[Ace Attorney: Phoenix Wright] Dead man tells no tales [3/4]

Titolo: Dead man tells no tales
Fandom: Ace Attorney: Phoenix Wright
Personaggi: Miles Edgeworth, Phoenix Wright, altri
Parte: 3/4 | prologo | 1 | 2
Rating: R-ish?
Conteggio Parole: 16376 totali, 3687 in questo (LibreOffice)
Note: omosessualità, per quanto accennata, AU, violenza. Fu la mia storia per il Big Bang Italia 2011.

Dead man tells no tales

III.

«Spero soltanto che tu abbia una buona ragione per piombarmi in casa a quest’ora e cacciarmi dal letto, Miles,» disse Celeste, accavallando le gambe sul divano e stringendosi nella vestaglia.
«Credo che il tutto dipenda da quanto tu tenga a Franziska,» ribatté lui, impettito sulla soglia del salotto come un ospite indesiderato e fiero di esserlo.
«La tua malafede comincia a seccarmi, Detective.»
«E della tua cosa mi dici, Procuratore Capo? Mi hai detto che Franziska cercava i dati del caso SL-2, ma non che li cercava anche lo studio legale di Redd White.»
«Sono un procuratore, non la bacheca di tutti gli studi legali della città.»
«Sappiamo tutti per chi lavora White, Celeste!» sbottò Miles «Sappiamo come lavora, e sappiamo a chi deve più di un favore, da molto prima del caso SL-2! Ho fatto del mio meglio per non fare apparire mia sorella fra chi è immischiato in questa storia,» abbaiò «e tu eri l’unica in grado di far vedere a White che anche lei aveva messo le mani su quelle informazioni, e che era il soggetto più facile da ricattare!»
«Stai davvero insinuando che io possa aver svenduto il mio migliore procuratore a un tizio come White?» boccheggiò Celeste, tormentando con le dita i capelli sciolti sulle spalle.
«Perché no,» infierì lui «dopotutto, se la verità sul Procuratore Capo che ti ha preceduta venisse a galla, il fatto che foste legate e che tu conoscessi almeno parte della verità sul caso SL-2 non avrebbe giocato a tuo favore.»
Celeste appoggiò una mano sul bracciolo di cuoio del divano e lo guardò: la luce accesa sul tavolino da caffè scavava lunghi solchi d’ombra in quel viso indurito dalla rabbia.
Era il viso dell’uomo che era stato cinque anni prima.
«Credimi, Miles» gli disse Celeste a voce bassa «non avrei mai voluto che succedesse qualcosa di male a Franziska. Se ho fatto qualcosa, l’ho fatto perché le tracce di tua sorella mi avrebbero portato a una persona che–» e si morse nervosamente un labbro «–che dovevo assolutamente ritrovare.»
«Dimmi dove la tengono, Celeste. Ti prego. Non ho molto tempo» chiese, rilassando il viso nell’espressione più vicina alla supplica che Celeste gli avesse mai visto addosso da quando l’aveva conosciuto.
Scosse la testa.
«Mi dispiace,» rispose «ammetto di sapere chi l’ha presa e perché, ma non si sono fidati abbastanza da dirmi un posto. Sapevano che saresti arrivato fino a me» sorrise, con quella sua aria un po’ svagata da diva triste «Posso darti un nome, però.»
Lui inarcò un sopracciglio, nascondendo a malapena una smorfia. Non era mai cambiato, e probabilmente non sarebbe mai cambiato.
«Gabrielle Fawkins.»
«Va bene.»
Miles chiuse gli occhi e inspirò, come in un momento di stanchezza.
«Grazie,» aggiunse, e si voltò a raggiungere la porta.
«Miles–» lo richiamò Celeste a mezza voce.
«Sì?» brontolò lui, con la solita punta di freddezza incondizionata.
«Quando questa brutta storia sarà finita io–beh, ho molte cose da farmi perdonare. Se–»
Miles la interruppe con un cenno della mano.
«Vai a dormire, Celeste. Stanotte te lo sei guadagnato, un sonno tranquillo.»
Chiuse la porta e si avviò in fretta lungo la prima, stretta rampa di scale.

