontrata la prima volta.
Ed era ancora lì, familiare.
E sarebbe continuata ad esserci.
(Sperava)
Così non avrebbe potuto fare niente di sbagliato.
Ed era una bella impressione, quella.
…Riza era l’unica persona raggiungibile.
Distante, a vederla. Ma più vicina di chiunque altro.
«Uh?»
Riza fece per voltarsi ma non si mosse quando riconobbe l’indice del colonnello che scorreva lentamente lungo il lobo del suo orecchio, gli occhi d’ossidiana fermi nei suoi.
Non osava respirare. Il tocco era reale, nudo, libero dalla fredda barriera di seta che si frapponeva sempre fra loro.
Ogni volta tranne che quel giorno.
Sapeva di carta, inchiostro, fuoco e polvere, sapeva di nostalgia, di lui.
Con calma, un secondo dito si aggiunse al primo e scivolò dietro la nuca. La mano di Roy si schiuse sull’attaccatura dei capelli.
Riza, ancora senza respiro, con un fremito di sorpresa, sgranò appena gli occhi quando il viso di lui si fece più vicino e cercò la sua bocca, gentilmente, gli occhi chiusi. Dopo un breve momento di esitazione, lei la dischiuse appena, protendendosi piano verso di lui, i suoi polpastrelli che le scompigliavano la capigliatura e accarezzavano, sfuggenti, la base del collo.
«Colonnello…»

Mi seguirai?

Nessuna risposta, mentre Roy premeva le labbra sugli angoli della sua bocca, le mani di Riza che si appoggiavano sulle sue guance e, impigliate nella sua zazzera d’ebano, lo attiravano a sé, in un altro frenetico bacio, mentre l’uomo la spingeva contro il bordo di mogano della scrivania, il suo desiderio premuto contro di lei, parte di lei.
Averla, averla, averla.

Me lo stai chiedendo adesso?

