[Originale] Di solito dico che il giorno inizia pensando a Dio

Titolo: Di solito dico che il giorno inizia pensando a Dio
Personaggi: Maria Cristina d’Asburgo-Lorena, Isabella di Borbone-Parma
Parte: 1/1
Rating: PG13
Conteggio Parole: 2000 (LibreOffice)
Note: omosessualità, tristezza da tagliarsi le vene in quattro parti, scritta per il F3.U.C.K.S. Fest @ fanfic_italia, note ulteriori a fine storia

Di solito dico che il giorno inizia pensando a Dio

«La vita è una farsa e dobbiamo recitare tutti.»
(Arthur Rimbaud)

Vienna, 15 dicembre 1763

Maria Cristina non annunciava spesso le sue visite alla Kapuzinergruft – non ai membri più prossimi della famiglia imperiale, perlomeno: era considerato biasimevole che una donna della sua età, davanti alla quale si spalancava la prospettiva di un prospero, felice matrimonio, si crogiolasse a tal punto nella cura e nel dolore dei propri morti, poco importava quanto costoro fossero stati oggetto d’amore e dedizione in vita.
Delle figlie di Maria Teresa d’Austria, Maria Cristina era la maggiore, la più amata e, possibilmente, anche la più scaltra: non si vergognava di ammettere, almeno a se stessa, di essere, in quella numerosa folla di fratelli e sorelle, l’unica in grado di toccare le corde giuste del cuore dell’imperatrice assicurandosi che le sue richieste sortissero il più efficace effetto possibile. Questo, si disse, scendendo gli stretti gradini, a testa ritta in un riflesso incondizionato, non poteva non lasciare su di lei uno strascico di indelebile, necessario cinismo. Sapeva bene che il nome che portava non le avrebbe mai permesso – né, in fin dei conti, fatto desiderare – una vita di schivo fervore religioso, nel quale la preghiera delle anime altrui sarebbe rientrata a pieno diritto. Non poteva nemmeno dire di possedere la granitica, severa devozione di sua madre, anzi. Più si addentrava nei meandri lividi della Cripta Imperiale, fra le tombe degli antenati, cariche di teschi intagliati per irridere la terrena vanità, più comprendeva che la sua natura pragmatica le impediva di aggrapparsi con forza a quel culto rigido e dedito, a quel modus operandi ampiamente riscontrabile all’interno dell’intera società viennese o, a voler peccare di eccessiva precisione, all’interno delle solenni mura della Hofburg.
Suo fratello Leopoldo, tuttavia, sbagliava a pensare a lei come una donna senza cuore, e il suo errore stava, soprattutto, nel palesarlo con smaccata ostentazione. Maria Cristina non avrebbe osato – per orgoglio e per effettiva possibilità di parola – alzare la voce su un uomo della famiglia per renderlo partecipe del contrario.
Ma Leopoldo non era una donna.
Un uomo non aveva necessità di erigere alcuna barriera per proteggersi dalle insidie della società, né una sua anche lieve manifestazione di debolezza o tenerezza avrebbero potuto intaccarne la reputazione e l’altrui stima in alcun modo. In maniera assolutamente non verbale, l’arciduchessa poneva davanti ai suoi occhi questo complicato sistema di maschere senza aspettarsi o sperare di venire compresa – la comprensione, in fondo, era poca cosa, in confronto alla cieca, duttile stima di sua madre.
C’erano volte, tuttavia, in cui Maria Cristina avrebbe seriamente desiderato la presenza di suo fratello nel corso di una di quelle visite: si trattava della massima esposizione del proprio cuore che avesse mai tentato con chicchessia, e avrebbe reso Leopoldo testimone di quanto cadeva in ombra sotto le sue maschere.
Era in cerca di una tomba.
A voler essere franchi, era in cerca di una tomba che oramai sapeva perfettamente dove trovare, si disse, il damasco fiorato delle gonne che lambiva appena il marmo dei sarcofagi.
Quando si arrestò davanti al sepolcro, non si risparmiò dal poggiare una mano sul bordo.
Il medaglione sorretto dagli angeli, che recava l’effigie di un suo rigido profilo, la faceva sembrare morta sul declivio tranquillo di cinquant’anni di vita o forse più, ma bastava abbassare le ciglia solo di un poco, perché l’arciduchessa ritrovasse il rosa delicato che le sfumava le guance, salvo poi sollevare le palpebre sull’urna che la conteneva, foggiata nel bronzo scuro, come se l’artefice l’avesse inzuppata dei pensieri che avevano avvolto quella malinconica principessa come uno scialle.
Isabella le mancava in una maniera tale da esulare le sue consuete strategie di calcolo. Guardava con nostalgia a quei pomeriggi passati a ridere sommessamente, disegnando sotto il cielo chiaro. Chiudendo gli occhi, ricordava la risata dell’amica, un singhiozzo di uccellino che sfuggiva agli stretti legacci del corsetto, per ritirarsi di nuovo nel petto in un rapido risucchio.
Gli occhi innamorati di Giuseppe, ciechi davanti alla grazia della principessa, e abbagliati del fuoco del suo stesso ardore, non si erano accorti di niente – dell’ombra che scendeva su quegli occhi intelligenti, e dei mormorii a mezza voce che si interrogavano sulla morte.
Le maglie della Corte avevano soffocato la sua voglia di vivere prima del vaiolo: l’avevano lentamente purgata dell’ardimento e della dolcezza, lasciando null’altro che una ragazza infelice, che si scioglieva in querimonie in un baldacchino che odiava, in cui ogni cosa le ricordava un matrimonio non voluto.