*

Se c’era un vantaggio nel rinomato buon cuore di Gumshoe – secondo solo alla sua leggendaria incompetenza – era la certezza di poterlo trovare ancora in Centrale nonostante l’ora: non era solo un procuratore ad essere stato rapito, ma la sorella di Edgeworth, e – per quanto Franziska von Karma non avrebbe probabilmente gradito sentirselo dire – una ragazzina in mano a chissà che delinquente.
«Ispettore Gumshoe?» starnutì Phoenix, aprendo la porta e seminando acqua su tutto il pavimento, facendo ben attenzione a non far trasparire nessun moto di tenerezza nei confronti di quell’omaccione afflitto lì sulla scrivania.
«Oh, Detective Bright… come sta l’Isp–ehm, il Detective Edgeworth?»
«Sarebbe Wright,» borbottò lui, strizzando energicamente una manica del cappotto «e lui è… beh, combattivo.»
«Mi fa piacere saperlo… qui siamo ancora in alto mare» bofonchiò lui, grattandosi un orecchio con il retro di una matita.
«Ispettore,» Phoenix abbassò la voce di riflesso, incurante del buio pesto e del silenzio «devo chiederle un favore.»
«Spari, amico,» annuì lui, sempre più sconsolato.
«Deve darmi tutte le informazioni in suo possesso sull’avvocato White. Redd White.»
l’ispettore strofinò le mani sul faccione quadrato con aria stanca, ma poi lo fissò in un misto quasi commovente di speranza e interesse.
«Ha per caso qualche rilevanza particolare ai fini dell’indagine?»
«Beh, potrebbe, stando a quanto mi ha consegnato qualche ora fa,» sospirò lui, allargando le braccia.
«Mhh» Gumshoe continuò ad annuire, e Phoenix non si sorprese troppo di non sentire la solita filippica sui permessi e le carte – d’altronde, una pista era una pista, specie nel cuore della notte.
Lo trascinò con sé in archivio a recuperare qualche cartella, e si mise a sfogliarle con lui alla luce della lampada.
«Ecco,» disse, insolitamente tetro «Redd White. Puoi leggere tutto qui, amico» gorgogliò, sopprimendo uno sbadiglio «Il vice-prefetto Gant se lo prese come avvocato ai tempi del caso SL-2, due anni fa, non appena fu accusato, ma la notizia non fece in tempo ad arrivare alla stampa, né il caso in tribunale.»
«Il caso SL-2?» ripeté Phoenix, sorpreso. Se veramente aveva avuto un po’ di risonanza, non era arrivata fino a lui.
«Oh, no,» sorrise Gumshoe, quando lui glielo fece notare «tutta la Centrale è rimasta abbottonata come uno smoking, amico. Immagina il casino che sarebbe scoppiato altrimenti.»
«Ma di cosa sta parland–»
«Come sarebbe a dire!» Gumshoe lo interruppe infervorato «Il signor Edgeworth non gliene ha mai parlato?» domandò, riprendendosi l’aria da cane bastonato.
«No» rispose seccamente Phoenix, gli occhi ridotti a fessura «C’è qualcosa che dovrei sapere?»
«Beh, come dire,» esitò lui, scrollando le spalle con l’aria più mogia mai vista «è stata veramente una brutta, brutta storia, amico… Il Procuratore Capo Lana Skye è stata trovata uccisa due anni fa, in una macchina abbandonata nei pressi della periferia. Il signor Edgeworth si mise a capo delle indagini, ma il colpevole sembrava un fantasma, ti dico. Allora ha accusato il vice-prefetto Gant, ma senza prove, ed è stato licenziato in tronco. Non ho mai capito perché avesse fatto una stupidaggine del genere.»
Phoenix resistette alla tentazione di far cadere le mascelle a terra, prese fiato e sperò di fare la domanda giusta fra le migliaia che gli stavano affollando la testa.
«Capisco che non sia arrivato in tribunale, ma almeno in Centrale qualcuno ne avrà parlato, devono esistere dei documenti…»
«Certo che ci sono,» disse Gumshoe, e sembrava avesse voglia di piangere «ma sembrano… beh, spariti. Resta la denuncia della scomparsa del Procuratore Capo Skye, qualche giorno prima che ritrovassero il cadavere. Eccola qui.»
Phoenix scorse velocemente lungo tutto il documento e si fermò con attenzione sulla firma.
«Adrian Skye?»
«Mhh, la sua sorellina minore.»
«La denuncia è controfirmata Lotta Hart… una parente alla lontana?»
«Sì,» replicò Gumshoe «la signorina Skye era – e se non sbaglio dovrebbe essere ancora – minorenne quando la sorella è stata uccisa.»
«Dovrebbe essere? Cosa significa?»
«Non abita più in città, e sembra sia stata mandata in un posto più salutare. Era una ragazza fragile, amico. Dicono che, quando è rimasta sola, le sia venuto un esaurimento nervoso.»
«Capisco» commentò Phoenix, sempre più cupo.
«Però, amico…» azzardò timidamente Gumshoe, dopo una piccola pausa «Credo che faresti meglio a parlare con il Detective Edgeworth di tutte queste cose, lui sa tutto il fattaccio molto meglio di me.»
«Già.» mormorò Phoenix «Credo proprio che lei abbia ragione, Detective.»