Dimenticò l’arsura di giugno nel momento in cui le attenzioni di lui scivolarono a tratteggiare morbidamente la sua clavicola. Esplorava il più piccolo centimetro di soffice candore del suo collo, l’incavo dolce che più di ogni altro emanava l’odore di Riza, un odore fresco, neutro, di sapone, misto a quello caldo della sua pelle. Stuzzicò con i dentì il territorio roseo disteso sotto le sue labbra, come se volesse assaggiare quel profumo, Riza inclinò la testa ed emise un sospiro, una luminosa ciocca si intrufolò a solleticare il naso di Roy, le cui dita slacciarono i bottoni della pesante casacca blu di lei, che, con un tonfo, cadde fra i documenti sparsi dietro la giovane donna, che si aggrappò al legno, incalzata dai sensuali assalti di lui, disceso lungo il cotone della maglietta e intento ad aggirare il suo ombelico. Riza prese Roy sotto il mento. Lui le guardò le guance imporporate, mentre lei accarezzava il suo pomo d’Adamo con un dito e allentava i bottoni che gli chiudevano il collo. In silenzio, con un sibilare di stoffa, Roy si alzò e si lasciò aiutare a scoprire il petto, baciando Riza, chiamando Riza, sussurrando Riza, desiderando Riza…
«Mhh…».
I documenti piovvero come foglie anemiche per tutto l’ufficio, mentre la donna li sgualciva con il proprio peso, trascinando l’uomo su di lei, abbozzando ricami sul suo petto con la punta delle sue belle dita, mentre quelle di Roy perlustravano il suo ventre, sollevando la T-shirt che lo fasciava.
Bianca.
Un pezzo di armoniosa luna caduto nel bel mezzo di quelle cartacce.
Depose baci assorti, meticolosi, lungo tutto il suo ventre accaldato, lasciando che lei gli accarezzasse la testa come una bambina, gemendo. Girovagò sulle costole, strofinò i palmi contro i suoi fianchi. Riza si sollevò, gli cinse il collo. Lo solleticò, lo morse, accarezzò il suo petto e, ancora, chiuse le labbra sulle sue, mentre una gamba di Roy si fletteva fra le sue e la distendeva di nuovo sulla scrivania.
Si fissarono per un denso secondo, dimenticando come respirare e quale odore inalare se non quello della loro pelle, ancora nascosta da qualche centimetro di stoffa. Un piccolo sospiro provenne da Riza quando le mani di lui tornarono ad accarezzarla sullo stomaco, questa volta per spogliarla. Si inarcò verso Roy, le sue dita che avevano sganciato la chiusura del reggiseno. Tirò via la maglia e molte ciocche di capelli, sfuggite al fermaglio, lambirono, in erotico disordine, le spalle nude e luminose. Con cautela, Roy tastò il dannato arnese che li teneva raccolti e, stando bene attento a non farle male, lo aprì con un piccolo scatto, riempiendosi le mani di quell’infinita cascata di seta, che dilagò dappertutto.
Un fruscio macilento e l’ultimo dei plichi di fogli precipitò a terra mentre lei intersecava le gambe con quelle di lui, senza parlare.
Intorno, solo sole.
Solo lui, la sua bocca
«Ah…»
che circondava il bocciolo roseo teso quasi sotto di essa. Riza si mosse avanti e indietro contro di lui, un movimento impercettibile, ma che Roy avvertì appieno, nell’incastro voluttuoso in cui si trovava piacevolmente bloccato. Intravide una sottile linea delle mutandine, prima che lei tornasse a risistemarsi come prima, schiacciata completamente contro di lui, le sue mani aggrappate alla sua schiena, vicina come se condividessero lo stesso corpo. Sfiorò la sua guancia d’albicocca con la punta di un dito, che Riza stessa si appoggiò alle labbra, premendovele su. Roy seguì il sottile srotolarsi di una ciocca bionda fino a giungere al bordo dei pantaloni di lei, baciò la pelle sopra il bottone.
Riza.
Riza.
Slacciò la zip con fare minuzioso, e, scendendo dal lucido ripiano in mogano, aiutò la stoffa a scivolare lungo le morbide gambe, le sfilò le scarpe e vi ripose accuratamente le calze all’interno. Riza trattenne una piccola risata, la pelle serica del suo seno splendida sotto il sole, i capelli deliziosamente arruffati mentre lo guardava sfilarsi gli stivali a sua volta.
Quasi con riverenza, un indice di Roy vezzeggiò – leggero – la delicata pelle interna delle cosce, il brivido intimo della giovane donna che si spandeva nei suoi stessi polpastrelli. Si arrestò un secondo prima di avvicinarsi al bordo delle sue mutandine, poi, calmo – tutto di Riza tacque, compreso il respiro – scivolò nel centro della biancheria, una membrana di cotone sottile, bagnato, labile, inconsistente, che si arrese alla dolce pressione delle sue dita.
Crash.
«Roy!» gridò Riza, pervasa da un brivido elettrico, nell’assecondare i suoi movimenti e lasciandosi sfuggire qualche debole gemito mentre si inarcava all’indietro, le ginocchia leggermente schiuse. Prima che potesse mormorare alcunché, le labbra di lui le sfiorarono appena il sesso e una mano permise agli slip di digradare fino alle caviglie. Quasi casualmente, gli occhi di Roy si soffermarono sui suoi, liquidi. Le eleganti dita di Riza si chiusero dietro al suo collo e lo trascinarono verso di lei, un bacio e un altro e un altro un piccolo gemito e la lingua di Roy che cercava disperatamente la sua o forse cercava solo lei lei lei su di lei voleva solo lei c’era solo lei nient’altro che l’aureola bionda infinita dei suoi capelli il suo profumo lei ed erano già pelle contro pelle altri vestiti sul pavimento oh Riza ma guardami Riza guardami adesso guardaci.
«Roy…»
Lui calciò rabbiosamente i pantaloni che gli intrappolavano le caviglie, il bacio di Riza sull’angolo della bocca bruciava come una febbre deliziosa, l’odore scottante dei loro desideri che si cercavano senza freno, prima di raggiungersi, in un abbraccio annullante di gambe, braccia e bacini.
Roy si mosse e Riza lo assecondò, accogliendo tortuosamente la bramosia di lui nel suo stretto calore, movimenti affamati serrati unghie affondate nella carne ed è esplosione è reazione è alchimia intima superiore incredibile scivolante calda perfetta fusione di forme morbide in fiamme è gola bianca esposta ai suoi baci fremito di ciuffi scintillanti nelle sue mani, nel sole di giugno.