Maria Cristina non condivideva l’insoddisfazione che la cognata dissimulava sotto sorrisi di pittoresca mestizia di circostanza, ma aveva sempre cercato di impadronirsi almeno delle ragioni. Il più delle volte, Isabella scrollava le spalle con un gesto che poco aveva della dignità che si confaceva a una futura imperatrice. Si limitava ad allargare le gonne sull’erba, appoggiando la tela sulle ginocchia e indicandole lo spiazzo al suo fianco. Non c’era stato un giorno in cui Maria Cristina avesse declinato l’invito, e mai un giorno in cui avesse capito, anche solo guardandola di sfuggita fra le ciglia mezze abbassate, cosa stesse davvero accadendo. Non immaginava affatto a cosa la principessa di Borbone si stesse aggrappando per sopravvivere a quell’unione che così tante afflizioni le aveva provocato dal suo arrivo a Vienna, per conquistarsi col fascino la stima di quell’uomo timido e schivo. Poi, erano arrivati i giorni in cui il futuro imperatore aveva preso ad amarla senza vedere null’altro, assorbito da lei e dal sogno di avere un figlio maschio che tardava a giungere – e che, considerò Maria Cristina con amarezza, guardando la piccola urna di Maria Cristina, incastrata sotto quella della madre come un prolungamento del suo corpo, non sarebbe mai arrivato.
Era di una feroce, singolare ironia che lei ricordasse ogni singolo dettaglio di quel matrimonio, come se fosse stata Giuseppe stesso, ma con una cruda lucidità di cui suo fratello sembrava difettare. Le gravidanze avevano aggredito Isabella come avrebbe fatto un qualche male incurabile: c’erano momenti in cui Maria Cristina ricordava le escrescenze sul suo viso senza collegarle al vaiolo. A volte, nel riportarle alla mente, le ricordavano, piuttosto, la ribellione esasperata di un corpo creato per generare figli, ma talmente disgustato da un simile scopo, e alle attenzioni necessarie a perseguirlo, da consumarsi di febbri e debolezze.
L’inverno del 1761 era intagliato nei suoi pensieri in un susseguirsi di immagini nitide come i dipinti che avevano ultimato insieme, senza possederne tuttavia l’assolata allegria: laddove Giuseppe non ricordava che i pomeriggi passati a decifrare la grafia dell’imperatrice sui dispacci di Stato, Maria Cristina ricordava lo sguardo lucido e brillante di Isabella, troppo grande nel viso troppo magro di una donna affetta da nessuna malattia, se non quella di portare un Asburgo nel grembo.
Bianca e piccina come un osso roso, con i capelli sciolti fra le volute della camicia da notte, Isabella non faceva che aspettare la sua creatura – aspettando, forse, di morire assieme a lei – il suo tempo scandito dai dolori e dalle macchie di sangue sulle lenzuola, come lenti, regolari rintocchi di campane.
Quando era arrivata la prima lettera, Maria Cristina aveva già compreso che era troppo tardi.
Eppure, era con un dolore diverso, ora, che ricordava le parole che la sua amica aveva srotolato su quel foglio, il tratto d’inchiostro che tremava – immaginò l’arciduchessa – come la passione che aveva dovuto scuoterle le dita mentre manteneva la penna.
Come osservandosi nel riflesso di uno specchio, si rivide piegare quel foglio in quattro parti, con i polsi che fremevano, costretti nelle maniche di pizzo, e le dita che inciampavano maldestre nella fretta di chiuderlo a chiave nel cassettino del sécretaire.
Solo adesso si domandò per quale motivo non l’avesse mai bruciata, e la tenesse ancora lì, impilata sotto la marea di missive che l’avevano seguita, come attendendo che un fitto strato di polvere portasse via anche le parole.
Era rimasta accanto a Isabella, invece: aveva visto la piccola Maria Teresa uscire da lei in un coro di strepiti, strappando tutte le forze a quella sua madre in apparenza ancora più piccola. Aveva urlato di dolore nel gettarla in pasto al mondo, con Giuseppe che le stringeva la mano bisbigliandole parole d’amore, senza accorgersi che il vero urlo della sua sposa, quello che le si aggrovigliava dentro, derivava da una repulsione viscerale per quel pianto, per il suo corpo impuro nel nodo rosso di quelle lenzuola di seta, per le dita che accarezzavano le sue, per la voce che le mormorava dolcezze che non desiderava udire. Eppure, aveva ottemperato a quel dovere.
Erano tutte cose che Maria Cristina sapeva perché era stata Isabella a scrivergliele, senza preoccuparsi di immaginare il tremito nervoso delle sue mani.
Sapeva di questo, sapeva delle voci di morte che le sussurravano leggere e seducenti all’orecchio, promettendole di farla addormentare in una vita che non desiderava, e aprire gli occhi in una in cui Vienna, la sua Corte e la sua sfilza di imperatori non fossero mai esistite.
E forse, qualcuno doveva aver accolto l’intensità della sua preghiera: dopo due aborti, Giuseppe aveva smesso di tormentarla ogni notte. Poi, quando finalmente il suo seme era riuscito a germogliare in lei, quello del vaiolo lo aveva preso per mano, sollevando Isabella dal peso di quel martirio.
Di lei, al mondo, non era rimasto che un fagotto il cui primo respiro era stato l’ultimo, e a cui Maria Cristina aveva dato il proprio nome senza neppure pensare.
Posso dirti di essere impaziente di morire sul tuo grembo” le aveva scritto, meno di un anno prima, la mano di ragazza che ora imputridiva sotto il lastrone, e invece era morta nel letto sfatto che era stato riprodotto sul sarcofago, schiacciata dal vaiolo come quella corona che, scolpita in eterno, schiacciava i finti guanciali, la morte accucciata ai piedi del baldacchino come una belva, a far schioccare le fauci nei cinque giorni di agonia.
Maria Cristina non udì il suo stesso singhiozzo. Ne prese nota con un istante di ritardo, e quasi morse, inavvertitamente, le dita della mano che avevano tentato di soffocarne il suono. Non arrestò neppure le lacrime che, gocciolando lungo le guance con una rapidità inusitata, sfuocavano tutta la Cripta e la sua cupa volta: adesso aveva ricordato il volto di Isabella in ogni minimo particolare, e l’insieme l’aveva colpita con la forza di una frustata.
Prima di allora, non si era mai accorta che, pur avendo letto quelle lettere una sola volta, riusciva a ricordarne ogni parola a memoria, con la certezza di non poter sbagliare.