*

Si erano praticamente scontrati naso contro naso sul portone di casa, e, quando Phoenix l’aveva tirato dentro, aveva ben pensato di prenderlo per il bavero della giacca e salutarlo con un poderoso pugno sulla faccia.
Colto di sorpresa, Edgeworth non aveva avuto nemmeno il tempo di reagire, ed era rimasto stordito per un attimo, con la nuca contro la ringhiera di ferro delle scale. Aveva una guancia rossa, e il sangue che gli colava dal labbro spaccato.
«Wright, sei impazzito?!» urlò, pulendosi l’angolo della bocca con il dorso di una mano.
«Maledetto imbecille,» sibilò Phoenix, ed Edgeworth giurò di non averlo mai visto così infuriato. Forse, a onor del vero, non aveva neppure mai pensato che il suo socio fosse davvero capace di arrabbiarsi.
«Si tratta di tua sorella qui, e io che pensavo che facessi il risentito per chissà che paranoia! Perché non mi dici che diavolo sta succedendo, e che cos’è questo dannato caso SL-2, perché io non ne so niente, e perché diavolo tutte le persone che sono spuntate attorno a tua sorella c’entrano in un modo o nell’altro!» e poi fu costretto a fermarsi per riprendere fiato.
«Gumshoe, eh?»
«Gumshoe» sbottò Phoenix semplicemente, senza staccargli di dosso un’espressione incredibilmente inferocita. Edgeworth lo fissò per alcuni lunghissimi secondi, trattenendo con ostinazione gli angoli della bocca in una linea rigida, ma, a un certo punto, roteò gli occhi e lo prese per una manica, cominciando a salire i gradini a passo pesante con lo schiocco bagnato dell’acqua negli scarponcini.
«Ti spiegherò su,» disse soltanto, i denti che cominciavano a battere per il freddo «ma non abbiamo molto tempo.»
Phoenix fece spallucce a sua volta, presumibilmente per scacciare lo stesso tipo di freddo e di disagio. Quando si chiuse la porta dello studio alle spalle, guardò Edgeworth in silenzio, e lui, tremante e spettinato, sostenne il suo sguardo.
«Allora, Wright. Credo sia giusto» disse piano, sedendosi sul bracciolo del divano «raccontarti le cose fin dal principio. Preferirei lasciar fuori tutta la solita scomoda solfa del ‘sta a te giudicare’ perché credo che non sia poi così vero, e io mi fido abbastanza del tuo giudizio, in fin dei conti.»
Phoenix aggrottò la fronte.
«Avevi detto che avevamo poco tempo.»
«E infatti,» ne convenne Edgeworth, chiudendo gli occhi e massaggiandosi lentamente le tempie con due dita «Quando sono entrato in Dipartimento, i rapporti con la Procura erano considerevolmente più distesi, dicono. Io sono del parere che la gente fosse più onesta e pulita su entrambi i fronti, e che Lana Skye, il Procuratore Capo, lavorasse con ritmi e metodi che oggi in Procura nessuno oserebbe sognare. Certo, adesso è diventata una leggenda per motivi ben diversi, ma allora era una donna inflessibile. Non si fermava davanti a niente che non fosse la verità, ed era decisa ad arrivarci fino a doversi mettere nei guai in prima persona. Era una delle prime donne che avessero mai lavorato in tutta la Procura, e credo sia stata lei a inaugurare la tradizione, e ad aver dato a Celeste Inpax e a Franziska la fiducia necessaria per fare il passo. Lei mi racconta che le cose sono ancora un incubo, ma anche che c’è ancora la possibilità che qualche spiraglio di buonsenso possa aprirsi, considerando che la mia adorata sorellina adora far lavorare a colpi di frusta…» ridacchiò, nonostante tutto, come se Franziska fosse lì davanti, e Phoenix cercò di nascondere il proprio, di sorriso.
«Ma dicevo,» riprese Edgeworth, tossicchiando «che Lana era la prima, e la linea dura che aveva adottato le attirava addosso lo sprezzo e l’antipatia di una grossa fetta di colleghi, con le dovute eccezioni,» specificò, scuro in viso.
«Che intendi dire?»
«Damon Gant.»
«Mhh,» Phoenix storse il naso. Ormai, Edgeworth non faceva mistero della poca stima che nutriva per il vice-prefetto, ma lui non era più disposto a considerarlo il capriccio di un investigatore punto nell’orgoglio. Lo lasciò parlare.
«Che io sappia, Damon Gant ha una moglie che dimostrerà una trentina d’anni, un paio di rampolli e pure qualche nipotino, ma… beh, Lana sarà stata un demonio incorruttibile come procuratore, ma era una bella donna. Giovane, colta, affascinante. Motivi sufficienti anche questi per inimicarsi una quantità spropositata di gente.»