«Riza…» articolò Roy, stravolto, sul suo collo, nel movimento esasperante del bacino di lei, le mani annegate nel suo biondo accecante. Fu in tutto quel disordine di sensazioni che Riza si accorse che il suo nome, scivolato spontaneamente dalle labbra di Roy, era quanto di più cullante, intimo e buffo avesse mai potuto sentire. E sente l’urgenza, la frenesia del muoversi di lui. Si espandeva in lei come un risveglio, come le increspature concentriche di un lago urtato da un sassolino.
Non turbava l’acqua, la rendeva vibrante, e viva.
E ondeggiava, galleggiava, un lieve, sensuale sciabordio, bruciava, si stringeva, sospirava e bruciava ancora e poi l’attraversava, a ondate, di luce e fuoco. Così brillanti da farle chiudere gli occhi.
«Mh…»
Roy si concesse un attimo di riposo con la testa sulla sua clavicola, impigliato in alcuni ciuffi biondi di Riza, la cui mano era appoggiata sulla sua nuca, in un sereno e pigro abbandono, gli occhi semichiusi perché troppo esposti ai raggi solari. Percepì il sapore salato della sua pelle sulle labbra, le quali scivolarono a lasciare un bacio sul lobo dell’orecchio. Il respiro di lei, un fremito tranquillo, indugiava sulla sua guancia come l’indice di una bambina.
«Dovremmo alzarci…» mormorò lei, le braccia che gli cingevano la schiena.
«Già.» assentì Roy, con una punta di assonnata riluttanza. Lentamente, sciolsero l’abbraccio e si apprestarono a tornare con i piedi per terra.
«Guarda che abbiamo combinato…» ridacchiò l’uomo, gettandosi una rapida occhiata alle spalle. I documenti che avrebbero dovuto portare l’approvazione del Colonnello Mustang erano sparsi alla rinfusa ai piedi della scrivania, insieme alle loro divise appallottolate accanto ai frammenti del bicchiere che aveva contenuto il the freddo, una macchia ambrata che si andava allargando sul pavimento.
Riza abbozzò un sorriso colpevole mentre imitava Roy nel raccogliere vestiti e biancheria. Silenziosamente, lui la aiutò ad agganciare la chiusura del reggiseno, in un gesto complice, sfiorandole la semi-invisibile peluria sulle scapole.
Era passata un’eternità dall’ultima volta che aveva fatto l’amore con un uomo, stentava a ricordare il viso di lui, soppiantato da quello del Colonnello che, certe sere, si addormentava profondamente sulla poltrona. A lei il compito di scuoterlo fino a svegliarlo, dopodiché, una volta messi a fuoco l’orario sull’orologio e la pila di cartacce che ancora aspettavano di essere scarabocchiate, Roy riprendeva a scribacchiare, mormorando, a testa china, il “Grazie di avermi svegliato, tenente” di routine, che, immancabilmente, si trasformava in una conversazione imbastita su ricordi non sempre piacevoli, ma a cui Riza si prestava volentieri.
Questo, ovviamente, prima che Roy si assopisse di nuovo, con la testa sul tavolo, facendole pensare che, chissà, non era esattamente una buona idea fargli ottenere la carica di Fuhrer.
In ogni caso, con tutto il rispetto per il suo ex, si era scoperta a preferire quegli incontri a qualunque notte di sesso sfrenato. E sì, sapeva che non era una buona abitudine.
Oh beh, sembrava proprio che avesse trovato il modo di conciliare le due cose, pensò, incurvando di poco le labbra.
«Tutto ok?» le si rivolse lui, rientrato nei pantaloni e intento a riabbottonarsi la camicia
«Sì.» lo rassicurò Riza, felice, lisciandosi i pantaloni di cui era rientrata in possesso e infilando la giacca, mentre Roy chiudeva il colletto e faceva lo stesso, passando le mano per riassettare la sua, di giacca, senza ottenere risultati.
Riza si chinò a terra, alla ricerca del suo fermaglio, i capelli che le piovevano, sinuosi, sulle spalle. Faceva uno strano effetto, a Roy, osservarla sfoggiare inconsapevolmente la prerogativa dei suoi giorni di permesso rimanendo in ambito militare.
Un piccolo compromesso… da amanti clandestini, rifletté, non senza ironia.
Non era stato sicuramente il primo a vederla nuda, ma quanti avevano visto Riza esattamente come lui l’aveva davanti agli occhi in quel momento, con indosso l’uniforme, ma totalmente svestita del rigore a cui quest’ultima la obbligava? Con il sorriso sulle labbra, la morbida distesa color grano che le copriva la schiena, l’ornamento per capelli nelle dita. Era qualcosa di un’intimità schiacciante.
Si avvicinò e le sfilò l’arnese di plastica dalle mani, raccogliendo la chioma nel pugno e sollevandola per raccoglierla sulla nuca, fissandola nello stesso modo in cui aveva immaginato lei facesse quando si svegliava la mattina.
Appoggiò la labbra sull’attaccatura. Riza si irrigidì mentre Roy intrecciava le dita con le sue, prendendole la mano.
Stupida pettinatura, era troppo lenta, rischiava di disfarsi da un momento all’altro. Lei se l’aggiustò con l’altra mano, in modo così blando da peggiorare le cose, prima che le labbra di lui le accarezzassero l’orecchio in maniera quasi ingenua. Lei si voltò piano, senza che lui potesse disciogliere la stretta.
«Devo andare, sono in ritardo tremendo…» mormorò sulle sue labbra. Roy la lasciò andare, con un sorriso, guardandola dirigersi verso la porta.
«Tenente Hawkeye?» la reclamò freddamente, quando solo un braccio di lei, ancora appoggiato allo stipite della porta, era visibile
«Sì, signore?» domandò lei, facendo spuntare anche la testa. Stavolta, nella sua voce poteva cogliere una nota beffarda nel modo formale in cui gli si rivolgeva.
«Avremo da discutere un bel po’ sul suo rapporto di oggi, ragion per cui mi dispiace, ma mi vedo costretta ad invitarla a cena. Non accetto discussioni.» la informò, in tono neutro, sotto al quale si nascondeva una squisita traccia di galanteria
«Sissignore!» lo canzonò la giovane donna, accingendosi a tornare a lavoro.
«Oh, e non dimentichi la minigonna!» urlò Roy, incapace di soffocare una risata, tuttavia desunse che Riza aveva preferito ignorarlo, lasciandolo solo a riordinare tutto quel putiferio.