*

I monaci che videro risalire Sua Altezza Reale l’Arciduchessa non notarono alcun sostanziale cambiamento nella rigidezza del suo portamento, o in quella forse anche più altera del suo sguardo.
In realtà, Maria Cristina si sentiva scossa da una risolutezza talmente consapevole, nuova e terribile, nelle sue varie accezioni, che sentiva tutti i nervi fremere sotto la pelle. C’era da chiedersi come avesse fatto Isabella a sopportarlo, in quei tre interminabili anni d’infelicità.
Sua cognata, tuttavia, era determinata a non portare con sé questo peso per il resto della propria esistenza.

*

Nell’appoggiare il plico sulla scrivania di suo fratello, allargando tutta la mano guantata di seta sulla carta, come a volerle inconsciamente schermare ai suoi occhi, Maria Cristina aggiunse qualche parola automatica, forse persino brusca, il cui suono e ricordo era del tutto dimenticabile, così come dimenticabile si rivelò essere la risposta di Giuseppe, e dei suoi grandi, tondi occhi azzurri, quando sua sorella sollevò il palmo.
Sotto di esso, un nastro imbrigliava duecento lettere, sulla cui cima svettavano due guantini di capretto e miriadi di ninnoli e fiori secchi.
Maria Cristina avvertì in modo quantomai distratto la domanda di Giuseppe.
Sperando di non compiere il gesto sbagliato, annuì semplicemente, chiudendo brevemente gli occhi.
Di solito dico che il giorno inizia pensando a Dio” aveva scritto Isabella, in una lettera piegata lì, da qualche parte sotto il nodo di seta (questa l’aveva riletta, perché non ne aveva memoria) “Tuttavia io inizio il giorno pensando all’oggetto del mio amore, per cui penso incessantemente a lei.
Adesso che lo sapeva anche lei, si disse, non ci sarebbe più stato modo di poterlo dimenticare.