«Qui gatta ci cova.»
«Già. Avrai incrociato il vice-prefetto, ogni tanto. È un omone abbastanza eccentrico e chiassoso, ma quel tipo di chiassoso del tutto piacevole per una ragazza fresca di accademia, mi è stato detto. Cominciarono a frequentarsi in gran segreto, e ci sono riusciti, a quanto pare: ancora adesso, salvo qualcuno che l’ha realizzato grazie a una grande dose di acume, nessuno aveva effettivamente capito che avessero una relazione…»
«Noto un po’ di autocompiacimento in quest’ultima frase…»
«Solo un po’, Wright,» lo corresse Edgeworth con un sogghigno «Lana aveva una sorella, Adrian. Era la migliore amica di Franziska, ed era molto legata al procuratore Inpax. Era una ragazzina, ma passava nei loro uffici la maggior parte del suo tempo… a quanto ne so, non riusciva a tenersi dentro segreti del genere, non con loro, almeno.»
«Un delitto passionale, quindi? Non ricordo che abbia poi fatto troppo scalpore sui giornali…»
«Hai ragione,» gli concesse Edgeworth in tono amaro «ma la cosa non è così semplice, e la politica del Dipartimento in merito alla faccenda fu disgustosamente discreta… Ti dirò, quando Lana scomparve, e fu ritrovata seduta in quella macchina con il collo viola, ero già uno dei pochi privilegiati che poteva sospettare di Gant, e sfruttare il movente del delitto passionale. Qualche amico intimo di Lana mi aveva detto che sembrava irrequieta, che lei e Gant litigavano di frequente, e che Lana aveva minacciato più di una volta di lasciarlo e uscire allo scoperto per rovinare la sua reputazione.»
«Beh, dal ritratto che ne hai fatto non mi sembra un’arpia capace di quel genere di colpi bassi…»
«È la domanda che si è posto chiunque la conoscesse,» gli fece eco lui «ma trovai la risposta qualche giorno dopo, quando esaminai le carte che Lana aveva lasciato al sicuro nella scrivania di casa sua, e Redd White entrò in scena.»
«Redd White?» chiese Phoenix, sfogliando il fascicolo in punta di dita. Fra i fogli battuti a macchina, pescò fra due dita la foto malconcia di un tizio azzimato e ben vestito che sfoggiava un sorriso tutto denti.
«Pensavo fosse l’avvocato di Gant,» riprese Edgeworth, gettandosi a peso morto sulla propria sedia «ma era molto di più, e Lana doveva averlo capito da un po’… Feci una piccola ricerca sul conto di Gant, e scoprii che tutti e due avevano investito in una stessa società, la Bluecorp. In quei giorni, Lana stava affrontando una serie di processi che ruotavano attorno a una lunga catena di riciclaggio di denaro sporco, e indovina un po’? La Bluecorp era il filo conduttore. Se davvero Lana avesse ricomposto tutto il puzzle, Gant e White avrebbero perso tutto il loro capitale. Aveva cominciato a sospettare che quei due avessero pianificato qualcosa di losco, e le ci volle poco per scoprire che Gant stava aiutando Redd White falsificando le prove da presentare.»
«La situazione più tranquilla del mondo» considerò Phoenix storcendo il naso. Edgeworth annuì stancamente.
«Già. Qualunque procuratore con un minimo di esperienza in più – e con il pallino della giustizia mitigato dal buonsenso – avrebbe cercato di muoversi un po’ più nell’ombra, ma Lana era giovane, e non aveva dalla sua il supporto e la simpatia dei colleghi… Qualcuno avrebbe potuto darle dei buoni consigli. Sai, penso che, se non l’avessero ammazzata, prima o poi qualcuno avrebbe fatto del proprio peggio per schiodarla dalla poltrona in qualunque altro modo.»
«Che ha fatto, insomma?» chiese l’amico, impaziente. Aveva sempre sopportato poco il suo vizio di fare monologhi alla prima occasione disponibile.
«Quello che può fare una ragazzina, minacciare una serie di grosse cose, non tutte in suo potere… l’unica minaccia con cui era davvero decisa ad andare fino in fondo era rivelare la loro storia e fargli precipitare carriera e reputazione in un pozzo senza fondo.»
«E Gant?»
«Beh, l’abbiamo trovata in una macchina due giorni dopo,» puntualizzò Edgeworth a labbra strette «mi sembra abbastanza chiara, come precauzione da parte sua.»
Phoenix si mordicchiò il labbro per un paio di secondi, mentre Edgeworth lo guardava con una dose di meritata freddezza.
«Sì, ma,» obiettò, pronto a un ceffone in piena faccia «non mi hai ancora detto su che basi puoi dirlo con certezza, e cosa c’entra Franziska in tutto que–»