***

Quando Riza fece di nuovo capolino nel suo ufficio, i suoi occhi mandavano lampi. Prima che potesse prestarle la dovuta attenzione, la voce cristallina e sardonica di lei l’aveva già raggiunto:
«Mi permetta di dissentire sul tipo di abbigliamento che aveva richiesto, signore.» scandì, senza slancio, lasciando trasparire, tuttavia, tutta la sua soddisfazione. D’altronde, Roy non sperava che Riza indossasse una minigonna, proprio no. Esibì uno dei suoi sorrisini sprezzanti, aggiungendo, con falso distacco:
«Mi segua, tenente… sarà una lunga, lunga serata.»

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A/N 17 Ottobre 2005, ore 21:33. Una RoyxRiza, una HET, una het MIA!! Ehm… una PWP, a dire il vero X°°°D! Aah, la mia prima fic su Full Metal Alchemist! Non chiedetemi perché, ma è stato terribilmente imbarazzante scrivere roba het dopo tutto ‘sto tempo. E questo non vuol dire che io sia fiera del risultato, eh ;_;! E’ una fic dallo svolgimento troppo veloce e non è nemmeno tanto originale, ma, ehi XD il sesso sulla sctivania è una cosa che mi ha ossessionata da quando sono diventata RoyAi addicted ^___^! Dedicata a Harriet, che attualmente è al terzo episodio di Full Metal Alchemist, su cinquantuno. ò___ò. E a Nausicaa, con la speranza di rivederla al più presto! Oh, il titolo non c’entra affatto con la canzone di Sting! è___é!

Juuhachi Go.

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Layout e contenuti © Juuhachi Go 2004-2019; Seishiro e Subaru © CLAMP; brushes & textures © 77words, Ewanism & Cryingforest.net, che pare sia ormai inattivo. Love is Blindness e relativo testo sono © U2 e aventi diritto. Dusk Shard nella sua versione definitiva (si spera *cough*) è reso possibile da Wordpress e, per quanto riguarda il suo scheletro tematico, Underscores. Tuttavia, il vero ringraziamento va a Mrbalkanophile che ha fornito il mio piccolo archivio di alcuni snippet deliziosi per farvelo fruire meglio, e che, SOPRATTUTTO, sopporta con infinita pazienza i miei scleri e i miei pasticci. E grazie a tutti voi, per essere ancora qui a sorbirmi!