~

A/N 16 aprile 2010, ore 2:56. Le note che vedete sono state in realtà scritte a un orario più decente, dato che domattina – anzi, OMGSTAMATTINA XD – la sottoscritta ha lezione alle 9 XDDDDD.
Detto questo, a fronte di una giornata assolutamente invivibile che mi ha quantomeno uccisa, posso dire che questo piccolo racconto, scritto in una settimana, è il primo passo dopo due anni di rimuginii, dato che Isabella di Parma e Maria Cristina d’Asburgo-Lorena sono praticamente il mio romanzo mancato, la cui stesura è un’impresa titanica anche solo a pensarci, dato che nulla rimane, nella Hofburg di oggi, dell’assetto originale degli ambienti abitati dalla generazione di Maria Teresa d’Austria. Ho incontrato Isabella per caso, anni fa, immersa proprio in una lettura di una biografia dell’imperatrice. La figura di questa disgraziata principessa e del suo amore senza speranza mi hanno fatto subito una tenerezza che non voglio sperticarmi a descrivere XD. Immaginatevi la mia delusione nello scoprire che ben poco esiste su di lei: l’unica biografia dettagliata che la riguarda l’ho trovata qui, e non volete sapere la fatica che ho fatto per trovare una foto della sua tomba e delle sue bambine, Maria Teresa (che morirà di polmonite nel 1770) e Maria Cristina! Cliccate qui per vedere le tombe della generazione di Maria Teresa d’Austria nella Cripta dei Cappuccini. Avevo già scritto il pezzo di Maria Cristina che trova la tomba, prima di vedere una foto, perciò ho cancellato e riscritto tutto. Forse, il motivo più grande della cupezza di questa storia è proprio da far risalire a quei sarcofagi: di tutti quelli che ho visto in materia di Asburgo, i loro sono quelli che trovo più tetri e spaventosi, debbo dire °_°. Ah, due parole di fangirling pedante e poi direi che ho finito: per ordine di Giuseppe II, Isabella verrà sepolta senza essere imbalsamata, e senza che cuore e visceri vengano rimossi. Lui verrà eletto Re di Germania l’anno dopo la morte di lei (1764) per poi diventare definitivamente imperatore, accanto alla madre, nel 1765. Si risposerà, disprezzando profondamente la sua nuova sposa. Quanto a Maria Cristina, sarà l’unica, fra tutte le sue sorelle, a contrarre un matrimonio d’amore. Per chi se lo stesse chiedendo, sì, restituì le lettere a Giuseppe, ma non ricordo (e non ho il libro sottomano per farlo, non avendo trovato il dato esatto se non su fonti cartacee) se subito dopo il funerale, per cui ho scelto una data a caso che non fosse troppo lontana da quella della morte della mia tatoprincipessa. Ovviamente, nella mia testa ho sempre pensato che, per quanto fosse una pratica d’uso comune all’epoca, il fatto che Maria Cristina abbia dato il suo nome alla figlia subito morta di Isabella fosse indice del fatto che ricambiasse un po’ i sentimenti della cognata. Non ho assolutamente la pretesa di aver rappresentato i suoi veri sentimenti, ma… beh. Lo sapete come sono fatta io, no? XD
Veniamo ai ringraziamenti, però, prima che vi cadano le braccia. Grazie a Fiorediloto per essere una beta con le palle quadrate, che mi ha aiutata a rendere più chiari e leggibili alcuni punti… Grazie a Julie che insieme a lei ha deciso di mettere su il F3.U.C.K. Fest, istigatore del primo passo verso il romanzone XDDDDD. Grazie a Michiru, che mi ha metaforicamente tenuto la manina mentre scrivevo e…
Last but not least, grazie a Caterina. Ci sono momenti in cui le staccherei il collo e lei sa perché XDDDD, ma è bello fangirlare con lei su Isabella, e sapere che vuole leggere questa cosa (e vuole quel romanzo scritto btw XD) mi scalda il cuore!
Non vedo l’ora di vedere le facce di Harriet e Shu quando vedranno che, alla fine, su Isabella ho scritto davvero XDDDD…

Juuhachi Go.

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