«Gli occhiali» tagliò corto Edgeworth, fissandolo con intensità quasi fastidiosa.
«Cos–»
«Quel tremendo insulto al buongusto che il nostro vice-prefetto portava addosso fino a due giorni prima dell’omicidio.»
«Vuoi dire quei cosi di corno? Erano così brutti che dubito i conoscenti di Gant si siano abituati facilmente al suo ritrovato buongusto!» saltò Phoenix. Certi dettagli raccapriccianti non erano facili da dimenticare.
«Già,» ne convenne Edgeworth, cupo «un frammento di una di quelle lenti è stato trovato conficcato nel palmo del Procuratore Skye. Se Gant non mi avesse cacciato a calci dalla Centrale, non avrei avuto problemi a ricondurlo a quel paio di occhiali, e lui è sempre stato fermamente convinto della mia bravura» continuò, le labbra contratte in un guizzo amaro.
Phoenix si massaggiò lentamente le tempie.
«E tua sorella?» chiese, ma le parole di Edgeworth avevano già scavalcato la domanda a passo di carica.
«Ho passato gli ultimi due anni a cercare di tenere Franziska fuori da tutta questa storia,» sospirò, passandosi una mano fra i capelli «ma il brutto vizio della perfezione ad ogni costo è una cosa che i von Karma si portano dietro da generazioni, a quanto pare. L’ho pregata, l’ho supplicata e minacciata di non andare a cercare i documenti del caso per nessuna ragione, e… beh, sappiamo tutti e due come è andata a finire. Posso anche capirla. Teneva a Lana, e Adrian stessa è sparita nel nulla. Cercava delle risposte, ma io sapevo che avrebbe fatto un buco nell’acqua, e che si sarebbe cacciata nei guai.»
«I documenti del caso erano ancora lì e nessuno si è mai degnato di riesaminarli? Franziska non ha trovato niente in archivio?»
Edgeworth scosse la testa.
«No, Wright. Non ha trovato niente perché quei documenti li ho portati via con me.»
«D-Dalla Centrale?» boccheggiò Phoenix, investito da un’ondata di sacro timore.
«Certo, dalla Centrale,» lo rintuzzò Edgeworth, acido «prima che Gant si premurasse di farci un bel falò. Sapevo che un giorno sarebbe arrivato il momento di tirarli fuori. O almeno, lo speravo. Ma Franziska ha fatto troppo rumore per i suoi gusti, e Gant l’ha trovata. Avrà pensato di poterla ricondurre direttamente a me, e di poter trasformare la mia vita in un inferno… se non fosse che lei non ne sa niente, e che adesso lui sta giocando al gatto col topo, e che se dovessi cercare di smascherarlo…»
Phoenix deglutì rumorosamente. Edgeworth gli voltò le spalle e, avvicinandosi allo schedario-letto, fece scattare la vecchia molla che ne nascondeva i piedi. Lo fece scendere senza fatica apparente e sopportò con una smorfia il suo lungo, sofferente cigolio. Il povero Phoenix strabuzzò gli occhi quando lo vide inginocchiarsi sul materasso con una mano tesa verso la piccola cassaforte incastrata nella parete. Provvide a darsi del cretino (come diavolo si fa a non scoprire roba top-secret nella propria cassaforte?) e, con disappunto crescente, lo guardò inserire la combinazione. Contemplò con un certo orrore il modo brusco in cui scansava i suoi preziosi possedimenti – due denti d’oro del nonno e un orologio da taschino placcato presumibilmente in argento – per raggiungere la busta stipata sul fondo.
Phoenix rimase immobile e in silenzio nel tastarne il contenuto sotto le dita. Sgranò gli occhi quando Edgeworth scollò delicatamente l’apertura e fece scorrere davanti al suo sguardo dilatato quelle che sì, erano indubbiamente le prove di un omicidio, roba tanto schiacciante da inchiodare pure il più insospettabile maestro d’asilo.
Sospirò pesantemente mentre Edgeworth riponeva i fogli al loro posto, con la cura di chi temeva che uno sguardo di troppo li avrebbe disintegrati.
«Quanto tempo ti ha dato per consegnargli i documenti?»
«Un giorno e mezzo.»
«Okay,» Phoenix si grattò la testa «hai qualche altro dettaglio utile che potresti incastrare nella nostra tabella oraria prima dello scadere dell’ultimatum?»
Edgeworth lo guardò in tralice per un attimo.
«Un nome, stando al Procuratore Capo Inpax. Tale Gabrielle Fawkins.»
«Dobbiamo trovarla, e trovare tua sorella… Maledizione, nelle soap di Maya queste cose sono più facili!» esclamò, precipitandosi fuori dalla porta e approfittando per tirargli un altro cazzotto di straforo.
«Ehi!»
«Mi ispiri pensieri tremendamente violenti, in questo momento!»

*

In futuro, Phoenix si sarebbe sempre domandato – con genuina sorpresa e con un pizzico di compiaciuta immodestia – come diavolo due detective con lo stomaco perennemente vuoto fossero riusciti a smuovere un intero dipartimento nel cuore della notte, sfruttando il lato sensibile dell’Ispettore Capo a beneficio di vari gradi di insubordinazione, tutto per un nome apparentemente innocuo, e apparentemente inesistente. Mezzi fradici della pioggia che aveva continuato a cadere incessante lungo tutto il tragitto fino in Centrale, sedevano immobili, con i vestiti molli addosso e i denti che battevano, a lasciare lievi macchie d’umido sui fogli spessi e ingialliti che Gumshoe – più insonne di prima, se possibile – aveva continuato a portare a braccio dall’archivio, senza farsi troppi scrupoli in fatto di cronologia. Il procuratore Inpax era stato tutto fuorché specifico – per ragioni che, per quanto ovvie, meritavano un colpo di pistola alla tempia, per dirla con le parole di un Edgeworth decisamente meno controllato ed empatico del solito – il che li aveva portati a riesumare fascicoli vecchi anche di dieci anni.
Gabrielle Fawkins poteva rappresentare tutto e ogni cosa: una persona, un codice, un’identità, un’intera operazione, o, addirittura, una sofisticata citazione di Gant a qualche oscuro caso di omicidio risolto in gioventù. Di una cosa Edgeworth sembrava maledettamente sicuro: qualunque cosa fosse, era uno dei meccanismi con cui Gant era in grado di nascondere grosse verità a cielo aperto, con qualche omaggio deliberato a se stesso.
Non si era stupito particolarmente quando aveva puntato la massiccia torcia elettrica su un foglio che, a occhio e croce, sembra un certificato di adozione neppure troppo ingiallito, in cui ogni dato rilevante era coperto da una spessa cancellatura nera. Edgeworth si concesse la solita smorfia.
«Non mi sembra luogo in cui i Servizi Segreti possano lasciare fogli sparsi,» borbottò, inclinando la luce della torcia in una linea obliqua, alla ricerca di una minima imperfezione. A un tratto, il fascio illuminò i solchi che una penna doveva aver lasciato, in uno spazio riempito a mano.
«Ma che diavolo–»

~

A/N 11 settembre 2011, ore 3:23. DIO, QUESTO CAPITOLO. *SI UCCIDE*

Juuhachi Go.

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